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Dialoghi – La Cina e il tè

In Dialoghi: Confucio e China Files by Francesco Mattogno

Quella tra la Cina e il tè è una storia antica, fatta di miti e leggende, ma anche di diplomazia e commerci secolari. Partendo dal sud-ovest dell’attuale Repubblica popolare, nel corso dei millenni il consumo di tè si è diffuso prima in tutto il territorio cinese e poi nel resto del mondo: oggi la Cina domina il mercato, mentre il settore vive una fase di cambiamenti e ritorni al passato. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Clicca qui per le altre puntate

Secondo uno dei miti fondativi dei Bulang, gruppo etnico che risiede da millenni nelle montagne più meridionali dell’attuale Yunnan (yúnnán, 云南), al confine col Myanmar, gli alberi di tè (chá, 茶) sono il dono di un antico antenato, Pa Ai Leng. Altro che oro o argento, effimeri e soggetti all’avidità umana: il tè è una vera e inesauribile fonte di prosperità, disse Pa Ai Leng, che ne fece dunque il simbolo della sua comunità.

Nello Yunnan – una delle province etnicamente più eterogenee della Repubblica popolare – di storie e leggende come questa ce ne sono a decine. Al tè e alla sua genesi, produzione, conservazione, preparazione e consumo si lega il sentimento identitario di molti popoli che abitano la regione da ben prima che un confine potesse stabilire se si trovassero in Cina, Myanmar o Thailandia.

Partendo dal sud-ovest dell’attuale Repubblica popolare, nel corso dei secoli la coltivazione e il consumo di tè si sono diffusi in tutta la Cina, su spinta delle élite reali e imperiali, rendendo il tè uno dei prodotti maggiormente riconoscibili della cultura cinese nel mondo. Ne sono nati altri miti e leggende, ma esistono anche numerose evidenze storiche e scientifiche a confermare il legame profondo tra la Cina e il tè. 

Il tè nella storia cinese

Nel 2022, a seguito dell’analisi di alcuni residui vegetali trovati all’interno di una tomba reale dello Shandong, tra l’altro nell’estremo oriente del paese, è stato certificato che la bevanda fosse consumata dai reali cinesi già intorno al 450 a.C. All’epoca probabilmente il tè era ancora inteso come un rimedio medicinale, un infuso rinvigorente e dalle proprietà benefiche, che gli sono riconosciute tuttora dalla scienza medica. Ma con il tempo le cose sono cambiate.

Le prime vere piantagioni di tè in Cina risalgono al IV secolo d.C., e si ritiene che sia in quei decenni che il suo consumo iniziò a espandersi al di fuori dell’ambito “medico”, anche se limitandosi inizialmente a contesti elitari e di potere. Se già durante la dinastia Tang (618-907) il tè era diventato un simbolo di ricchezza – tanto che tra il 760 e il 780 venne pubblicato il “Classico del tè” (chájīng茶经), opera di Lu Yu – , è nell’era Song (960-1279) che la Cina visse la sua epoca di massimo splendore della cultura del tè.

Rispetto all’autoritario periodo Tang, la maggiore attenzione rivolta alle attività ricreative in epoca Song favorì la diffusione anche tra la popolazione comune del tè e delle sue tecniche di preparazione (dal Gongfu Cha al Chabaixi, dal 2022 tutte patrimonio culturale UNESCO). In parte fu possibile grazie a un metodo più semplice di conservazione. Si passò infatti generalmente dalle classiche “torte” o “mattoncini” di tè, ottenuti attraverso la pressione idraulica delle foglie e più facili da commerciare, al tè sfuso, molto più economico.

 

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Come è fatta e quanto può arrivare a costare una torta di tè pregiato.

L’ascesa del buddhismo chan fece la sua parte nel promuovere in tutta la Cina il consumo di tè, che viene usato ancora oggi durante la meditazione, anche taoista, ma fu la sua commercializzazione attraverso le rotte di scambio di mare e di terra (dalla Via della Seta all’antica Via del tè e dei cavalli Yunnan-Tibet) a renderlo una merce pregiata anche al di fuori del territorio cinese.

Al tè sono intrecciati molti aspetti della cultura cinese e asiatica in generale, e a questa bevanda si deve in parte anche la prima Guerra dell’oppio (1839-1842). A seguito della svalutazione dell’argento, con cui gli europei pagavano tè, seta e porcellana cinesi, l’Impero Britannico iniziò a usare l’oppio come valuta, arrivando infine allo scontro militare con Pechino che lo aveva dichiarato illegale. Fu l’inizio della fine dell’impero Qing.

Il tè nella Cina di oggi

Quasi due secoli dopo, la Cina è oggi di gran lunga la prima produttrice di tè a livello mondiale. Delle 7,1 milioni di tonnellate di tè prodotte nel 2024, 3,7 milioni venivano dalla Repubblica popolare, cioè il 53% del totale (l’India, seconda al mondo, ne produce “solo” il 18.2%). Oltre la metà del tè prodotto in Cina è tè verde, seguito da tè nero (13,6%) e Pu’er (12,7%), un tipo di tè scuro. 

Semplificando molto, si può dire che nella Repubblica popolare si producono sei macrocategorie di tè, a cui vanno aggiunte numerose sottovarianti: verde, giallo, bianco, scuro (hēichá, 黑茶), oolong e nero (anche se in Cina è definito letteralmente “tè rosso”, hóngchá, 红茶). Le differenze tra una tipologia e l’altra sono dovute alle condizioni ambientali e alle tecniche di conservazione e lavorazione delle foglie, che in alcuni casi passano per processi complessi come fermentazione microbica (è il caso del famoso tè Pu’er) o affumicatura (uno dei più noti, il Lapsang Souchong, piace più all’estero che in Cina).

Tutti questi fattori danno a ogni tè delle proprietà e delle caratteristiche organolettiche precise, che sono spesso ricercate in mercati non più tanto di nicchia. La produzione e il consumo di tè, sia in Cina che a livello internazionale, sono in continua ascesa da anni, così come aumenta costantemente la presenza delle catene cinesi di tè in giro per il mondo, come Mixue e HeyTea, che hanno nel tè tradizionale solo una delle tante scelte presenti nei rispettivi menù.

Nel corso dei decenni il governo centrale, insieme alle amministrazioni locali, ha trasformato l’industria del tè in un settore redditizio grazie alla diffusione di varietà maggiormente produttive, che per gran parte hanno sostituito quelle tradizionali, e all’attuazione di una serie di politiche volte alla modernizzazione delle tecniche di coltivazione della pianta (per esempio passando dagli antichi giardini ai terrazzamenti).

Alcune lavoratrici e lavoratori intenti a raccogliere il tè ad Hangzhou, nello Zhejiang

Se da una parte l’approccio ha funzionato, dall’altra negli ultimi vent’anni sono venuti a galla una serie di problemi strutturali. I prolungati periodi di siccità dovuti al cambiamento climatico, ormai frequenti in diverse zone della Cina, stanno evidenziando alcuni difetti delle nuove varietà di tè, che sono sì ad alta resa, ma meno capaci di resistere in condizioni difficili a causa di un apparato radicale più fragile di quello delle piante “antiche”. 

Come riportato da Sixth Tone, gli eventi climatici estremi dell’ultimo anno hanno ridotto di molto la produzione nello Zhejiang, con conseguenze sul reddito degli 800 mila lavoratori stagionali (soprattutto donne) che ogni primavera raggiungono la provincia per la raccolta. 

Anche per questo gli agricoltori si stanno adattando. Molti, in alcuni casi per ragioni di marketing, sono tornati a usare varietà che erano finite nel dimenticatoio e a impiegare nuovamente alcune tecniche colturali tradizionali, soprattutto all’interno delle piccole comunità locali. Un caso eclatante è quello delle montagne di Jingmai (Yunnan), dove resiste ancora oggi la “Vecchia foresta del tè”, una grande area nella quale le piante di tè sono lasciate crescere liberamente da oltre 1.800 anni, nominata patrimonio UNESCO nel 2023. 

Il tè raccolto in quelle antiche piantagioni è divenuto un po’ il simbolo del ritorno a un approccio antico, ma funzionale anche ai tempi moderni. Si tratta di un prodotto (tè Pu’er) pregiato, coltivato in un contesto praticamente biologico – dal 2009 sono vietati pesticidi e fertilizzanti chimici – e che di norma costa tanto, condizione che garantisce lo sviluppo economico delle comunità coinvolte. 

Restano delle criticità, legate all’aumento del turismo e alla possibile instabilità sul lungo termine di un reddito fondato tutto su una singola pianta, ma nello Yunnan il tè è molto più che una voce di guadagno: è un dono. E da oltre duemila anni, lo è per tutta la Cina.

A cura di Francesco Mattogno