Il Far East Film Festival di Udine ha toccato anche un tema ancora sorprendentemente poco esplorato dal cinema contemporaneo: il fenomeno della diaspora tra le nuove generazioni di giovani cinesi. Jet Lag in Summer è il primo lungometraggio del regista cinese Yan Kunao (2025, Cina, 93’)
Ambientato nel periodo della pandemia, Jet Lag In Summer narra di due ragazzi cinesi che vivono a New York: Pingu, interpretato dal regista Yan Kunao stesso, e Jiaqi. Pingu è un giovane regista che desidera vivere e fare carriera negli Stati Uniti; Jiaqi è un’aspirante production designer intenzionata a tornare in Cina anche per la nostalgia verso il proprio paese d’origine.
A causa dei diversi obiettivi, le loro strade si separano: Pingu resta a New York, mentre Jiaqi rimane bloccata a Los Angeles poiché, a causa del COVID-19, i voli per la Cina vengono cancellati. Da qui in poi lo spettatore si trova a seguire due linee narrative differenti in due spazi geografici diversi.
Emergono fin dall’inizio in modo evidente le tematiche dell’isolamento e dell’incomunicabilità. Infatti, nonostante condividano una relazione, i due giovani protagonisti appaiono sempre visualmente separati. Le interazioni tra i due sono caratterizzate da freddezza emotiva, sottolineata spesso dalla scelta di disporli ai lati opposti dell’inquadratura, o in inquadrature separate, fino ad arrivare alla scissione delle loro linee narrative nel momento della partenza di Jiaqi. Scelte che evidenziano ulteriormente il distacco e la differenza di prospettive tra i due personaggi.
Nelle distinte linee spazio-temporali, i due protagonisti incontrano figure vaghe, liminali e sfuggenti, riflesso e proiezione delle proprie ambizioni e dei loro desideri. Le immagini di spazi anch’essi liminali e di non-luoghi immensi e vuoti, come autostrade e aeroporti, intervallano una narrazione in cui il senso di spaesamento colloca la storia in una dimensione sospesa, che dà allo spettatore la percezione di poter essere allo stesso tempo ovunque e da nessuna parte.
Il regista Yan Kunao spiega come, attraverso questo senso di disorientamento, abbia voluto trasmettere la sua intima idea di smarrimento e di precarietà dei giovani registi in diaspora e insita nel mondo del lavoro in generale. Un senso di stallo e confusione a cui il COVID ha aggiunto una realtà fisica e concreta.
Se, da un lato, la problematicità giovanile nel cercare di affrontare le difficoltà dell’ingresso nel mondo del lavoro e all’estero rende la storia universale e non necessariamente connotata, essa viene raccontata dal punto di vista di un giovane regista emergente cinese in diaspora, che ha impersonato e vissuto la crisi del suo stesso personaggio.
Il titolo originale dell’opera sembrerebbe, infatti, alludere in maniera sottile a questo senso di smarrimento e, forse, di disillusione rispetto a un passato che riponeva le proprie speranze nei giovani e nel loro futuro. Infatti, 九八点钟 jiu ba dianzhong, “tra le otto e le nove del mattino”, fa riferimento ad un’espressione utilizzata da Mao Zedong nel 1957, 九八点钟的太阳 jiu ba dianzhong de taiyang “il sole delle otto/nove del mattino”, che veniva paragonato alla gioventù vigorosa e piena di energia a cui, all’epoca, si sperava di affidare il mondo.
A cura di Anna Sandroni
