Dialoghi – La Cina dell’acciaio “verde”

In Asia Orientale, Dialoghi: Confucio e China Files, Innovazione e Business by Sabrina Moles

Il progetto che coinvolge l’azienda Taiyuan Iron and Steel Group è solo l’ultimo di una serie di accordi con cui le imprese cinesi puntano a ridurre le emissioni della produzione siderurgica. Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Qui per le altre puntate

Fine novembre 2025. L’australiana Fortescue e la cinese Taiyuan Iron and Steel Group (TISCO), controllata dal colosso Baowu, sono le ultime aziende a promuovere un patto per la decarbonizzazione dell’acciaio. L’obiettivo è testare una tecnologia innovativa: la riduzione del minerale di ferro utilizzando plasma e idrogeno, un processo che potrebbe eliminare le fasi più energivore e responsabili delle maggiori emissioni. 

L’accordo prevede la costruzione e la gestione di una linea capace di produrre 5 mila tonnellate del cosiddetto “acciaio caldo” (la base utilizzata poi per diversi scopi industriali), impiegando ferro proveniente dal Pilbara, cuore minerario dell’Australia. Il colosso australiano di estrazione di metalli Fortescue si è impegnato a finanziare l’intero progetto. L’iniziativa punta a sviluppare una via alternativa agli altiforni tradizionali e, allo stesso tempo, a garantirsi spazio nel mercato emergente dell’acciaio verde.

Come si intende per acciaio “verde”

Il progetto con TISCO si inserisce nel più ampio ecosistema di tecnologie per l’acciaio a basse emissioni, articolato in tre grandi percorsi: l’impiego dei forni elettrici ad arco (EAF), la cattura e stoccaggio del carbonio (CCUS) e l’uso dell’idrogeno come fonte energetica principale. Il modello esplorato da Fortescue e Baowu è una variante avanzata della riduzione tramite plasma alimentato a idrogeno. Nella pratica, l’idrogeno viene utilizzato per separare l’ossigeno dal minerale di ferro, producendo acqua come unico scarto

Il risultato è un processo potenzialmente in grado di eliminare quasi tutte le emissioni fossili associate alla fase primaria della produzione di acciaio, che oggi rappresenta oltre l’80% dell’impronta carbonica di ogni tonnellata prodotta.

La sfida dell’idrogeno

Il percorso più ambizioso della decarbonizzazione cinese resta il ciclo H2-DRI-EAF: riduzione diretta con idrogeno verde e fusione in forno elettrico. La Cina è oggi il paese che sta ampliando più rapidamente la capacità di elettrolisi: entro la fine del 2024 sono stati installati 2,5 gigawatt di nuovi elettrolizzatori, sufficienti a produrre oltre 220 mila tonnellate di idrogeno verde all’anno. 

Baowu prevede 1,5 gigawatt dedicati nella Mongolia Interna, mentre il governo punta a ridurre il costo dell’idrogeno a 2,4 dollari al chilo entro il 2030, la soglia considerata necessaria per rendere competitivo il percorso H2-DRI.

Perché la Cina

La transizione all’acciaio “verde” in Cina è tutt’altro che marginale. Il settore è responsabile del 17%  delle emissioni nazionali e Baowu, da sola, emette più CO2 dell’intero Pakistan. Negli ultimi due anni, Pechino ha accelerato il processo: ha esteso il sistema per lo scambio delle quote di emissioni (ETS) al comparto siderurgico, introdotto quote obbligatorie di energia rinnovabile nei forni elettrici e bloccato i permessi per nuovi impianti alimentati a carbone. 

Parallelamente, ha promosso l’espansione dei forni ad arco, oggi in grado di produrre oltre 160 milioni di tonnellate l’anno. Una trasformazione resa possibile anche dal crollo dei costi di eolico e solare, sempre più presenti nella Repubblica popolare, che rende competitivo alimentare l’acciaio con elettricità rinnovabile.

La spinta cinese verso l’acciaio verde potrebbe avere effetti lungo tutta la filiera: dai produttori di elettrolizzatori (per la produzione di idrogeno) ai fornitori di minerale, fino ai mercati energetici. I principali beneficiari potrebbero essere paesi con abbondanti fonti rinnovabili e minerali richiesti sul mercato, come Brasile, Svezia e Medio Oriente. Ma questo richiederà investimenti significativi e stabilità regolatoria, elementi che Pechino riesce spesso a gestire con abilità nei progetti che ritiene prioritari per l’avanzamento tecnologico ed economico del paese.

La trasformazione della produzione siderurgica cinese non è soltanto un processo industriale: rappresenta un tentativo di revisione culturale, politico e tecnologica. Negli ultimi quindici anni, Pechino ha costruito il più vasto complesso siderurgico della storia economica moderna, con punte di oltre un miliardo di tonnellate l’anno. Ma oggi proprio quella scala diventa il nodo centrale da sciogliere: per raggiungere gli obiettivi di picco delle emissioni entro il 2030 e neutralità entro il 2060, il settore dell’acciaio deve ridurre le proprie emissioni molto più rapidamente rispetto al resto dell’economia. Una sfida che, se superata, potrebbe stravolgere uno dei settori più inquinanti di sempre e avere un impatto significativo sul futuro del pianeta.