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“Un’isola sola e un confine che la attraversa mentre molta gente prova ad attraversarlo. Timor, le sue colonizzazioni, gli scontri fratricidi, le lingue e una civiltà antica. Chi può narrarli se non le donne e gli uomini del posto?”
– Utopia Editore
Siamo in libreria, ci salta all’occhio una copertina arancio terra, con al centro l’immagine del volto di un uomo coperto da farfalle, fissate da sottili spilli. Il titolo dell’opera è “Gente di Timor”, e ci accorgiamo che si tratta di letteratura indonesiana. Il nome dello scrittore, Felix Nesi, non ci suona familiare, così come non è immediata la connessione che ci fa allacciare la parola “Timor” all’Indonesia (ma Timor non era uno stato a parte?). Tuttavia, questo insieme di elementi potrebbe incuriosirci a tal punto da farci uscire dalla libreria con queste pagine in borsa: si rivelerà un’ottima scelta.
“Gente di Timor” (206 pagine), pubblicato da Utopia Editore, è un romanzo che si potrebbe immaginare come uno di quei grandi affreschi corali in cui ciascuno dei personaggi si muove autonomamente pur rimanendo in dialogo con gli altri. A tenerli insieme, talvolta forzatamente, restano i confini netti dell’affresco stesso, che nel nostro caso sono quelli dell’isola di Timor.
Geograficamente, Timor fa parte delle isole della Sonda minore, nell’area del Sud-est asiatico insulare, ma è politicamente divisa in due parti. La porzione occidentale appartiene all’Indonesia, mentre quella orientale costituisce lo stato di Timor-Leste.
L’isola era infatti storicamente spartita tra due potenze coloniali: i Paesi Bassi controllavano la parte occidentale, mentre il Portogallo ha amministrato la parte orientale fino al 1975. L’Indonesia, che era già indipendente dal ‘45, decise di subentrare in quel vuoto di potere lasciato dai portoghesi, violando le aspirazioni indipendentiste del territorio e cercando di annetterlo (se ti interessa approfondire la questione, ne abbiamo parlato qui).
I personaggi di Nesi sono iscritti in questo contesto storico, e non sono immuni dal turbamento che le vicende politiche fanno nascere in loro.
Già dal primo capitolo ci viene presentato il sergente Ipi, che lavora nel villaggio fittizio di Oetimu, nella parte occidentale di Timor, dove tutti lo rispettano e lo temono.
La sua genealogia rivela l’ossequio che gli viene rivolto dai compaesani.
Ipi è stato cresciuto infatti da am Siki, un uomo molto rispettato poiché durante l’assedio giapponese dell’isola (sì, gli ennesimi colonizzatori) era riuscito a distruggere un campo da lavoro e a liberare i suoi compagni prigionieri.
La madre di Ipi, Laura, è invece una donna portoghese che si trova suo malgrado coinvolta nella repressione comunista ordinata dal regime indonesiano a Dili (Timor orientale), e che giungerà da fuggitiva, ormai senz’anima, a Oetimu, dove riceverà le cure necessarie per partorire.
Questi sono solo alcuni dei protagonisti che incontreremo nelle pagine di Nesi, le cui storie si intrecceranno tra loro passo a passo: solo alla fine della lettura il mosaico si comporrà e riusciremo a guardarlo da lontano per apprezzarlo nella sua totalità.
La storia si dipana in un lasso temporale abbastanza lungo, nel quale l’autore si muove liberamente, intrecciando le decadi e mostrandoci con un certo senso ironico che tutti i padroni, per quanto diversi, si somigliano.
Fu in quella occasione che il ragazzo venne a sapere che non c’erano più giapponesi nel paese.
E gli olandesi?… Chiese.
«Stessa cosa. Non ci sono più olandesi qui. Non siamo più Timor olandese».
«Allora di chi è la bandiera appesa? Quella strana bandiera è il vessillo del vostro regno?», continuò lui.
«È la bandiera dell’Indonesia», gli risposero i presenti. «Oggi siamo parte dell’Indonesia orientale».
Ad am Siki sorsero dei dubbi sull’aspetto dell’esercito indonesiano. Sarebbero stati bianchi come gli olandesi o gialli come i nipponici? Amavano mettere le persone l’una contro l’altra o erano dediti allo stupro delle cavalle? Gli indonesiani parlano la lingua uab meto?… Chiese.
«Certo che no», risposero. «Ma ora abbiamo una nuova lingua, la bahasa Indonesia. Se vuoi impararla, all’inizio di ogni mese tengono un corso in questo lopo».
Udendo quelle parole, am Siki avvertì una stretta al petto. Si rattristò, perché gli stranieri continuavano ad andare e a venire, ma nessuno voleva imparare a parlare bene la lingua del posto. Erano sempre i timoresi a dover studiare il significato degli strani suoni che uscivano dalla bocca dei forestieri: portoghesi, olandesi, giapponesi, e ora anche questi indonesiani.
“Gente di Timor” (p.39-40)
In un Paese come l’Italia, dove le statistiche raccontano di tassi di lettura molto bassi, accostarsi alla letteratura asiatica è già, di per sé, una pratica non convenzionale. Ma se l’anticonformismo fa parte della vostra sensibilità, la poetica di Felix Nesi si rivelerà una scoperta decisamente affascinante.
A cura della traduttrice di “Gente di Timor”, Elena Ricchitelli
