Due dei paesi in cui le proteste di piazza guidate dai giovani sono riuscite a modificare gli equilibri istituzionali, Nepal e Bangladesh entrano nel 2026 in una fase di grande incertezza, ma anche con la speranza che le elezioni previste nei primi mesi dell’anno possano dare forma a una democrazia più partecipata a trasparente
Nelle elezioni previste per il 2026 in Nepal e in Bangladesh, i partiti che fino a poco tempo fa detenevano il potere potrebbero non partecipare alla competizione. Entrambi i paesi sono stati travolti da vasti movimenti di protesta, guidati in larga parte dai giovani, che hanno trasformato il malcontento popolare in una forza politica capace di modificare gli equilibri istituzionali.
In Bangladesh, nel 2024, gli studenti universitari hanno svolto un ruolo determinante nella destituzione della prima ministra Sheikh Hasina, al potere ininterrottamente da sedici anni. Il governo ad interim insediato dopo la caduta di Hasina, recentemente condannata a morte per crimini contro l’umanità, ha escluso la Lega Awami, il suo partito, da qualsiasi attività politica e, di conseguenza, alla prossima tornata elettorale.
Un quadro simile si è delineato in Nepal, dove a settembre le proteste di piazza hanno assaltato i luoghi del potere e destituito il premier Khadga Prasad Sharma Oli. Il suo partito, l’UML, ha scelto di non partecipare alle elezioni previste per il prossimo febbraio.
Entrambi i paesi affrontano un quadro economico stagnante, segnato da crescenti diseguaglianze e da prospettive sempre più limitate per le nuove generazioni. Secondo un rapporto della Banca mondiale pubblicato a ottobre, in tutta la regione Asia-Pacifico una quota significativa dei posti di lavoro si è spostata dall’industria manifatturiera ai servizi a basso reddito. Questo processo, pur con differenze sostanziali tra i vari paesi, ha ridotto le possibilità di mobilità sociale e ampliato la fascia della popolazione definita “vulnerabile alla povertà”, oggi più ampia della classe media nella maggior parte delle economie del Sud e Sud-est asiatico. A farne le spese in misura maggiore sono proprio i giovani.
In Nepal si stima che circa l’82% della forza lavoro sia impiegata nel settore informale, mentre un giovane su cinque tra i 15 e i 24 anni risulta disoccupato. In Bangladesh quasi 32 milioni di giovani (su una popolazione totale di 176 milioni di persone) non sono coinvolti né in un lavoro né in un percorso di istruzione o formazione. Considerata un tempo una delle economie in più rapida crescita dell’Asia meridionale, il Bangladesh ha subito duramente gli effetti combinati della crisi di Covid-19 e del conflitto russo-ucraino, che hanno provocato la perdita di numerosi posti di lavoro e un aumento vertiginoso dei prezzi dei prodotti alimentari e di altri beni di prima necessità. Nel 2023 l’inflazione per il cibo ha superato il 12%, la più alta degli ultimi dodici anni.
Il divario crescente tra ricchi e poveri, che i governi di entrambi i paesi dell’Asia meridionale si sono dimostrati incapaci di colmare, ha alimentato malessere e frustrazione, che sono diventati terreno fertile per le ondate di proteste.
L’Asia meridionale in rivolta
In Bangladesh le manifestazioni sono esplose dopo la decisione dell’Alta Corte di ripristinare un sistema di quote per i posti di lavoro governativi, ritenuto iniquo da molti giovani. L’allora prima ministra, Sheikh Hasina, ha autorizzato l’utilizzo di “armi letali” contro gli studenti che erano scesi in piazza. Secondo il conteggio del International Crimes Tribunal (ICT) del paese, istituito dalla stessa Hasina, la repressione ha causato oltre 1400 morti e 20 mila feriti.
Le manifestazioni, inizialmente focalizzate sul sistema di quote, si sono presto trasformate in una mobilitazione nazionale contro la violenza sistematica delle istituzioni e, più in generale, contro Hasina, al potere ininterrottamente dal 2009 (con un precedente mandato tra il 1996 e il 2001): sedici anni di sparizioni, omicidi mirati e arresti arbitrari di attivisti e oppositori politici.
Come esito delle proteste, il 5 agosto la prima ministra è fuggita dal paese in elicottero. Il giorno successivo il presidente della Repubblica, Mohammed Shahabuddin, ha nominato come capo del nuovo governo provvisorio l’economista e premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, noto per il suo impegno nella lotta alla povertà. Il 17 agosto l’ICT ha ordinato l’arresto di Hasina, rifugiata in India.
A poco più di un anno di distanza, in Nepal, un movimento di giovani della Gen Z è sceso in piazza contro il temporaneo blocco imposto dal governo di 26 social network per mancato adeguamento alle leggi nazionali che impongono a tutte le piattaforme tecnologiche di registrarsi presso le autorità nepalesi, aprire sedi locali, nominare responsabili dei reclami e moderare i cosiddetti contenuti “dannosi”.
Ma più che una reazione alle nuove politiche sui social media, le massicce proteste di piazza che l’8 settembre 2025 hanno travolto la capitale, Kathmandu, poi diffondendosi in altre parti del paese, hanno dato voce a una generale disillusione nei confronti della corruzione e dell’impunità della élite. In Nepal la corruzione è un tema ricorrente negli scenari politici e scandali di questo tipo dominano da tempo i titoli dei giornali, come il caso del leasing di Lauda Air del 2001 e la truffa dei rifugiati bhutanesi del 2023. A giugno 2025, il Tribunale distrettuale di Kathmandu ha emesso un mandato di arresto per un giornalista che aveva affermato che Jaiveer Singh Deuba, figlio dell’allora ministro degli Esteri dell’ex primo ministro, aveva acquistato l’Hilton Hotel nella capitale sfruttando l’influenza politica dei suoi genitori. L’opinione pubblica aveva reagito con rabbia per quello che sembrava essere l’ennesimo caso di una élite che utilizzava il potere pubblico per il proprio tornaconto.
Nei mesi successivi le piattaforme social hanno avuto un ruolo centrale nel mostrare con evidenza crescenti disuguaglianze e ingiustizie. Il movimento dei giovani nepalesi, senza nome né struttura gerarchica, è nato online intorno agli hashtag #nepokids o #nepobabys, che hanno messo in luce lo stile di vita opulento dei figli delle famiglie più ricche del paese. Sempre sui social, ma dalla strada, la Gen Z ha condiviso in diretta i momenti salienti di una manifestazione di portata storica, filmandosi per le strade e riprendendo i principali simboli del potere (tra cui il Parlamento e la Corte Suprema) mentre venivano assaltati e dati alle fiamme. Almeno 73 persone sono state uccise durante le violenze, 19 solo nella prima giornata. Le ong a difesa dei diritti umani hanno denunciato l’uso di idranti, manganelli e proiettili di gomma da parte delle forze di polizia e dei militari.
Sono bastate appena 48 ore per rovesciare il governo del primo ministro Khadga Prasad Sharma Oli e spazzare via gran parte della classe politica che ha amministrato il Nepal dalla rivoluzione democratica del 2008. Subito dopo il crollo dell’esecutivo, almeno 3500 giovani nepalesi (ma si stima siano molti di più) si sono riuniti sul forum della piattaforma Discord per discutere candidature “dal basso” per la premiership in grado di traghettare il paese verso nuove elezioni. La scelta è infine ricaduta sulla ex giudice capo Sushila Karki, che il 14 settembre è stata nominata premier ad interim. Nel suo primo intervento pubblico, Karki ha promesso di rispondere alle richieste dei giovani e di inaugurare una stagione politica segnata dalla “fine della corruzione”.
Nuove dinamiche di potere e vecchi conflitti
Il Nepal si trova ora a un punto di svolta. Il governo a interim ha la responsabilità di rafforzare le istituzioni democratiche per preparare il terreno alle elezioni previste per il 5 marzo 2026. Ad oggi si sono registrati incontri tra governo ad interim, rappresentanti dei giovani manifestanti e partiti politici. Entrambe i partiti principali, l’Unified Marxist-Leninist (UML, il partito comunista di KP Shamra Oli) e il Nepali Congress, hanno deciso di anticipare le proprie convention generali nell’ottica di ristabilire la propria credibilità, rispettivamente a dicembre e gennaio.
Il campo elettorale si è notevolmente affollato. A metà novembre il numero di partiti registrati presso la commissione elettorale ha raggiunto quota 125, circa un quinto dei quali sono nuovi. Diversi nomi sono stati registrati dagli attivisti che hanno partecipato alle proteste. A China Files Pranaya Rana, giornalista di Kathmandu e autore della newsletter Kalam Weekly, spiega che “nuovi partiti politici come il Gatishil Loktantrik Party (Dynamic Democratic Party) e lo Shram Sanskriti Party Party (Labor Culture Party) stanno guadagnando terreno e potrebbero finire per vincere seggi. Anche i partiti conservatori filo-monarchici come il Rastriya Prajatantra Party potrebbero registrare un aumento dei voti, dal momento che sono rimasti sostanzialmente indenni dalle proteste di settembre”.
Tutti i principali partiti hanno ufficializzato la propria candidatura a eccezione dell’UML, che ha dichiarato di non intendere partecipare alla corsa elettorale. All’indomani delle proteste l’UML ha bollato il governo ad interim come illegittimo e ha avviato una campagna per chiedere il ripristino della disciolta Camera dei Rappresentanti. L’assenza dell’UML potrebbe minare la riuscita effettiva delle elezioni nella data prevista a marzo. Intanto perché, come afferma Prinaya Rana, “qualsiasi elezione senza la partecipazione del più grande partito politico del Paese correrebbe il rischio di essere dichiarata illegittima”. E, aggiunge, se l’UML decidesse di boicottare o di interrompere attivamente il clima elettorale, la possibilità che si svolgano elezioni libere e corrette viene minata alla base: “Dubito che ci saranno interruzioni su larga scala delle elezioni da parte di forze esterne. Se l’UML decidesse di partecipare, credo che le elezioni saranno in gran parte pacifiche, libere ed eque. Abbiamo assistito a elezioni simili in passato e la Commissione Elettorale ha sempre svolto un ottimo lavoro nel garantire che l’atmosfera elettorale fosse priva di paura e intimidazione”.
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Marchigiana, si è laureata con lode a “l’Orientale” di Napoli con una tesi di storia contemporanea sul caso Jasic. Ha collaborato con Il Manifesto, Siamo Mine, Valigia Blu e altre testate occupandosi di gig economy, mobilitazione dal basso e attivismo politico. Per China Files cura la rubrica “Gig-ology”, che racconta della precarizzazione del lavoro nel contesto asiatico.
