Dialoghi – Un co-living “tutte per sé”: in Cina crescono le comunità femminili

In Cina, Dialoghi: Confucio e China Files, Economia, Politica e Società by Agnese Ranaldi

In Cina stanno fiorendo spazi di tutti i tipi – co-living, ostelli, palestre – gestiti dalle donne e rivolti alle donne, per ricostruire relazioni di fiducia lontane dallo sguardo maschile. Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Qui per le altre puntate

La Cina fatica ancora a dare corpo alla promessa socialista della “altra metà del cielo” (半边天, bànbiān tiān) di Mao, per questo le donne cinesi si sono rimboccate le maniche e hanno creato spazi sicuri tutti per sé, autogestiti e lontani dallo sguardo maschile. Dalle montagne del Zhejiang alle metropoli come Shenzhen e Chengdu, stanno nascendo palestre, coliving rurali, ostelli, coworking, club culturali: luoghi dove allenarsi, confrontarsi, riposare, guarire nel corpo e nell’anima. E soprattutto vivere lontane dal giudizio degli uomini. Un fenomeno che rivela un bisogno collettivo di sicurezza, autonomia e solidarietà, secondo la sociologa Pei Yuxin, dell’Università Sun Yat-sen, che si contrappone a un sistema politico in cui la presenza femminile resta marginale. Sembra una versione collettivista e contemporanea di quella “stanza tutta per sé” (自己的房间, zìjǐ de fángjiān) che per l’autrice inglese Virginia Woolf era la condizione materiale necessaria affinché le donne potessero vivere pienamente e sviluppare tutto il loro potenziale.

La distanza tra queste iniziative e le politiche statali è sempre più evidente. Alle “Due sessioni” del 2025, le donne hanno ottenuto un’attenzione che agli osservatori è apparsa solo simbolica: una frase nel Government Work Report, nessun nuovo progetto, proposte legislative in calo. È un quadro che contrasta con l’impegno più volte professato dal Partito comunista cinese verso la giustizia di genere (性别正义, xìngbié zhèngyì). Nel frattempo, la repressione delle attiviste prosegue: molte sono in prigione, altre vivono sotto minaccia o in esilio, mentre le ONG femministe vengono chiuse e gli account social oscurati. Eppure, sul palcoscenico internazionale, Pechino ha celebrato i “trenta anni di progressi” a poche settimane dal summit ONU del 2025, tra raccolte di discorsi di Xi e campagne mediatiche globali. Una narrazione che cozza con l’ambiente ostile verso chi prova a discutere pubblicamente di diritti, considerati una questione di “sicurezza nazionale”.

È anche in questo vuoto, tra retorica progressista e realtà, che fioriscono esperienze dal basso: comunità autogestite che rendono concreta un’uguaglianza che lo Stato non tutela. Uno dei casi più emblematici è “Keke’s Imaginative Space”, una casa immersa nelle colline di Hangzhou. Qui, per pochi yuan a notte, donne di età diverse si ritrovano per cucinare, chiacchierare o condividere silenzi. “Tra donne riesco a rilassarmi”, racconta Zhang Wenjing, 43 anni. “Non essere costrette a indossare un reggiseno è già libertà”, aggiunge la 28enne Chen Fangyan. La fondatrice, Chen Yani, spiega di aver immaginato questo rifugio dopo anni di molestie sul lavoro: “Volevo un luogo in cui non dover essere costantemente in allerta”.

Il bisogno non è solo rurale. A Shenzhen, la personal trainer Zhang Ying ha fondato Modern Training, palestra interamente femminile nata dalla frustrazione verso strutture dominate dagli uomini e da istruttori incapaci di capire i corpi e le esigenze delle clienti. “Certi livelli di intimità nella correzione dei movimenti sono impossibili se il trainer è un uomo”, spiega. Qui l’obiettivo non è la perdita di peso, ma la costruzione di una comunità tollerante, dove “le ragazze aiutano le ragazze”.

Su Xiaohongshu, piattaforma conosciuta anche come Rednote, proliferano anche book club, bar e ostelli women-friendly, come Cheer a Dali (Yunnan), aperto da due amiche, Xiaoli e Yanzi, è diventato un santuario informale per viaggiatrici sole, studentesse in gap year e donne anziane in vacanza con le madri. Le fondatrici hanno introdotto distributori di assorbenti, un tavolo da trucco, telecamere all’ingresso. Alcune ospiti si fermano solo per dormire “come un gatto sul tappeto”, lasciando i propri oggetti in giro. A Xiuxi, nel Zhejiang, la coliving “Her Space” ha già raccolto oltre cento adesioni, puntando sull’idea di “rifugio spirituale” più che sulla presenza effettiva. “Non importa se vengono. Sapere che esiste dà loro forza”, dice la fondatrice.

Per la sociologa Pei Yuxin, dell’Università Sun Yat-sen, la crescita di questi spazi deriva dal fatto che “le donne sono più disposte a proteggere i propri sentimenti in una cultura dove gli uomini restano i principali opinion leader”. La loro diffusione contrasta con un discorso ufficiale che insiste su matrimonio, natalità e “armonia familiare”, mentre nel quotidiano si affermano scelte di autonomia e micro-economie di solidarietà. Come osserva Lilith Jiang, fondatrice del centro “Half the Sky” a Pechino: “Gli uomini hanno sempre avuto i loro club. Ora anche le donne stanno costruendo i propri”. In questi spazi, reali e metaforici, molte scoprono, forse per la prima volta, un luogo in cui essere se stesse.