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Giovane, istruito, emigrato in Africa

In Cina, Economia, Politica e Società by Alessandra Colarizi

Secondo la China Africa Research Initiative della Johns Hopkins University, nel 2024, il numero di lavoratori cinesi nel continente è salito a quota 90.793, invertendo la tendenza al ribasso che persisteva dal picco di 263.696 registrato nel 2015. Cifra che include gli impiegati a contratto nel settore industriale e delle costruzioni, ma non gli immigranti informali, tra cui commercianti e negozianti. Ovvero uno dei segmenti più interessanti e in rapida crescita. 

Fang Jing, 24 anni,  ha lasciato il suo lavoro nell’IT, ben retribuito ma molto stressante, per cercare nuovi stimoli e possibilità di guadagno in Africa. Ha trascorso le notti su TikTok per studiare le abitudini di consumo e le differenze culturali degli utenti nelle diverse regioni del continente. Alla fine, superati timori e perplessità, ha fondato AKOMAPA, azienda specializzata nel commercio estero rivolta ai piccoli grossisti emergenti; soprattutto alle imprese guidate da donne, piuttosto che ai grandi clienti tradizionali. 

Con la sua attività, Fang facilita la vendita diretta (dalla fabbrica al consumatore) e il marketing di prodotti cinesi, dai pannolini alle attrezzature industriali. Sventata per un pelo la bancarotta, a un anno dalla nascita AKOMAPA ha accumulato un fatturato superiore a 10 milioni di yuan (1,4 milioni di dollari). Oggi l’azienda non solo fornisce merci a 1300 rivenditori africani. Offre anche formazione gratuita ai clienti interessati a imparare come vendere in Cina o migliorare le proprie strategie aziendali. E organizza corsi di formazione online su come creare video accattivanti e utilizzare altri strumenti social per superare le barriere linguistiche, compensare la mancanza di risorse e facilitare i servizi post-vendita. 

Fang non è l’unica ad aver lasciato negli ultimi anni la Repubblica popolare per trasferirsi in Africa, una meta a lungo ritenuta lontana, “difficile” e pericolosa. Insomma, decisamente poco attraente. Secondo la China Africa Research Initiative della Johns Hopkins University, nel 2024, il numero di lavoratori cinesi nel continente è salito a quota 90.793, invertendo la tendenza al ribasso che persisteva dal picco di 263.696 registrato nel 2015. Cifra che include gli impiegati a contratto nel settore industriale e delle costruzioni, ma non gli immigranti informali, tra cui commercianti e negozianti. Ovvero uno dei segmenti più interessanti e in rapida crescita. 

Sì, perché se per decenni i flussi migratori in arrivo dalla Cina sono stati associati al comparto statale, ormai da diversi anni a trainare i numeri è la forza lavoro che gravita nel sottobosco delle aziende private. La tendenza rispecchia l’evoluzione degli interessi economici di Pechino in Africa: cominciata nei primi anni Duemila, la stagione delle grandi opere infrastrutturali realizzate dalle aziende pubbliche è proseguita dopo il 2013 sotto il marchio della Belt and Road Initiative. Ma dal 2016 in poi l’indebitamento dei paesi partner ha indotto il governo cinese a tirare il freno dei costosi progetti di trasporto. Complice il rallentamento dell’economia nazionale, acuito dalla pandemia di Covid-19. Per due anni i lockdown diffusi hanno provocato un’interruzione delle attività su larga scala, che di solito necessitano l’invio dalla Cina di manodopera e materiali da costruzione. Sono sopravvissute invece le attività minori. Soprattutto quelle che, come AKOMAPA, hanno saputo massimizzare l’utilizzo delle piattaforme digitali, aggirando le difficoltà logistiche e le restrizioni fisiche. Tanto che, secondo il ministero del Commercio cinese, oltre il 70% delle imprese che oggi investono in Africa sono a capitale privato.

Va da sé che il triennio pandemico ha inciso non solo sulla quantità ma anche sulla qualità dell’immigrazione cinese nel continente. Se nei cantieri ci finisce soprattutto la manovalanza rurale, nuovi sbocchi imprenditoriali stanno attirando in Africa sempre più giovani istruiti, con buone disponibilità economiche, e in grado di parlare inglese e francese. Secondo dati incrociati dei consolati cinesi, nel 2022 in Africa si contavano oltre 30.000 cinesi under 35, di cui tra il 10 e il 30% si stima fossero donne.  

Alcuni dei nuovi arrivati sono neolaureati in cerca di un primo lavoro. Con un tasso di disoccupazione giovanile superiore al 17%, la Cina ha sempre meno da offrire, mentre l’Africa ha ancora un potenziale enorme: non più stigmatizzata per la sua arretratezza, viene considerata la nuova frontiera dell’innovazione, dal fintech alle biotecnologie, dalle telecomunicazioni all’agricoltura 4.0. Ed entro il 2030 si prevede che la classe media africana diventerà più numerosa di quella europea, con conseguente aumento della domanda di beni di consumo, come food, cosmetica e abbigliamento. 

Il paragone con la madrepatria è tra i leitmotiv più ricorrenti sui social cinesi, dove chi ha maturato esperienza sul campo illustra i vantaggi di un trasferimento in Africa. Solo su Xiaohongshu (Red Note) sono oltre 12mila i post con l’hashtag #非洲生活日记 (Diario di vita in Africa). Le pressioni sociali in Cina spiccano tra le lamentele più ricorrenti dei giovani expat. @加纳小茉 (Xiao Mo in Ghana), 26 anni, ricorda come a Shanghai lavorava in un ufficio 12 ore al giorno: “Ora gestisco un negozio di cosmetici coreani ad Accra. Guadagno meno, ma respiro”, scrive la ragazza aggiungendo che “gli africani sono più gentili di quanto i media cinesi dicano”. E “sì, ci sono rischi… ma a Shanghai mi sentivo morta dentro”, conclude senza rimpianto.

Anche @非洲老王” (il Vecchio Wang in Africa), un imprenditore del Zhejiang residente a Nairobi dal 2018, definisce “la pressione del 996” (i turni di lavoro presso le big tech cinesi) come “insostenibile”. “Così ho aperto un negozio di droni agricoli: i kenioti li adorano”, spiega su WeChat il 32enne precisando di non essere in Africa per la ‘Belt and Road’. “Sono qui semplicemente perché posso guadagnare tre volte di più con metà dello sforzo”, confessa senza giri di parole, rivendicando la propria autonomia dai piani di Pechino.

Sempre più giovani e indipendenti, dunque. Gli expat cinesi scelgono dove andare soprattutto con il passaparola del web. Eppure è innegabile che il dirigismo statale abbia favorito la rinnovata attrazione per il continente. Secondo il Lianhe Zaobao, una spinta poderosa è arrivata con il 9° Forum sulla cooperazione Cina-Africa, ospitato da Pechino nel settembre 2024. La promessa di fornire al continente sostegno finanziario per un valore di circa 50 miliardi di dollari (tra prestiti, aiuti allo sviluppo e investimenti in agricoltura, commercio, e produzione industriale) ha indotto – spiega il quotidiano di Singapore – una nuova ondata di “febbre africana in Cina”. Le testimonianze raccolte quell’anno suggeriscono un “aumento tangibile” – sebbene non quantificato – del numero di aziende e cittadini cinesi nel continente rispetto al 2023. 

Molti degli ultimi arrivati sono giovani imprenditori della classe media in cerca di una seconda opportunità. Quindi non stiamo più parlando dei giovanissimi alle prime armi dell’immediato post-Covid. Bensì di persone di successo, con esperienza, capitali e competenze tecniche. Ma che, a causa della trasformazione strutturale dell’economia cinese e la crescente competizione sul mercato interno, non trovano più spazio nei comparti di loro competenza. Chi aveva interessi nell’immobiliare cinese sta reinvestendo nei parchi industriali dell’Africa, dove i settori della trasformazione alimentare, dell’abbigliamento, e dei trasporti presentano ancora ampio margine di crescita e guadagno. In alcuni casi, il continente viene invece scelto come “ripiego” per compensare la progressiva chiusura dei mercati occidentali e l’instabilità del Medio Oriente. 

La differenza principale tra la vecchia e l’attuale ondata migratoria è che oggi i cinesi “sono costretti da circostanze interne ed esterne a trasferirsi all’estero altrimenti verranno eliminati”, commenta Liu Jisen, presidente esecutivo dell’Istituto per gli Studi africani presso l’Università di studi stranieri del Guangdong (GDUFS). L’elemento di continuità sta invece nella natura temporanea del soggiorno africano: dura giusto il tempo necessario a fare soldi. L’obiettivo finale resta quasi sempre riuscire a tornare in Cina, magari per mettere su famiglia.

Nonostante queste premesse, il livello di istruzione più elevato dei nuovi arrivati lascia intravedere in futuro una maggiore integrazione sociale con le popolazioni locali. Anche considerato il progressivo spostamento dei giovani expat cinesi verso attività urbane, laddove le precedenti generazioni conducevano una vita semi-reclusa intorno ai cantieri e agli impianti minerari. Qualche sforzo conoscitivo già c’è: sono sempre di più i vlogger su Bilibili e Kuaishou a informare i connazionali su costumi e usanze dei paesi d’adozione. Quest’anno ha fatto molto discutere sui social il memoir “1001 giorni di cemento in Africa: una storia di modernizzazione” (《在非洲打灰的1001天:一个现代化的故事》), in cui Cao Fengze, dottore di ricerca in ingegneria civile presso la prestigiosa Università Tsinghua, racconta i tre anni trascorsi in Tanzania a lavorare a un progetto idroelettrico. Oltre a motivare la decisione di lasciare la Cina, il trentenne si sofferma sui risvolti umani dell’esperienza. Tra le altre cose, confessa la difficoltà incontrata nel comprendere alcuni atteggiamenti dei lavoratori africani, interessati solo ai bonus anziché a ottenere maggiori tutele, come l’assicurazione sanitaria e altre forme di previdenza sociale.

Per quanto meno frequenti, gli episodi di razzismo e abusi ai danni dei dipendenti locali continuano a macchiare la reputazione dell’immigrazione cinese nel continente. Chissà che i novelli espatriati non riescano a riparare il danno.

Di Alessandra Colarizi

[Questo articolo è stato scritto per la newsletter di Simone Pieranni Il Partito]