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Dialoghi: tatuaggi in Cina tra stigma e moda

In Cultura, Dialoghi: Confucio e China Files, Economia, Politica e Società by Redazione

Il tatuaggio in Cina ha una storia complessa, dove lo stigma sociale ha spesso messo in ombra l’espressione rituale o artistica di questo processo. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Qui per le altre puntate.

In Cina il tatuaggio non è mai stato un semplice ornamento. Da segno rituale e identitario nelle società arcaiche a marchio punitivo imposto dalla legge, fino alla sua recente riabilitazione come forma di espressione individuale, la storia dei tatuaggi cinesi racconta molto di come il corpo sia stato centrale non solo a livello personale, ma soprattutto come espressione di un ruolo sociale.

Le prime forme di tatuaggio in Cina risalgono al Neolitico (circa 5000 a.C.). Le testimonianze più antiche indicano un uso rituale e identitario: segni semplici, linee e punti incisi sulla pelle che potevano indicare appartenenza tribale, protezione spirituale o passaggi di status. In questa fase arcaica, il tatuaggio non era decorazione, ma linguaggio simbolico.

Con la nascita delle organizzazioni di tipo statale e l’affermazione del pensiero confuciano, in particolare durante la dinastia Zhou (1045–256 a.C.), il corpo venne contestualizzato come un dono dei genitori e dunque inviolabile. Da qui nasce una condanna morale del tatuaggio, che viene progressivamente associato alla devianza. Tutte le tre principali filosofie cinesi – Confucianesimo, Daoismo e Buddhismo – concepiscono la relazione corpo-anima come un tutt’uno, facendo dunque intendere che coltivare la purezza del corpo equivalga alla cura dello spirito e della mente.

Il tatuaggio come “marchio” dei criminali 

Per secoli, il tatuaggio in Cina ha assunto soprattutto una funzione punitiva: la marchiatura dei criminali (墨刑 mò xíng) diventa una delle “Cinque punizioni” dell’antico sistema penale. Caratteri come “ladro (贼 zéi)” o “traditore (奸 jiān)” sulla pelle, spesso sul volto,  hanno trasformato il tatuaggio in sinonimo di disonore sociale.

Tale punizione si rintraccia, per esempio, ne Lü Xing (吕刑, Punizioni di Lü), un capitolo dello Shangshu (Libro dei Documenti), testo attribuito all’epoca della dinastia Zhou occidentale (770–256 a.C.). Il Lü Xing descrive un sistema penale articolato che definiva con precisione principi legali, funzionamento della giustizia e punizione dei crimini. Nel testo sono elencate le cosiddette “Cinque Punizioni” (五刑 wǔ xíng), ovvero le principali pene corporali applicate ai criminali nell’antica Cina. La prima, e formalmente la meno grave, consisteva nel tatuare il volto del colpevole con inchiostro indelebile. Si trattava di una condanna simbolica e sociale, basata sull’umiliazione pubblica e sulla perdita dell’onore. 

Anche nelle epoche successive il tatuaggio verrà associato all’appartenenza a gruppi criminali o a precedenti giudiziari. Nella letteratura classica e nelle storie popolari si trovano spesso personaggi con tatuaggi sul corpo per indicare la loro identità di fuorilegge. Uno degli esempi più chiari e allo stesso tempo curiosi è lo Shuihu Zhuan (tradotto nell’edizione italiana come “I briganti”). In questo romanzo, tra i primi scritti in mandarino vernacolare, le figure dei fuorilegge sono spesso riscattati dal loro status da emarginati grazie alle loro azioni eroiche. Fuorilegge in questo racconto è, infatti, anche chi ha preso le distanze da un governo corrotto e decandente.

Tradizione positiva

La storia del tatuaggio in Cina non è del tutto negativa. Tra diverse minoranze etniche il tatuaggio continuò a essere un rito di passaggio, segno di maturità, forza e appartenenza comunitaria. Parallelamente, anche in ambito religioso si svilupparono letture alternative: nel taoismo, tatuaggi talismanici avevano funzione protettiva; nel buddhismo, sutra e simboli incisi sulla pelle esprimevano devozione e disciplina spirituale. Ci sono poi (rari) esempi di eroi positivi caratterizzati da tatuaggi. Yue Fei, generale della dinastia Song, si narra avesse un tatuaggio recante la scritta “lealtà assoluta verso la patria” (精忠报国 jīng zhōng bào guó).

I dulong vivono nel nord-ovest dello Yunnan ed è stata spesso definita l’unica comunità ad avere le  “ultime donne tatuate della Cina”. A differenza del tatuaggio punitivo imposto dallo stato nella cultura dominante, il tatuaggio – solitamente sul volto – assume una funzione identitaria, sociale e protettiva. Anche le ragazze dulong venivano tatuate al raggiungimento dell’età tradizionalmente associata al passaggio all’età adulta femminile (金钗之年 jīnchāi zhīnián), verso i 12 anni. Il rituale prevedeva la tracciatura di motivi sul volto – intorno a sopracciglia, naso, guance e bocca – usando fuliggine applicata con bastoncini di bambù. Data la finezza delle incisioni, il processo poteva durare anche dieci giorni. Le origini di questa pratica sono oggetto di interpretazioni diverse, ma secondo la ricostruzione storica più accreditata, il tatuaggio facciale serviva per rendere meno “desiderabili” le donne agli occhi di potenziali nemici. Altre interpretazioni suggeriscono un legame con antichi culti totemici o con ideali di bellezza alternativi alla cultura maggioritaria Han. Oggi restano pochissime donne tatuate ancora in vita.

Modernità, globalizzazione e riabilitazione

Tra XIX e XX secolo, l’introduzione delle macchine per tatuaggio elettriche e l’influenza occidentale hanno trasformato il tatuaggio in una forma d’arte. Oggi, soprattutto nelle grandi città, il tatuaggio è sempre più accettato come espressione individuale e artistica, in particolare tra le giovani generazioni. Non è del tutto scomparso lo stigma verso le persone tatuate, dato che la stessa pratica è stata spesso assunta dalle Triadi come simbolo identitario e di status. Un leader di un gruppo di Hong Kong e recentemente condannato all’ergastolo era addirittura noto come “il tatuato Chung” (紋身忠).

La moda di tatuarsi dei caratteri cinesi all’estero, in compenso, ha generato un vero e proprio trend online dove i madrelingua ironizzano sull’inesattezza (e talvolta l’assurdità) delle parole tatuate dagli stranieri. Traslitterazioni di nomi attraverso caratteri ben poco consoni che possono essere scambiate per parole a caso o insulti e scritte al contrario, basta poco per trovare video e raccolte di immagini dai contenuti più assurdi.