Quanto conta oggi il Trono del Crisantemo, occupato dagli imperatori che simboleggiano da una remota antichità lo spirito più profondo del Giappone? In Imperatori del giappone – storia e segreti della dinastia piu’ antica del mondo (Newton Compton editori, ottobre 2025) Antonio Moscatello, yamatologo e storico giornalista di Askanews, propone un’opera unica nel suo genere, che ripercorre la storia della più antica dinastia ereditaria ancora esistente al mondo e dei suoi protagonisti. Politica, religione, mitologia e cultura si intersecano in una narrazione coinvolgente e documentata, che dai leggendari albori dell’imperatore Jinmu giunge fino ai giorni nostri. Il libro non si limita a raccontare la storia misteriosa del Trono del Crisantemo, ma descrive rituali e funzionamento di un’istituzione che definisce l’identità giapponese, fornendo così una lente privilegiata per comprendere gli aspetti più profondi della cultura nipponica. Per gentile concessione dell’editore, China Files propone un estratto del volume.
In Inghilterra, come in Giappone, si dice che il sovrano non muore mai, lo si definisce “immortale”. Ciò non significa che la vita del re sia realmente eterna, ma che, quando il sovrano muore, il suo potere e la sua maestà vengono immediatamente trasferiti all’erede reale. Cioè, sebbene vi sia una sostituzione del corpo fisico (shintai, 身体) del re, il suo spirito (seishin, 精神) è eterno e immutabile dalla notte dei tempi. […]
In quest’ottica, più che sulla morte del sovrano, nel passaggio da un imperatore all’altro l’enfasi è posta sul trasferimento della regalità.
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Questa concezione dualistica riappare nella classica argomentazione del grande etnologo giapponese Orikuchi Shinobu (1887-1953), secondo cui nel Giappone arcaico si riteneva che il corpo dell’imperatore fosse solo un “recipiente” (iremono, 入れ物) per l’immutabile “spirito imperiale” (tennōrei, 天皇霊), che si attaccava a ogni nuovo imperatore e costituiva la fonte della sua straordinaria autorità. Il momento in cui questo processo avveniva era la cerimonia del Daijōsai (大嘗祭), di cui parleremo estesamente più avanti. […]
Questo rito, insomma, faceva parte di una teologia elaborata, nella quale si affermava che, mentre il “corpo carnale” dell’imperatore viveva e moriva, lo spirito che lo riempiva restava immutato. Un concetto molto risonante con quello relativo alla regalità inglese delineato da Kantorowicz.
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Questo discorso sembra lontano dai temi che ci interessano in questo saggio, ma bisogna tener presente questa spiegazione di Agamben, la cui conseguenza diretta è che la «produzione della nuda vita», cioè quella dimensione «sacra» della vita che «oggi si vorrebbe far valere contro il potere sovrano come un diritto umano in ogni senso fondamentale», in realtà originariamente esprime «proprio la soggezione della vita a un potere di morte». Insomma, per Agamben, «[…] ai due limiti estremi dell’ordinamento, sovrano e homo sacer presentano due figure simmetriche, che hanno la stessa struttura e sono correlate, nel senso che sovrano è colui rispetto al quale tutti gli uomini sono potenzialmente homines sacri e homo sacer è colui rispetto al quale tutti gli uomini agiscono come sovrani». Le due figure – continua Agamben – condividono il fatto di essere sottratte tanto al diritto divino quanto a quello umano e delimitano il primo, originario spazio del politico in formazione.
C’è quindi, in questa concezione, un punto di contatto tra il potere assoluto, indiscusso e senza nulla di sovraordinato, e l’assenza assoluta di diritti. Se le idee di Bloch, Kantorowicz e Benveniste, in maniera diversa tra loro, condividevano la collocazione dell’origine del potere sovrano all’interno della dimensione religiosa, Agamben contribuisce a problematizzare questo aspetto, mettendo il potere sovrano al di fuori e al di sopra della sfera del sacro e del profano, del religioso e del politico. In una dimensione in cui anche i diritti, come noi moderni li concepiamo, non sussistono.
In questo senso, calando il ragionamento nella realtà religiosa e politica giapponese, l’imperatore sembra rappresentare non già un punto di equilibrio del potere, ma piuttosto un concetto che, nello stesso tempo, emana la sovranità e non la esercita né soggiace a essa. Per come si è formata, l’idea del Tennō rappresenta ab origine un simbolo vivente ed eterno dell’esistenza di quello che oggi chiamiamo Giappone. Convivono in lui natura religiosa e natura politica ma, nello stesso tempo, egli le sovrasta.
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Secondo Raymond Firth ci sono tre modi in cui si denota la natura divina di un re. Il primo è quello per il quale il re è in sé stesso un dio, o lo diventa, come nel caso di Augusto per la Roma imperiale, che venne deificato dopo la morte, cioè la sua natura umana fu “traslata” in una sostanza divina. Il secondo è quello per cui un dio s’incarna in un umano, ossia nel re. In questo senso, il re è il “contenitore del dio”, il quale passa da un contenitore all’altro di generazione in generazione. […] La terza modalità è una sostanziale variante della seconda, con il dio che risiede nel corpo della personalità umana in un periodo definito, per poi abbandonarlo, senza lasciarvi nulla della sua natura divina.
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In particolare, la seconda realizza più la figura del re-sacerdote, mentre la terza si avvicina alla figura del re-sciamano. Queste due tipologie sono antitetiche per alcune loro caratteristiche. […] Parrebbe essere il caso proprio dell’imperatore giapponese, che condivide caratteristiche sciamaniche e sacerdotali. Lo vedremo, in particolare, quando parleremo dei riti per l’ascesa al trono: la relazione che si definisce in tali occasioni tra il dio e il re è sacerdotale, perché costante e non intermittente, ed è anche sciamanica, perché non fa semplicemente appello alla divinità per rappresentarla, ma entra in una correlazione interattiva con essa.
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D’altronde, la cultura giapponese non è qualcosa di compatto e omogeneo, come talvolta si è inteso far credere. Non lo è sin dalle sue origini profonde. I giapponesi nascono da un miscuglio di popoli arrivati dall’Asia, ognuno dei quali portava le sue istituzioni, le sue credenze, i suoi riti. Tribù stanziali nell’Arcipelago, animiste, si sono incontrate e scontrate con popolazioni arrivate dal Nord-est, con le loro ritualità sciamaniche. A questi si sono poi mescolati gli influssi culturali provenienti dalla Cina e dalla Corea: il confucianesimo, il buddhismo, il taoismo. Nessuna di queste culture, alla fine, ha preso il sopravvento e, invece, si sono tutte mescolate in maniera originale e creativa.
La cultura del riso ha strutturato la società in maniera gerarchica, facendo emergere un capo che è diventato punto di equilibrio rituale e religioso. L’introduzione delle istituzioni cinesi ha dato forma a questa figura, a imitazione del Figlio del Cielo sul continente. Ma il contenuto è rimasto giapponese, tipicamente giapponese. Così, questo imperatore, diversamente da quello cinese, non è stato caricato di un mandato celeste revocabile, ma ha assunto carattere di divinità. Il che, però, non gli ha consentito di godere d’un potere assoluto, neanche relativo: nella grandissima parte dell’evoluzione storica giapponese, l’imperatore ne ha anzi avuto pochissimo, se non alcuno. Tanto più il Tennō era al centro della mistica del potere, quanto meno esercitava un potere reale.
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Quando si riferiscono all’imperatore, i giapponesi parlano di Tennō-heika, “Sua Maestà (heika, 陛下) il Tennō”. Quest’ultima parola vuol dire “sovrano celeste” e si scrive con i caratteri 天皇. Il primo indica il Cielo (o l’aggettivo “celeste”) e il secondo è il “sovrano”. Tuttavia, non sempre nella storia il sovrano giapponese è stato identificato con questa denominazione altisonante. Le prime informazioni che ci sono pervenute sul Giappone derivano da fonti storiche cinesi. […] La spiegazione che viene fornita solitamente, partendo dalle fonti storiche cinesi, è che in origine gli imperatori giapponesi venivano chiamati “re” (wáng, 王), come nelle altre corti sinizzate (Cina, regni coreani), e poi “gran re” (dàwáng, 大王). Solo nel vii-viii secolo abbiamo le prime ricorrenze del termine Tennō.
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Tuttavia, le cose non sono così semplici. Intanto le prove archeologiche sono state messe in dubbio. Inoltre, apparentemente, molte delle riforme attribuite a Shōtoku Taishi sono considerate un’agiografia a posteriori. Così, la prima prova certa dell’utilizzo della denominazione “sovrano celeste” risulta essere in una tavoletta di legno mokkan (木簡) scoperta nel 1998 e risalente al regno dell’imperatore Tenmu (622-686). Secondo una tesi, questo titolo fu coniato appositamente per Tenmu e, quindi, fu lui il primo vero imperatore giapponese.
Tsuda ritiene che l’origine di questa denominazione sia taoista. In Cina tiānhuáng dàdì (in giapponese: tennō taitei, 天皇大帝), letteralmente “sovrano celeste, grande imperatore”, è uno dei nomi che nei testi taoisti si attribuivano alla Stella polare, considerata una divinità, ed è noto che Tenmu aveva uno smodato interesse per le pratiche taoiste. […] Questo aggiunge un altro possibile elemento alla svolta di Tenmu: la scelta dell’imperatore cinese, con un forte connotato taoista, lo spinse a far lo stesso, sia perché non voleva essere da meno, sia perché era effettivamente interessato al taoismo.
Va comunque tenuto a mente che Tennō era solo uno dei titoli che venivano attribuiti all’imperatore. Nelle antiche regole di cerimoniale e protocollo sono indicate diverse denominazioni. […] Tennō, da un punto di vista protocollare, si usava negli editti. Alla fine, però, sembra aver prevalso soprattutto quest’ultima denominazione, anche se i caratteri che abbiamo citato sono utilizzati ampiamente per altre parole che hanno a che fare con l’imperatore.

