La guerra dell’acqua si intensifica: l’India rigetta l’arbitrato dell’Aia sul Trattato delle acque dell’Indo, ma questo potrebbe creare un pericoloso effetto boomerang
Si riaccende lo scontro per l’acqua dei fiumi tra India e Pakistan. Lo scorso primo settembre si è pronunciata anche la Corte permanente di arbitrato dell’Aia per sbrogliare il nodo della sospensione del Trattato delle acque dell’Indo, dichiarandolo ancora pienamente in vigore e richiamando Nuova Delhi al rispetto di esso.
L’Aia ha infatti ha stabilito in modo perentorio che l’India non ha alcuna giustificazione legale per aver sospeso unilateralmente il trattato, una misura intrapresa all’indomani del attacco terroristico di Pahalgam dell’aprile 2025, accusando il Pakistan di dare rifugio ai terroristi legati a Lashkar-e-Tayiba. Secondo la corte di arbitrato, nel diritto internazionale non sono previste clausole per rescindere dal trattato, nemmeno per questioni legate alla sovranità, al terrorismo o qualunque cambiamento delle circostanze geopolitiche tra i due paesi firmatari.
La Corte permanente di arbitrato, oltre a pronunciarsi sulla validità del trattato, ha imposto la sospensione immediata dei lavori presso l’impianto idroelettrico di Ratle sul fiume Chenab fino a luglio 2027, ossia fino a quando l’esperto neutrale della Banca Mondiale pubblicherà la sua decisione finale sul progetto. Inoltre, in caso di qualunque cambiamento sulla tabella di marcia del progetto, questo dovrà essere comunicato all’esperto della banca mondiale, alla corte e al Pakistan.
Il Ministero degli Affari Esteri indiano, dal canto suo, rifiuta categoricamente la sentenza, dichiarando che la corte non ha alcun diritto ad intervenire sulle decisioni riguardanti il trattato, in quanto organo internazionale non riconosciuto dall’India e “costituito dalla Banca Mondiale in maniera illegale”.
La Corte permamente di arbitrato, però, è un organo delle Nazioni Unite e l’arbitrato è un meccanismo di risoluzione delle controversie previsto dal Trattato delle Acque dell’Indo, così come l’intervento dell’esperto neutrale della Banca mondiale.
Non si è fatta attendere la reazione pakistana, infatti il 2 settembre durante una conferenza stampa il portavoce del ministero degli esteri pakistano Tahir Hussain Andrabi ha ribadito: “ L’India non può considerare il diritto internazionale come una questione di convenienza, invocandolo quando le fa comodo e ignorandolo quando le risulta scomodo (…) in una regione così delicata come l’Asia meridionale, l’unilateralismo nella gestione delle acque transfrontaliere è particolarmente preoccupante e ostile alla pace e alla stabilità”.
Ha inoltre aggiunto che questa inosservanza da parte dell’India ha creato un pericoloso precedente per la regione, in quanto metterebbe in dubbio l’importanza dei trattati e indurre gli altri paese a non fidarsi più dei meccanismi esistenti per risolvere le dispute internazionali.
Questa escalation diplomatica richiama a quanto accaduto durante le fasi più acute della crisi del 2025 quando, in risposta alla sospensione del Trattato delle acque dell’Indo, il Pakistan congelò il Trattato di Simla, il quale regola la frontiera indo-pakistana Loc (Line of Control) e impegna i due paesi alla risoluzione delle dispute tramite canali diplomatici. Inoltre, come forma di ritorsione, Islamabad chiuse il proprio spazio aereo ai voli indiani, causando gravi disagi economici e operativi. Per esempio, lo scorso 29 agosto il volo del Pm indiano Narendra Modi da New Delhi a Tashkent impiegò quasi otto ore invece che due, dovendo passare dal Bangladesh, Myanmar e Cina.
Sempre nell’agosto 2026, il primo ministro pakistano Sharif alzò ulteriormente il tiro, definendo la questione delle acque una “linea rossa” per la sicurezza nazionale e avvertendo che qualsiasi tentativo di deviazione o blocco dei flussi sarà considerato un atto di guerra.
Le reazioni di Islamabad sottolineano la sua estrema vulnerabilità: il paese infatti è fortemente dipendente dalle acque dell’Indo per l’agricoltura e il generale approvvigionamento idrico. Circa il 90% della popolazione pakistana dipende dalle acque dell’Indo.
Dall’altra parte l’India deve fare i conti con i limiti tecnici dei suoi progetti, infatti ad oggi il paese possiede impianti con una capacità limitata d’accumulo. Deviare o bloccare i flussi fluviali richiederebbe anni, se non decenni, di lavori e di investimenti da miliardi di dollari.
È importante ricordare che la questione va ben oltre le risorse idriche. L’acqua, come ormai ogni risorsa naturale, si è trasformata in leva geopolitica e potrebbe essere un pericoloso boomerang per Nuova Delhi.
A nord, sul fiume Brahmaputra (o Yarlung Tsangpo), la Cina sta realizzando una mega diga idroelettrica da 60 gigawatt per raggiungere gli obiettivi di neutralità carbonica entro il 2030.
Poiché Pechino non ha siglato trattati vincolanti sulle acque transfrontaliere con i paesi a valle (tra cui anche il Bangladesh), lo strappo unilaterale dell’India sul Trattato delle acque dell’Indo offre alla leadership cinese la copertura diplomatica e strategica per esercitare un controllo analogo sui fiumi che alimentano l’India e il Bangladesh.
La vicenda quindi non è un semplice screzio diplomatico limitato a Islamabad e Nuova Delhi, ma potrebbe ampliare la guerra idrica a tutta la regione, già fortemente impattata dal cambiamento climatico. A gennaio un rapporto delle Nazioni Unite ha poi stabilito che il pianeta è ormai entrato in uno stato di bancarotta idrica globale, decretandone l’insolvenza irreversibile in cui i bacini naturali non torneranno mai più ai livelli storici.
Vista la situazione viene naturale chiedersi: può un trattato come quello delle acque dell’Indo, che per sessant’anni ha rappresentato un modello di diplomazia capace di sopravvivere ad ogni controversia, essere ancora lo strumento di risposta alla gestione condivisa delle acque?
La sua struttura risponde alle logiche di metà novecento e non poteva prevedere lo scioglimento dei ghiacciai himalayani, né ai mega-progetti idroelettrici cinesi e indiani. Continuare a gestire questi fallimenti idrologici con strumenti obsoleti e con ritorsioni unilaterali non fa che accelerare il degrado ecologico e innalzare l’asticella del conflitto. Senza una revisione condivisa l’acqua rischia di trasformarsi definitivamente in uno dei principali inneschi di guerra dell’era contemporanea.
di Sara Tanveer
