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Dialoghi – Cosa resta dell’esercito dei bang bang

In Dialoghi: Confucio e China Files, Economia, Politica e Società by Vittoria Mazzieri

I bang bang di Chongqing, facchini a giornata che trasportano carichi appesi a lunghi bastoni poggiati sulle spalle, sono diventati un simbolo della resilienza e dello spirito industrioso della città e, più in generale, di tutta la Cina. Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Qui per le altre puntate

Tre uomini sorridono alla telecamera. Due di loro tengono lunghi bastoni di bambù. Solitamente li appoggiano in orizzontale sulle spalle per trasportare un carico su ciascun lato del bastone. Ora però il loro fidato strumento di lavoro è a riposo, appoggiato al corpo. È una delle foto in bianco e nero che, questa estate, durante una mia visita a Chongqing, ho visto esposte in una piccola sala del quartiere di Shibati (十八梯), area turistica ricostruita per ricreare l’aspetto delle antiche strade di epoca Ming e Qing.

Le immagini raccontavano tutte la storia di una città dallo sviluppo peculiare, che in pochi decenni è passata dall’essere un affollato porto fluviale a una metropoli da 33 milioni di abitanti, oggi dotata di un’attrattiva turistica ormai difficilmente controllabile (ai trend turistici che la riguardano abbiamo dedicato questa puntata di Dialoghi).

La didascalia della foto recita: 重庆山城棒棒军, Chongqing shancheng bang bang jun. In sostanza, “il gruppo dei facchini di Chongqing”. Per definirli si usa un termine specifico, nato tra le formazioni montuose su cui la città si è sviluppata: bang bang jun, letteralmente “l’esercito dei bang bang”, da 棒子 (bangzi) “bastone” o “mazza”. La parola in realtà è onomatopeica, perché deriva dal suono delle canne di bambù che urtano tra loro. L’esistenza dei facchini di Chongqing è legata indissolubilmente allo strumento con cui trasportano i carichi, mantenendoli in equilibrio sulle spalle.

Pensiamo a una decina di anni fa. Le biciclette sono ancora una prerogativa delle megalopoli come Pechino e Shanghai. In ogni caso, risultano scomode in una città che dal fiume si sviluppa in un’ininterrotta sequenza di salite e discese, tra aree dense di grattacieli e condomini che, come mille tentacoli, hanno occupato e strisciato su tutto lo spazio circostante. I bang bang forse non sono già più un esercito, ma ce ne sono ancora molti che si aggirano nel labirinto illuminato al neon de mercato di Choutianmen, con la loro canna di bambù lunga quasi un metro e mezzo. Si fermano davanti a uno dei migliaia di negozi del mercato, sviluppato su più piani, e chiedono: “Deve trasportare qualcosa? Ha bisogno di un servizio di trasporto?”.

Un articolo del 2013 di Al Jazeera inizia con quest’immagine. L’autore, Dave Tacon, racconta la storia di Zhou Nanzhong, all’epoca 54enne e con oltre 30 anni di esperienza come facchino a chiamata. Ex contadino del vicino distretto di Tongnan, afferma che un bang bang può guadagnare anche fino a 10 mila yuan al mese, anche se a volte riesce a racimolarne appena un migliaio (160 euro circa). Si lavora tutti i giorni, dall’alba al tramonto, sotto la pioggia e sudando per i 40 gradi estivi di una città umida. Zhou condivide una piccola stanza con altri undici lavoratori migranti impiegati come braccianti alla giornata, come lui. L’affitto è di 80 yuan a testa al mese, circa 12 euro.

L’uomo afferma senza esitazioni che questo lavoro è molto più facile che coltivare ortaggi. Quello che è certo è che per secoli i bang bang hanno trasportato il peso dell’intera Chongqing sulle loro spalle. Più di mille anni fa, erano indispensabili per portare l’acqua dai fiumi Yangtze e Jialing alle case arroccate sulle colline sovrastanti. Poi, con i progressi della tecnologia idrica, si sono concentrati nell’area portuale, caricando sulle spalle le merci che arrivavano via fiume.

Dall’alba al tramonto hanno trasportato merci di ogni tipo nelle strade tortuose di questa megalopoli cresciuta sulle colline. Il porto, situato sul fiume più lungo della Cina, lo Yangtze, ha svolto un ruolo cruciale nello sviluppo della Cina occidentale. Il loro contributo è stato quindi essenziale per la prosperità economica della città, che si basa in larga misura sul commercio fluviale.

Oggi, in una società in rapido cambiamento e con tutto ciò che ne consegue (dall’emergere di nuovi modelli business alla diffusione delle biciclette elettriche), i bang bang sembrano destinati a scomparire. Eppure, basta girare per la città anche solo per qualche giorno per imbattersi di tanto in tanto in giardinieri e venditori ambulanti, spesso anziani, che trasportano sacchi e pacchi attaccati a un bastone di bambù. Sono utilizzati ancora soprattutto da negozianti, ma anche da privati che hanno la necessità di trasportate oggetti e prodotti di piccole e medie dimensioni. Trasportano, in sostanza, tutto ciò che può essere trasportato.

Quelli rimasti finiscono quotidianamente nei video degli influencer e dei creatori di contenuti che visitano la città (come questo su Xiaohongshu). I commenti sotto i contenuti dei social media cinesi sembrano dividersi in due grandi categorie: da un lato, quelli che esprimono uno sguardo compassionevole e si chiedono come sia possibile che esistano ancora uomini costretti a svolgere lavori così faticosi (uno recita “这些老百姓可能连社保都没有”, denunciando l’assenza di assistenza sociale); dall’altro, quelli che ricordano una serie tv di quando erano piccoli, che raccontava proprio le loro vicende (“我记得小时候还看过一个电视剧讲的就是棒棒来咯”).

La miniserie in questione, L’esercito dei bang bang della città di montagna, risale al 1997 e porta per la prima volta sul piccolo schermo le storie di un gruppo di facchini della zona del molo di Chaotianmen. Su Youtube si possono trovare tutti gli episodi, anche se l’assenza di sottotitoli potrebbe rendere difficile comprendere il dialetto locale, anche per chi parla cinese.

I bang bang sono diventati un simbolo culturale dello spirito industrioso della città e, più in generale, dell’intera Cina. Una figura funzionale alla narrazione di un paese che non perde occasione di celebrare l’operosità di cittadini e cittadine che hanno contribuito a rendere la Repubblica popolare una potenza globale. La loro vita è emblema di “resilienza e speranza”, per dirla con le parole di Chang Chen, autore di un articolo uscito lo scorso anno sulla storia che si cela dietro una fotografia che, nel 2010, fece il giro del paese.

In quell’anno Xu Kanping, all’epoca studente universitario, decide di raccontare attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica la vita di questi instancabili lavoratori, che vedeva ogni giorno salire e scendere per le strade tortuose e stratificate della città. Nella foto in questione un bang bang tiene per mano un bambino, suo figlio, mentre scende una scalinata ripida. È a torso nudo, trasporta un grande sacco verde sulla schiena e in bocca ha una sigaretta. “Mentre porta la sua famiglia sulle spalle, tenendo il futuro in mano”, recita la didascalia.

Il fotografo racconta all’autore dell’articolo che quello scatto fu il risultato di un incontro breve ma intenso, capace di commuoverlo, e che negli anni successivi portò a contatti e incontri regolari con il bang bang. Lo scorso anno, a 14anni di distanza dal primo scatto, Xu ha deciso di fotografare di nuovo l’uomo, Ran Guanghui, insieme al figlio, Ran Junchao, sulla stessa gradinata. Agli occhi di Xu Ran Guanghui “è ancora lo stesso bang bang laborioso di allora”. I suoi strumenti però si sono evoluti: insieme al bastone utilizza ora un carrello elettrico per trasportare carichi più pesanti. Suo figlio, nel frattempo, si sta preparando per gli esami di ammissione all’università.

Il racconto celebra il senso innato del dovere del bang bang, che ha lavorato per tutta la vita con l’obiettivo di garantire alla propria famiglia un futuro migliore. La loro storia, conclude l’articolo, “rispecchia la vita di innumerevoli lavoratori comuni, la cui dedizione e perseveranza costituiscono le fondamenta della società”.

Secondo il fotografo danese Ken Hermann, che ha dedicato loro il progetto “Gli ultimi bang bang di Chongqing” (le foto si possono vedere qui), in città ne sarebbero rimasti meno di dieci mila. La retorica che li trasforma in simboli di resistenza e celebra il sacrificio individuale evita di interrogarsi sul sistema economico che ha reso necessario – e in alcuni casi lo rende ancora oggi – un lavoro così faticoso, precario e privo di tutele. La loro celebrazione convive con una realtà segnata dall’invecchiamento della forza lavoro e dalla marginalizzazione economica. Il flusso di migranti rurali in cerca di lavoro nelle città sta rallentando, e questi migranti invecchiano. I giovani rifiutano un lavoro così duro e mal pagato. Ma se i bang bang diventano icone nostalgiche, la precarietà lavorativa non viene superata: si trasforma, adattandosi al presente e inglobando nuove figure professionali.