La coalizione di governo perde la maggioranza anche alla Camera alta. Il premier Shigeru Ishiba prova a resistere, ma anche dall’interno del suo partito iniziano le manovre per una possibile sostituzione. In ascesa i sovranisti del Sanseito
Senza una maggioranza, senza un accordo sui dazi, senza il rapporto privilegiato con lo storico alleato americano, senza stabilità. Il Giappone piomba nell’incertezza, dopo un voto che per la prima volta dal 1955 priva una coalizione di governo guidata dai conservatori del Partito liberaldemocratico (Pld) di una maggioranza in entrambe le camere della dieta. Le forze di governo hanno ottenuto solo 47 dei 125 seggi a disposizione nelle elezioni per la Camera alta di domenica, tre in meno del minimo indispensabile, contro i 78 conquistati da una variegata opposizione. Una batosta storica nella sostanza, ma che nella forma sembrava destinata ad assumere proporzioni ancora peggiori dopo i drammatici exit poll di domenica sera e i primi dati ufficiali della notte. “Accetto solennemente il risultato ma continuerò ad adempiere alle mie responsabilità”, ha dichiarato a conteggio ancora in corso Shigeru Ishiba. Il premier, debole sin dal precoce voto per la Camera bassa dello scorso autunno, che ha interrotto una luna di miele mai iniziata dopo che l’outsider moderato è stato chiamato a prendere il posto di Fumio Kishida, travolto da uno scandalo sui finanziamenti.
Nonostante il tonfo del Pld, non ne ha approfittato il Partito costituzionale democratico. Il tradizionale rivale progressista non ha infatti guadagnato alcun seggio, al contrario di forze meno tradizionali come i conservatori populisti del Partito Democratico del Popolo e, soprattutto, i sovranisti del Sanseito. Nato negli ambienti cospirazionisti di youtube ha aumentato di sette volte le poltrone, passate da due a 14. Il Sanseito è stato molto votato tra i giovani insoddisfatti dalla ormai lunga fase di stagnazione economica e attratti dai toni nazionalisti e anti immigrati del partito, che con lo slogan “i giapponesi prima di tutto” si ispira apertamente a Donald Trump. Entra in parlamento anche Saya, il volto femminile di una forza politica il cui leader (Sohei Kamiya) definisce la parità di genere “un errore che incoraggia le donne a lavorare invece di fare figli”. Nessuna conseguenza per la 43enne ex cantante jazz dopo la contestata intervista all’agenzia governativa russa Sputnik. Anzi, nella sua circoscrizione di Tokyo Saya ha ottenuto oltre 650mila voti.
Secondo i media giapponesi, la sconfitta della maggioranza è dovuta alla sfiducia causata dagli scandali sui finanziamenti degli scorsi anni e soprattutto all’insoddisfazione verso le politiche economiche del governo, che ha rifiutato la proposta dell’opposizione di tagliare la tassa dei consumi nonostante l’alta inflazione e i bassi salari.
Ishiba non intende lasciare. “Siamo impegnati in negoziati estremamente critici con gli Stati uniti, non possiamo rovinarli”, ha spiegato, in riferimento ai dazi del 25% che senza un’intesa entreranno in vigore dal primo agosto, aggiungendosi a quelli già in vigore sul cruciale settore auto. Ma lo scenario appare assai ostile al premier. Trump potrebbe prendere tempo prima di trattare e aspettare il crollo di Ishiba, con cui non ha mai legato e da cui anzi è stato infastidito per la linea intransigente (anche a causa del clima elettorale) sul negoziato commerciale. Per di più, con un governo di minoranza diventa anche più difficile immaginare la possibilità di concessioni significative da parte di Tokyo.
Difficile che si arrivi a nuovi ingressi nella coalizione: Ishiba pare costretto a cercare di governare in minoranza cercando consenso volta per volta sui singoli temi. Ma l’ipotesi di nuove elezioni anticipate è tutt’altro che da escludere. Non solo l’opposizione, ma anche l’ala radicale della maggioranza preme per le dimissioni. Su tutti l’ex premier Taro Aso. “Non consentirò a Ishiba di continuare a governare”, ha dichiarato. C’è chi immagina un possibile ritorno di Kishida, mentre si muove già l’ultranazionalista Sanae Takaichi, a suo tempo vicinissima al potente Shinzo Abe. In molti, nella maggioranza, sono convinti che tornando con decisione a destra si possa tamponare l’ascesa del Sanseito.
Saranno settimane e mesi turbolenti, per un Giappone che esce dal suo stabile grigiore per entrare in una inquieta incertezza, tra un contesto internazionale ostile e un malessere interno venuto allo scoperto.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
