Dietro un giardino imperiale, un fiore o un albero simbolo si nascondono spesso conquiste, memorie e identità contese. Il libro di Ilaria Maria Sala mostra come il potere provi a trasformare la natura in uno strumento di legittimazione
Il Giardino della Luminosità Perfetta doveva convincere soprattutto chi non era convinto. I Qing avevano conquistato il trono cinese con le armi. Restava da conquistare qualcosa di meno visibile. La legittimità. Per questo fecero costruire un giardino che riproduceva i paesaggi della Cina classica, quelli celebrati dalla pittura e dalla poesia. Non bastava governare la Cina. Bisognava apparire i suoi interpreti più autentici.
Da qui parte Flower Power. E già dalle prime pagine è chiaro che non è solo un libro sui fiori. È un libro su come gli Stati provino continuamente a trasformare la natura in un’estensione del proprio potere. “Per i potenti, spesso, un fiore è utile come marchio e come illusione che la violenza con cui vengono conquistati regni e imperi possa essere smussata scegliendo un fiore come simbolo”. Ilaria Maria Sala costruisce il suo nuovo libro seguendo questa intuizione. Ogni capitolo prende un elemento del paesaggio e ne ricostruisce la biografia politica. Un giardino imperiale. Un’orchidea. Un bocciolo di pruno. Un gelsomino. Una ninfea. Un filare di alberi. Mai semplice addobbo, i fiori sono molto di più e concorrono a fissare i rapporti di forza.
L’Asia è il terreno ideale per questo esercizio. La costruzione delle identità nazionali continua a intrecciarsi con l’eredità del colonialismo, la competizione fra potenze e il ritorno dei nazionalismi. I simboli cambiano funzione insieme agli equilibri politici. Il risultato è che un’orchidea a Singapore racconta il nation branding molto meglio di una teoria sul soft power. Una ninfea nello Sri Lanka finisce per parlare di maggioranze religiose ed esclusione. Un giardino di Lahore diventa il punto di incontro fra impero Mughal, degrado ambientale e urbanizzazione.
A Taiwan, il fiore di pruno racconta una precisa idea dell’isola. Quella costruita dal Kuomintang dopo il 1949, quando la Repubblica di Cina trasferì il proprio governo a Taipei continuando a rivendicare la sovranità sull’intera Cina. I simboli statali continuano a conservare quella memoria, anche se nel 2014 irrompono i girasoli. Una sorta di contro-simbolo, emerso spontaneamente dalle proteste giovanili contro l’accordo commerciale tra il governo dell’allora presidente Ma Ying-jeou e Pechino. Da allora convivono due simboli. Più che due fiori, due identità.
Hong Kong, sede del prezioso lavoro giornalistico di Sala, ha scelto invece come emblema una bauhinia ibrida e sterile. Nata in epoca coloniale, oggi campeggia su una bandiera diventata intoccabile dopo l’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale. L’organismo resta identico. Cambia il potere che ne decide il significato.
A Singapore, l’orchidea diventa uno strumento di diplomazia e di costruzione dell’immagine internazionale. Nello Sri Lanka la ninfea viene incorporata nella narrazione della maggioranza buddhista. In Pakistan i giardini Mughal aprono invece una riflessione sul rapporto fra patrimonio storico e crisi ambientale. Ogni volta il paesaggio racconta una diversa modalità di esercizio del potere.
Sala evita di attribuire alla natura un’innocenza originale: il problema non sono i simboli, è l’uso che ne fanno gli esseri umani. “Nel nostro amare e utilizzare giardini, fiori e piante siamo sempre vittime di noi stessi, della nostra politica, delle nostre smanie di conquista e controllo”, scrive l’autrice, che si interroga ancora una volta sui metodi di costruzione di una narrazione nazionale. Come il potere seleziona ciò che merita di essere ricordato.
Il libro arriva in un momento in cui la politica, asiatica e non solo, torna ovunque a cercare simboli. Bandiere, inni, monumenti, memorie nazionali. Flower Power suggerisce di aggiungerne altri alla lista. I giardini. Gli alberi. I fiori. Solo apparentemente marginali. Proprio per questo, spesso più efficaci di qualsiasi discorso ufficiale.
Di Lorenzo Lamperti
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
