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Elefanti a parte – Crisi di Hormuz e lockdown energetico: per il subcontinente indiano la crisi è già realtà

In Asia Meridionale, Economia, Politica e Società, Elefanti a parte by Redazione

A quasi tre mesi dalla chiusura dello stretto di Hormuz, la catena di approvvigionamento petrolifero globale è in forte crisi e non si intravedono segnali di ripresa. I vari paesi del Nord e del Sud globale hanno fatto i conti con la propria dipendenza dai carburanti fossili provenienti dal Golfo Persico e dall’Iran, ma anche con l’impatto che la loro mancanza ha sulla vita quotidiana di miliardi di persone.

Se in Europa si sta solo abbozzando l’implementazione di misure di risparmio di carburante, in Asia Meridionale il lockdown energetico è già una realtà. Per comprendere appieno l’impatto di una delle peggiori crisi energetiche globali sull’Asia Meridionale, è necessario fare un passo indietro e analizzare il grado di dipendenza di ciascun paese dal petrolio dell’Asia Occidentale e le misure compensative adottate dai rispettivi governi.

Pakistan

Uno dei paesi più dipendenti dall’Asia Occidentale è il Pakistan: secondo i dati IEA (International Energy Agency) del 2024, il 78% delle sue importazioni proviene proprio da quella regione e passa dallo Stretto di Hormuz. Il governo di Islamabad ha imposto le misure più restrittive: è stata imposta la settimana lavorativa di quattro giorni per i dipendenti pubblici, lavoro da remoto per i dipendenti del settore privato ove possibile, e orari di apertura ridotti per i bazar, con chiusura alle 20 e alle 22 per i locali e i ristoranti. Quest’ultima misura è stata aspramente criticata dai piccoli commercianti, in quanto la maggior parte della clientela esce di casa proprio nelle ore serali a causa delle temperature estive proibitive, tagliando fuori una fetta sostanziale dei profitti. Anche i funzionari pubblici hanno subito limitazioni, con divieti di viaggi all’estero e di acquisto di nuovi veicoli.

Sri Lanka

Troviamo poi lo Sri Lanka, la cui dipendenza dal petrolio proveniente dall’Asia Occidentale è aumentata, coprendo ormai la metà del suo fabbisogno interno. 

Il paese è già fortemente sotto stress a livello economico dopo la bancarotta del 2022. Dimuthu, un abitante della capitale Colombo ha detto alla BBC: «La scorsa volta [nel 2022] il Paese non aveva soldi per acquistare carburante. Ora il Paese ha i soldi, ma non c’è carburante da acquistare». Una frase che racchiude le contraddizioni e le difficoltà che sta affrontando lo Sri Lanka nella sua ripresa economica.

Per far fronte alla situazione, il governo ha chiuso uffici pubblici e scuole il mercoledì, dichiarandolo giorno di festa, e ha implementato un meccanismo di razionamento del carburante basato su un QR code obbligatorio per tutti i veicoli.

India

L’India è un caso particolare, considerando i suoi rapporti con l’Iran: dal 2017 al 2024, infatti, ha visto decrescere le sue importazioni, passando dal 56% al 45% (dati IEA), a causa delle sanzioni statunitensi nei confronti della Repubblica Islamica iraniana. Questo vuoto è stato colmato dal greggio russo che, nel biennio 2024-25, ha raggiunto il picco del 40% delle importazioni indiane. A inizio aprile, con un silenzioso cambio di rotta, si è registrato l’arrivo di una petroliera proveniente dall’Iran, segnando la fine dello stop di sette anni imposto dalle sanzioni statunitensi.

Anche l’India si trova dunque in una situazione di forte stress: con una popolazione di 1,4 miliardi di persone, New Delhi deve affrontare una crisi dalle proporzioni enormi. Il settore industriale e delle piccole e medie imprese ha subito il razionamento del gas naturale e del GPL, mentre il settore della ristorazione e dell’ospitalità, nonostante la classificazione come servizio essenziale, ha visto una forte riduzione dell’approvvigionamento delle bombole di gas, con un impatto sui pasti giornalieri di milioni di studenti, professionisti, anziani e di tutte le categorie che dipendono da questi servizi. Per quanto riguarda le abitazioni private, si sta spingendo verso l’adozione di fornelli elettrici, più economici rispetto al precedente sistema di bombole a gas, dato che il 75% dell’elettricità usata in India proviene dal carbone. A livello statale, invece, si è assistito a un taglio delle accise sui carburanti e a un tetto sui prezzi del cherosene per l’aviazione domestica, un servizio essenziale vista l’estensione del Paese.

Bangladesh 

Situazione diversa in Bangladesh, che nei decenni ha diversificato le importazioni, privilegiando partner come la Malaysia e Singapore. 

Nonostante sia tra i paesi meno dipendenti dal greggio del Golfo Persico, ha invitato la popolazione a ridurre i consumi energetici imponendo il limite di 25°C per l’aria condizionata nelle case, promuovendo l’uso del trasporto pubblico e limitando i rifornimenti di carburante per i veicoli privati. L’otto marzo il Ministero dell’Educazione ha imposto la chiusura di scuole e università per tutto il periodo del Ramadan e dell’Eid al Fitr, per un periodo complessivo di quaranta giorni, unendosi così agli sforzi statali per risparmiare carburante.

Nepal

Il paese meno dipendente dal greggio che passa per lo Stretto di Hormuz è il Nepal, il quale produce la totalità dell’energia elettrica da fonti rinnovabili. I combustibili fossili rappresentano solo il 20% del suo mix energetico, importato dall’India tramite la Indian Oil Corporation. 

Vista l’autonomia data dalle fonti rinnovabili, il settore maggiormente colpito è stato principalmente quello dei trasporti, dipendente dall’approvvigionamento del carburante indiano. Sono state implementate misure di razionamento del GPL, restrizioni sull’uso dei veicoli governativi nel settore pubblico e invitando la popolazione a mantenere una capacità massima del 50%, limitando gli spostamenti a quelli essenziali per garantire il risparmio delle risorse. 

Questo fermo agli approvvigionamenti rappresenta un rischio reale per l’economia della regione sudasiatica, e anche per la vita quotidiana di miliardi di persone. Con i prezzi dei prodotti e dei servizi che crescono di giorno in giorno, le persone vedono il proprio potere d’acquisto fortemente compromesso di fronte a un mercato globale sempre più caro e inaccessibile. Tra le categorie più penalizzate in tutti i paesi citati ci sono i lavoratori delle piattaforme di delivery, corrieri e taxi privati, i quali guadagnando paghe basse e a cottimo, vedono i propri umili guadagni erosi dai rincari del carburante e delle file alle pompe di benzina. 

Tutti i governi citati hanno adottato un approccio top-down, ossia hanno prima imposto le misure più restrittive al settore pubblico per legittimare quelle imposte alla popolazione e al settore privato.

Nella regione quindi pesano le scelte di approvvigionamento fatte nei decenni prima, con il Pakistan in forte crisi data la sua dipendenza dalle risorse del golfo persico, al Bangladesh che da decenni ha saggiamente deciso di diversificare le proprie partnership commerciali guardando anche al Sud Est Asiatico. L’India invece negli ultimi anni ha approfittato dell’escalation dei conflitti per riaprire un canale economico prima con la Russia, sotto sanzioni, garantendo un approvvigionamento a minor prezzo, e poi l’Iran, discostandosi anche dalle indicazioni dei paesi alleati come gli Stati Uniti, curando i propri interessi. 

Di Sara Tanveer