La prima parte della rivoluzione della Gen Z nepalese si può ritenere conclusa dal 12 settembre 2025, quando il presidente del Nepal Ram Chandra Paudel ha conferito l’incarico di prima ministra ad interim alla ex presidente della Corte suprema Sushila Karki. Ora però si entra in una seconda fase, quella della ricostruzione, che pone davanti al movimento liquido della Gen Z nepalese ostacoli ancora più voluminosi di quelli così brillantemente spazzati via in cinque giorni di rivoluzione.
La prima parte della rivoluzione della Gen Z nepalese si può ritenere conclusa dal 12 settembre 2025, quando il presidente del Nepal Ram Chandra Paudel ha conferito l’incarico di prima ministra ad interim alla ex presidente della Corte suprema Sushila Karki.
In meno di una settimana l’intera classe dirigente che ha governato il Nepal dal 2008, e che apparteneva ai partiti usciti vittoriosi dalla rivoluzione anti-monarchica del 2006, è stata spazzata via da una sommossa improvvisa e inarrestabile: giovani uomini e donne traditi dalla politica familistica e corrotta del Nepal democratico, incapace di sviluppare politiche virtuose in grado di redistribuire la ricchezza nazionale creando posti di lavoro dignitosi.
Per chi è sceso in piazza serviva una tabula rasa, e apparentemente tabula rasa è stata fatta.
Ora però si entra in una seconda fase, quella della ricostruzione, che pone davanti al movimento liquido della Gen Z nepalese ostacoli ancora più voluminosi di quelli così brillantemente spazzati via in cinque giorni di rivoluzione.
Sono problemi di cui si sta già iniziando a discutere nel Paese, poiché il mandato di Karki ha già una scadenza naturale: dopo lo scioglimento del parlamento, si procederà a nuove elezioni previste per marzo 2026, cioè tra sei mesi.
Il primo tema riguarda la capacità di questo movimento senza leader e senza organizzazione di costruire una piattaforma in grado di presentarsi alle urne a marzo e riempire il vuoto di potere scavato dalla rivoluzione. Nei giorni scorsi si sono moltiplicate le promesse dei superstiti dei principali tre partiti nepalesi, i comunisti marxisti-leninisti, i maoisti e il Nepali congress: abbiamo imparato la lezione, siamo cambiati, lavoriamo insieme per costruire un nuovo Nepal come lo desiderate voi Gen Z. Appelli che pare non stiano facendo breccia nella gioventù nepalese, più incline a individuare una guida politica in personalità di un certo rilievo che hanno gravitato intorno o sono parte integrante del movimento.
Tra i tanti nomi che circolano, ritengo che due siano in questo momento quelli da tenere d’occhio: il primo è Sudan Gurung, 38 anni, a capo della ong Hami Nepal, l’organizzazione che ha orchestrato le proteste pacifiche esplose lunedì 8 settembre e ha coordinato sia la comunicazione verso l’esterno del cosiddetto movimento Gen Z, sia la consultazione interna sulla piattaforma Discord (forum utilizzando principalmente dalla comunità dei gamer) per selezionare la candidata alla premiership ad interim del Paese (Karki); il secondo è Balendra “Balen” Shah, 35 anni, ex rapper e al momento sindaco della capitale Kathmandu, carica che ricopre da quando nel 2022 si candidò come indipendente sbaragliando la concorrenza dei partiti tradizionali.
Pare che anche il nome di Balen fosse tra le ipotesi più gettonate dal movimento Gen Z per il posto di pm ad interim ma l’interessato, prima della consultazione online, avrebbe fatto sapere di non essere disponibile, molto probabilmente preparandosi a correre per la premiership vera di marzo 2006.
Il secondo tema è la minaccia del ritorno alla monarchia.
Già lo scorso marzo le forze pro-monarchia erano scese in strada a Kathmandu, indicando che la cura al male della democrazia nepalese corrotta doveva essere una restaurazione nazionale ai vecchi fasti della dinastia Shah, con re Gyanendra (78 anni) pronto a riprendere le redini del paese dopo la cacciata del 2006.
È un campo politico animato da estremisti hindu come Durga Prasai (58 anni), ex imprenditore ed ex maoista, ora portabandiera di chi vorrebbe non solo il ritorno della monarchia, ma far tornare il Nepal un regno hindu, con tanto di emendamento ad hoc alla Costituzione del 2015.
Ora, di tutte le forze politiche colpite dalla rivoluzione Gen Z, i monarchici – che hanno simpatie anche nella pubblica amministrazione e soprattutto nell’esercito – sono gli unici a potersi dire completamente estranei alle ruberie che hanno contraddistinto i governi nepalesi dal 2008 a oggi, banalmente perché non hanno mai governato. E in questo senso l’ascendente che potrebbero esercitare su una parte di giovani manifestanti non è da sottovalutare: la Gen Z ha denunciato “infiltrazioni violente” nel loro movimento pacifico (e i primi sospettati sono proprio i monarchici) e per ora ha respinto l’ipotesi di un ritorno alla monarchia, ma a differenza degli studenti e delle studentesse i monarchici sono organizzati, hanno un leader (re Gyanendra), hanno una struttura e, con ogni probabilità, hanno anche il sostegno della forza politica che da undici anni governa ininterrottamente uno dei due giganti al confine: l’India.
Per ora New Delhi si sta tenendo alla larga da un interventismo manifesto nelle questioni nepalesi – cosa che ad esempio non fece nel 2015, quando sollevò un embargo totale al Nepal per costringerlo a modificare alcune norme costituzionali che non incontravano il favore del governo Modi – ma di certo giudica con favore un cambio radicale di dirigenza a Kathmandu.
Il governo presieduto dall’ex primo ministro KP Sharma Oli (marxisti-leninisti) è stato corresponsabile di un progressivo slittamento del Nepal, sempre più lontano dalla tradizionale sfera di influenza indiana e sempre più vicino a quella cinese.
È della fine del 2024 infatti la firma dell’accordo tra Nepal e Cina per la piena adesione alla Belt and road initative (aka la Nuova via della seta cinese), con annesso impegno di Pechino ad aprire il portafogli per incoraggiare uno sviluppo infrastrutturale funzionale alla rete commerciale della Bri in territorio nepalese.
È quindi un’ottima notizia, per New Delhi, assistere da oltreconfine alla disgregazione di una classe dirigente nepalese che ha agito contro gli interessi geopolitici dell’India. Ritrovarsi tra sei mesi con un regno hindu appena al di là dell’Uttar Pradesh, con figure affini all’estremismo hindu come Durga Prasai possibilmente in posizioni governative apicali, sarebbe un’ottima notizia.
Dall’altra parte del confine, Pechino finora si è limitata ai tradizionali appelli alla pace e all’ordine. Ma i canali formali e informali che la diplomazia cinese utilizza per assicurare che i propri investimenti di medio termine non vadano in fumo saranno sicuramente riattivati a tempo debito, prima dell’esito delle elezioni di marzo 2026.
Questa è una minima parte del quadro complesso che si pone davanti alla rivoluzione della Gen Z nepalese. Hanno una grande occasione davanti a sé, ma dentro e intorno al movimento non manca chi intende sfilare la rivoluzione dalle migliaia di studenti e studentesse che hanno animato – e pagato a caro prezzo, più di 70 morti – queste giornate già entrate nella storia nazionale.
Di Matteo Miavaldi
