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Elefanti a parte – Vande Mataram: una canzone per tutti e tutte

In Economia, Politica e Società, Elefanti a parte by Matteo Miavaldi

Tra i banchi del parlamento tiene banco una freschissima diatriba su Vande Mataram, la “canzone nazionale” della Repubblica indiana (da non confondersi con l’inno nazionale, Jana Gana Mana).

Da qualche giorno si è aperta la sessione invernale del parlamento federale indiano, uno dei tra appuntamenti all’anno in cui deputati e deputate di tutta l’India si ritrovano a Delhi per discutere e legiferare.

Di temi meritevoli dell’attenzione del parlamento indiano, anche solo prendendo in considerazione le ultime settimane, ce ne sarebbero a bizzeffe: la diseguaglianza tra ricchi e poveri che continua a crescere, il casino della compagnia aerea low cost Indigo che ha cancellato migliaia di voli lasciando a terra decine di migliaia di persone, le stime di crescita del Pil nazionale che secondo il governo superano l’8% e secondo alcuni economisti sarebbero gonfiatissime. 

Invece tra i banchi del parlamento tiene banco una freschissima diatriba su Vande Mataram, la “canzone nazionale” della Repubblica indiana (da non confondersi con l’inno nazionale, Jana Gana Mana).

È una discussione che molti osservatori indiani hanno derubricato come arma di distrazione di massa, uno dei tanti modi in cui il governo della destra hindu persegue l’obiettivo di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica dai temi “importanti”, saturando lo spazio del dibattito nazionale su questioni tutto sommato risibili.

Posizione molto condivisibile ma, credo, un po’ assolutoria nei confronti di una rivoluzione che dal 2014, cioè dall’inizio del primo mandato del premier Narendra Modi, sta investendo il paese più popoloso del mondo. Una rivoluzione non solo politica ma, soprattutto, culturale e identitaria, agita attraverso una sistematica rilettura del passato (“cos’era l’India prima”) per porre le basi del futuro prossimo (“cosa sarà l’India domani”).

In questo senso il 150esimo anniversario del poema Vande Mataram, scritto nel 1875 dall’autore bengalese Bankim Chandra Chattopadhyay e inserito nel suo romanzo Anandmath nel 1882, è stato colto al balzo dalla destra hindu per proseguire nella costruzione di un’idea di India sempre meno inclusiva e laica, a misura di nazionalismo hindu.

Vande Mataram, nella sua forma canora musicata dal premio Nobel per la letteratura Rabindranath Tagore, durante la lotta per l’indipendenza dalla corona britannica era diventata l’inno di battaglia del movimento swadeshi, l’insieme delle campagne anticoloniali guidate dal partito Indian national congress (Inc) che portò all’indipendenza del 1947. La canzone comprende le sole prime due strofe del poema, dove si elencano le meraviglie di una terra rigogliosa identificata nella Madrepatria, una personificazione pseudo-divina del territorio per cui lottavano milioni di freedom fighter di ogni estrazione sociale, culturale, politica e religiosa.

Dopo l’indipendenza, il primo governo dell’India – guidato dall’Inc con Jawaharlal Nehru primo ministro – ufficialmente riconosce a Vande Mataram lo status di “canzone nazionale”, affiancata a Jana Gana Mana, l’inno nazionale scritto e musicato sempre da Rabindranath Tagore.

150 anni dopo, il governo attualmente in carica ha promosso una serie di iniziative ufficiali per celebrare l’anniversario di Vande Mataram, non solo nella sua forma canzone, ma nella forma poema pubblicata all’interno di Anandmath, romanzo che descrive la rivolta di un gruppo di freedom fighter hindu contro gli occupanti britannici in Bengala, che alla fine del diciannovesimo secolo era formalmente governato da un nawab musulmano ma, a tutti gli effetti, gestito dalla britannica Compagnia delle Indie orientali.

In questo contesto l’intera vicenda di Anandmath si sviluppa con toni fortemente hindu, identificando nell’amministrazione musulmana e nella forza di occupazione brtiannica i nemici da sconfiggere e cacciare dalla Madrepatria.

È una posizione che si riflette anche nel poema Vande Mataram, che nella sua versione originaria contiene sia le due strofe di ode alla Madrepatria, sia una serie di riferimenti bellici e cruenti in cui si preannuncia la furia marziale degli hindu contro i nemici della patria (musulmani e britannici): si parla esplicitamente di clangore di spade, sangue, urla di guerra, facendo riferimento a tre divinità del pantheon hindu (Durga, Lakshmi e Saraswati).

Ora, la polemica sollevata dal governo in carica nel 2025 in India è grossomodo la seguente: l’Inc aveva deciso di troncare il poema originale, tenendo solo le prime due strofe, soccombendo alle pressioni della comunità musulmana che non si riconosceva nel resto di Vande Mataram; e questo avrebbe portato direttamente alla partizione dell’India e alla nascita del Pakistan (lo hanno detto in parlamento sia Narendra Modi sia altri vertici del Bharatiya janata party, il partito della destra hindu al potere).

E quindi, a 150 anni dalla redazione del poema, il governo invita a reintrodurre nella canzone nazionale tutte le strofe del Vande Mataram originale per reinstillare nella popolazione quell’orgoglio patriottico perduto per colpa dell’Inc.

Che la modifica del testo di Vande Mataram abbia portato direttamente alla partizione dell’India è un’assurdità talmente palese da non meritare ulteriori approfondimenti. È interessante invece ripercorrere l’iter che ha portato alla formulazione di Vande Mataram in forma canzone, cosa che fa egregiamente la storica Mridula Mukherjee in questa bella intervista con Karan Thapar su The Wire 

Mukherjee spiega che fin dalla fine del diciannovesimo secolo, per acquisendo una notorietà enorme in bengala nella forma canzone musicata da Tagore, il carattere settario del poema Vande Mataram aveva indispettito numerose componenti del movimento d’indipendenza, specie quella musulmana, per cui era impossibile riconoscersi nelle porzioni di poema dedicate a divinità hindu (peraltro scagliate contro “i nemici” del romanzo Anandmath, cioè i musulmani).

Per questo l’Indian national congress decise di consultare alcune tra le personalità più autorevoli del movimento per l’indipendenza proprio per trovare un modo per coniugare lo spirito rivoluzionario di Vande Mataram con il carattere multiculturale e multiconfessionale del movimento per l’indipendenza. Lo fa nel 1937, portando la questione di fronte a un comitato interno formato da Jawaharlal Nehru (che sarà primo ministro nel 1947), Rabindranath Tagore (già premio Nobel per la letteratura), Subash Chandra Bose (eroe dell’indipendenza, bengalese, afferente all’ala nazionalista più “di destra” del movimento), Acharya Dev (rappresentante dell’ala socialista del congress) e Maulana Azad (rappresentante della componente musulmana del congress). 

La posizione di Tagore mette d’accordo tutti: per non alienare una parte considerevole del movimento per l’indipendenza, propone di codificare la canzone Vande Mataram utilizzando le sole due strofe iniziali – peraltro quelle già più note e cantate dalla popolazione – evitando riferimenti nazionalisti hindu.

Il resto è Storia: il comitato promuove la linea Tagore, Vande Mataram gode di una popolarità immensa prima in Bengala e poi nel resto del subcontinente, viene tradotta in decine di lingue indiane e ancora oggi è considerata l’inno ufficiale della lotta per l’indipendenza.

Col senno di poi, quella del comitato può essere giudicata come una scelta particolarmente vincente, proprio nell’ottica di immaginare un grande paese indipendente dalla corona britannica dove chiunque, pur mantenendo le differenze culturali, religiose ed etniche, avrebbe potuto sentirsi a casa.

Un’idea di India molto diversa da quella che la classe dirigente al potere dal 2014 intende costruire.

Di Matteo Miavaldi