Con le elezioni in arrivo il prossimo 12 febbraio e la vecchia guardia fuori dai giochi, il Bangladesh si appresta a inaugurare una nuova era nella sua storia.
Lo scorso 31 dicembre, centinaia di migliaia di persone si sono riversate nelle strade di Dhaka, la capitale del Bangladesh, per rendere omaggio all’ex-prima ministra Khaleda Zia. Il feretro, avvolto nella bandiera verde e rossa, è stato scortato da oltre diecimila agenti in una cerimonia solenne alla quale hanno preso parte non solo le massime cariche del governo ad interim di Muhammad Yunus, ma anche numerosi dignitari stranieri tra cui anche il ministro degli esteri indiano S. Jaishankar.
Scomparsa all’età di 80 anni dopo un lungo periodo di malattia, Zia ha rappresentato un pilastro della storia politica del Bangladesh e con la sua dipartita si chiude simbolicamente anche un capitolo cruciale nella storia del Paese: quello delle due begum, le due “signore”. Begum Khaleda Zia è stata sepolta accanto al marito, l’ex presidente Ziaur Rahman e fondatore del Bangladesh Nationalist Party (BNP), del quale Zia prese le redini dopo il suo assassinio nel 1981. Dall’altra parte c’è Begum Sheikh Hasina, ex premier deposta dopo la rivoluzione degli studenti del luglio 2024. Hasina, figlia del padre fondatore della nazione Mujibur Rahman, è stata per decenni a capo dell’Awami League, partito oggi messo al bando.
Due donne, due visioni, due dinastie politiche contrapposte che si sono scontrate per decenni in un gioco di potere senza esclusione di colpi. Dagli anni ‘90 si sono alternate alla guida del paese: Khaleda Zia è stata la prima donna primo ministro del Bangladesh dal 1991 al 1996, e dal 2001 al 2006. Sheikh Hasina invece è rimasta al potere più a lungo, governando prima dal 1996 al 2001 e poi dal 2009 fino alla sua deposizione nel 2024.
La loro rivalità ha profondamente polarizzato la politica del paese, trasformando ogni competizione elettorale in uno scontro dove perdere significava spesso persecuzioni giudiziarie, arresti e prigionia. Tuttavia, mentre Zia veniva sepolta con tutti gli onori di stato, la sua rivale storica si trovava in esilio in India, condannata a morte in contumacia per crimini contro l’umanità. Con le elezioni in arrivo il prossimo 12 febbraio e la vecchia guardia fuori dai giochi, il Bangladesh si appresta a inaugurare una nuova era nella sua storia.
La rivoluzione di luglio e la caduta di Hasina
Luglio 2024: quella che era iniziata come una protesta studentesca contro il sistema delle quote nel pubblico impiego si è trasformata in una vera e propria rivoluzione che ha fatto cadere il regime di Sheikh Hasina, costringendola a fuggire in India. Il movimento “Students against Discrimination” chiedeva l’abolizione del sistema che riservava il 30% degli impieghi pubblici ai discendenti dei combattenti della guerra di indipendenza dal Pakistan del 1971. Una misura considerata un vantaggio a favore dei sostenitori dell’Awami League in un contesto di crescente disoccupazione giovanile.
Le manifestazioni, iniziate a giugno 2024 e intensificatesi dopo il parziale ripristino delle quote da parte della Corte Suprema, sono state represse brutalmente dal governo di Hasina. Con l’ordine di sparare sulla folla, si stima che le forze dell’ordine hanno causato una strage in cui hanno perso la vita almeno 1400 persone e oltre ventimila sono rimaste ferite. La maggior parte delle vittime erano studenti, lavoratori e ragazzi giovanissimi.
Il 5 agosto, mentre la folla assaltava la sua residenza, Sheikh Hasina si dimetteva dopo 15 anni di governo autoritario. Insieme alla sorella Rehana ha abbandonato il Paese su un aereo militare coi trasponder disattivati, per evitare di essere rintracciata, atterrando a Delhi, dove tuttora vive in esilio.
Lo scorso 17 novembre 2025 è stata giudicata colpevole di crimini contro l’umanità dalla magistratura bangladese, che l’ha condannata a morte in contumacia. Il Bangladesh ha chiesto la sua estradizione, ma finora l’India non ha risposto.
Uno degli aspetti più interessanti scaturiti della Rivoluzione di luglio riguarda un’alleanza inaspettata, quella tra il movimento degli studenti e il partito islamico di destra Jamaat-e-Islami. La protesta iniziale, nata come laica e apartitica contro le riforme del pubblico impiego, ha preso un’altra piega quando la repressione governativa raggiungeva i picchi più brutali.
In questo contesto il partito del Jamaat ha offerto un prezioso supporto logistico ai manifestanti, fornendo pasti e assistenza medica e legale. Tuttavia, i leader studenteschi hanno sempre provato a mantenere le distanze dal partito islamico, vietando esplicitamente l’esposizione di bandiere e slogan religiosi durante le proteste al fine di preservare lo spirito laico e democratico del movimento ed evitare strumentalizzazioni. Il Jamaat ha sempre mantenuto un profilo basso, offrendo aiuto senza pretendere visibilità o riconoscimento pubblico. La situazione ha preso un’altra piega dopo la caduta di Sheikh Hasina. Il primo agosto 2024, giorni prima della caduta del vecchio regime, l’allora ministro degli Interni Asaduzzaman Khan mise al bando il Jamaat e la sua ala studentesca Islami Chhatra Shibir
con l’accusa di essere organizzazioni terroristiche e responsabili delle violenze. Meno di una settimana dopo, con l’insediamento del governo ad interim del premio Nobel Mohammad Yunus, il Jamaat e la sua ala studentesca sono state completamente ripristinate, oltre ad essere invitate a partecipare alle commissioni di riforma elettorale e giudiziaria insieme ad altri partiti politici.
Da quel momento il Jamaat è entrato in una parabola ascendente e il Chhatra Shibir ha dominato le elezioni studentesche nelle maggiori università: solo nella capitale Dhaka ha conquistato 23 seggi su un totale di 28. Questo ha rappresentato un forte cambiamento, rompendo completamente con la tradizione nazionalista laica dei campus bangladese, legata alla guerra di liberazione del 1971. Oggi il Jamaat-e-Islami si presenta come una forza moderata, democratica, impiegata nella lotta alla corruzione insieme al NCP, il National Citizen Party, nato proprio dal movimento studentesco del 2024.
Alleanza tattica o minaccia alla laicità?
Ma questa metamorfosi del Jamaat convince solo in parte. Mentre il BNP di Zia era distratto dai dibattiti sulle riforme costituzionali e dalle lotte intestine per la mancanza di una leadership sul territorio, il Jamaat lavorava sul campo in modo metodico. Ha condotto una campagna porta a porta capillare, soprattutto nelle aree rurali, con un messaggio semplice ma efficace: votare è un dovere religioso e bisogna scegliere candidati onesti che lavorino per l’Islam. Non necessariamente il Jamaat, ma persone oneste. Un approccio strategicamente sofisticato che, secondo alcuni analisti, avrebbe portato il consenso per il partito islamico vicino al 30%. Un risultato impressionante se pensiamo che alle ultime elezioni considerate libere, quelle del 2008, presero appena il 4,28% dedi voti.
Solo a dicembre 2025, quando alcuni eventi avevano già allarmato parte dell’elettorato urbano moderato, il Jamaat ha formato la coalizione “Bangladesh Unito” con il National Citizen Party e altre forze politiche. Una mossa difensiva più che offensiva: l’alleanza serviva a rassicurare gli elettori urbani preoccupati, non a conquistare nuovi voti. Il Jamaat si candidava in 179 seggi, il NCP degli studenti solo in 30. Diversi leader studenteschi hanno lasciato l’alleanza, denunciando di essere stati utilizzati come facciata democratica.
I partiti laici vedono nell’ascesa del Jamaat una minaccia concreta. Il Bangladesh si è sempre definito una democrazia laica, un’eredità della guerra di liberazione del 1971. Il Jamaat-e-Islami si era opposto all’indipendenza e alcuni suoi membri collaborarono con l’esercito pakistano nei massacri di quell’anno. C’è il timore che una volta al potere possa promuovere leggi ispirate alla Sharia, norme più severe sulla blasfemia e restrizioni ai diritti delle donne. L’ambiguità resta: il cambiamento del Jamaat è autentico o è solo tattica elettorale per poi rivelare la sua vera agenda conservatrice?
Yunus sotto pressione: verso le elezioni del 12 febbraio
Alla guida di questa complessa transizione c’è il governo ad interim di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006. Nominato capo del governo provvisorio ad agosto 2024, il suo compito è quello di accompagnare il paese verso elezioni libere e credibili dopo quindici anni di autoritarismo di Sheikh Hasina. Yunus in questi quasi due anni ha promosso riforme in tutti i settori chiave del paese: magistratura, costituzione, polizia e nel sistema elettorale, coinvolgendo nel processo tutti i partiti politici, Jamaat incluso. Ma il Bangladesh è ancora in fermento: dal suo insediamento si contano quasi 300 morti in scontri tra fazioni politiche e vendette personali. L’economia sta ristagnando, con una forte pressione data dalla crescita dell’inflazione e il calo degli investimenti stranieri, portando di conseguenza a un forte aumento del prezzo dei generi alimentari.
Il prossimo 12 febbraio il Bangladesh andrà per la prima volta alle urne in questa nuova era politica. Il BNP si presenta senza Khaleda Zia, ma c’è suo figlio Tarique Rehman a guidare il partito dopo il suo esilio londinese. Tarique Rehman scappò dal paese dopo la sua condanna per corruzione nel 2018, revocata dopo la rivoluzione del 2024. Nonostante le controversie, il BNP resta tra i favoriti grazie al sentimento anti-Hasina.
L’Awami League, il partito di Hasina, è stato dichiarato illegale nell’ottobre 2025 ed è tuttora fuori dalla corsa elettorale. Il Jamaat-e-Islami guida de facto la coalizione ‘’Bangladesh Unito’’ con 179 candidati, non senza preoccupazioni per la laicità del paese.
Il Bangladesh si trova a un bivio: da una parte c’è il ritorno del BNP, guidato da un leader in esilio e segnato da dinamiche clientelari; dall’altra parte c’è l’ascesa del Jamaat-e-Islami che offre una rottura con il passato ma solleva timori per la laicità dello Stato. I giovani bengalesi, i veri protagonisti che hanno animato le piazze rivoluzionarie dell’estate 2024, si ritrovano schiacciati tra le vecchie élite politiche e le nuove forze conservatrici.
Mentre il corteo funebre di Khaleda Zia sfilava per le vie della capitale, in migliaia non ricordavano solo una leader, ma ricordavano insieme la fine di un’epoca. La rivoluzione di luglio ha dimostrato che il cambiamento è possibile, che i giovani possono sfidare il potere, che le dittature possono cadere. Ma ha anche dimostrato che le rivoluzioni sono terreni politici imprevedibili, e il prezzo delle alleanze può essere alto.
Di Sara Tanveer
