Lo scorso 12 dicembre ha aperto la Biennale di Kochi-Muziris (Kerala, India), evento sempre più cruciale tra le sedi espositive del contesto Sud asiatico. La sesta edizione intitolata “For the Time Being” inaugura un programma di 110 giorni
Lo scorso 12 dicembre ha aperto la Biennale di Kochi-Muziris (Kerala, India), evento sempre più cruciale tra le sedi espositive del contesto Sud asiatico. La sesta edizione intitolata “For the Time Being” inaugura un programma di 110 giorni di arte, superando le diverse controversie sindacali ed istituzionali, i ritardi organizzativi e finanziari. La visione curatoriale di quest’anno promette infatti di ospitare ben 66 progetti da oltre 25 paesi: l’obiettivo è riflettere sul processo artistico, sul “segno” del corpo “come archivio di memoria e materialità, luogo d’incontro e testimone della temporalità”.
Come racconta Nikhil Chopra, rinomato artista e curatore dell’edizione insieme a HH Art Spaces, i prossimi mesi saranno dedicati a “stimolare il dibattito sull’essere umani, dal punto di vista poetico e politico, in un luogo in cui l’antico, il moderno e il contemporaneo sono sempre stati in dialogo critico tra loro, con il desiderio di trasformare le idee e la conoscenza in saggezza”.

La Biennale (KMB) fin dalla sua recente fondazione (2012) ha sfidato radicalmente il panorama artistico indiano e internazionale: dalla promozione del nuovo modello di “artista-curatore” agli ideali di accessibilità dell’evento, rappresenta uno spazio di sperimentazione che si integra perfettamente nel discorso del mondo dell’arte globale. La “spinta dal basso” di artisti e curatori indipendenti che ha stimolato la nascita di questa piattaforma di dialogo artistico, sceglie la città di Kochi (o Cochin), capitale culturale e storica dello stato del Kerala.
Infatti, la KMB si ispira profondamente alla Biennale di Venezia. L’accento viene posto sulla componente storica ed identitaria della città: la piccola isola di Fort Kochi che ospitava uffici ed edifici in disuso, risultano come luoghi ideali da riabilitare per l’esposizione —al modo stesso delle corderie dell’Arsenale veneziano. Affine è anche l’idea di una Biennale “diffusa”, che non concentri gli eventi una unica sede, ma che si sviluppi in vari padiglioni (quest’anno ben 22) distribuiti per la città, accessibile, sostenibile e che protegga il patrimonio architettonico locale.
Le analogie con Venezia cessano di fronte al tema della fruibilità degli spettatori: anche chiamata “Biennale dei Popoli”, essa mira a raggiungere un pubblico ampio ed eterogeneo e per questo decide di agevolare il prezzo del biglietto pur offrendo un fitto programma di conferenze, spettacoli, concerti, lectures, workshop, incontri con artisti, curatori, critici e molto altro.

Essendo così legata al territorio che la ospita è intrisa del rimbalzo tra le politiche locali e nazionali: esiste difatti grande distanza ideologica dalla direzione presa dal governo nazionale nell’ultimo decennio. Nello stato del Kerala esiste infatti una lunga tradizione politica di sinistra, e l’anti-nazionalismo continua ad essere sostenuto ed amplificato attraverso l’arte, che “diventa la chiave della resistenza”.
Il quadro politico-organizzativo della KMB resta però tutt’altro che risolto. Nel 2018 l’edizione è segnata da proteste dei lavoratori non pagati e dalle dimissioni del co-fondatore Riyas Komu per accuse di molestie sessuali. Nel 2022 l’apertura viene rinviata di due settimane a causa di tensioni con sponsor, promesse di riforma della governance e verifiche amministrative, evidenziando una crisi strutturale. Anche quest’anno sono emerse nuove criticità organizzative e una cattiva gestione del piano finanziario, al punto che si vociferava un possibile annullamento, dovuto all’indisponibilità di una delle sedi centrali (l’Aspinwall House) e del budget previsto.
Nonostante le ormai tradizionali complicazioni che accompagnano una Biennale nata “da zero” in una città non centrale per l’arte contemporanea, vince di nuovo le sfide politiche e sociali, coinvolge la comunità, agisce come forza progressista promuovendo l’emancipazione identitaria. Kochi non si limita ad offrire arte e spettacolo, ma una piattaforma espositiva esemplare che appartiene all’India indipendente. Si può così collocare la KMB in un continuum della consapevolezza culturale del Kerala che annienta i processi di “esotizzazione” a favore dello scambio locale, regionale e globale di diverse forme di produzione artistica senza classificazioni gerarchiche.
Quest’anno grandi nomi internazionali sono affiancati ad artisti affermati –contemporanei o scomparsi– e a voci emergenti provenienti dall’Asia meridionale (quasi il 70% della mostra). L’obiettivo è di creare un ponte tra la scena artistica globale e il contesto indiano, includendo diverse narrazioni che stimolino la riflessione sul tempo, la memoria e la presenza. Chopra racconta così i protagonisti della mostra: “si sente davvero che sono lì –dietro la macchina fotografica, sulla tela, attivamente presenti.”

Le prime settimane di apertura al pubblico hanno registrato un grande entusiasmo, sia da parte dei partecipanti locali sia internazionali, che hanno percepito l’edizione come un vero e proprio “ecosistema vivente”, capace di favorire un’esposizione “delicata, tangibile e aperta”, a discapito della meticolosità formale del mondo dell’opera d’arte.
“For the Time Being” significa amicizia, dissenso e cura. Le opere lasciano tracce e rimangono “vitali” anche se non permanenti. È attraverso le relazioni, la condivisione e il dialogo che nei prossimi mesi la Biennale mostrerà come l’arte possa favorire un cambiamento sociale, promuovendo tolleranza e la valorizzazione di identità diverse.
Di Marta Varini
