La sospensione sui dazi imposti da Trump è terminata. Nuove minacce ai paesi del gruppo delle economie emergenti. Nonostante trattative serrate, ufficiali le tasse doganali aggiuntive contro Giappone e Corea del sud: le conseguenze potrebbero essere non solo economiche. Taiwan mette in campo i chip, l’Indonesia aumenta gli acquisti di grano
“No al protezionismo, sì ai Brics come alternativa multipolare”. La minaccia di Donald Trump, che ha palesato dazi aggiuntivi del 10% ai paesi che si allineano al gruppo delle economie emergenti, facilita la retorica della Cina. La Casa bianca accusa i Brics di voler “ostacolare l’equilibrio commerciale mondiale a svantaggio dell’America”. Pechino nega: “Il gruppo non è contro nessuno e non promuove scontri tra fazioni”, sostiene Mao Ning, portavoce del ministero degli Esteri. La Cina si propone invece come architrave di una una governance globale “più giusta”, come dichiarato dal premier Li Qiang, che ha sostituito l’inusualmente assente Xi Jinping al summit di Rio de Janeiro. Dietro il commercio, c’è un confronto più profondo. I Brics si stanno sempre più configurando come un polo alternativo (seppure ancora profondamente disarticolato) al modello occidentale fondato su Organizzazione mondiale del commercio e Fondo monetario internazionale, di cui in realtà il gruppo promuove una riforma o persino un teorico potenziamento, approfittando dello scetticismo multilaterale di Trump.
La tensione tra Usa e Cina è peraltro tornata a salire, dopo che nei giorni scorsi Washington ha annunciato un accordo commerciale col Vietnam. Hanoi, che ricopre un ruolo sempre più cruciale nelle catene di approvvigionamento tecnologiche, ha azzerato le tasse doganali sulle importazioni di prodotti statunitensi, mentre sui prodotti vietnamiti esportati negli Stati uniti ci saranno dazi del 20%, meno della metà del 46% previsto inizialmente. Ma, in cambio, il Vietnam ha accettato l’imposizione di dazi del 40% sui prodotti considerati di origine cinese ma riesportati tramite il Vietnam. Una misura apertamente mirata a colpire le triangolazioni commerciali usate da molte aziende cinesi per aggirare i dazi americani. E che, secondo Pechino, “colpisce un terzo soggetto in un negoziato bilaterale”, pratica che la Cina considera un “precedente pericoloso” e ha promesso di non lasciare impunita.
Allo stesso tempo, Pechino osserva con attenzione i segnali di insoddisfazione da parte di alleati storici degli Usa. In prima fila il Giappone. Undici settimane e sette round di negoziati non sono bastati a trovare un accordo sui dazi. Trump ha comunicato nella serata di ieri la mancata intesa e dazi al 25% per Tokyo, che ha definito “molto viziata”. Lo stesso trattamento è stato riservato all’altro alleato regionale, la Corea del sud. Washington accusa il Giappone di rifiutare un aumento degli acquisti del riso americano, nonostante una grave carenza interna. In un anno, i prezzi di riso al dettaglio sono raddoppiati. La vicenda ha portato alle dimissioni del ministro dell’agricoltura ed è tra i temi principali in vista delle elezioni del Senato, in programma il 20 luglio. Attenzione anche al settore auto, a dir poco cruciale per l’economia giapponese, che è soggetto a ulteriori dazi del 25%. A maggio, l’export di auto verso gli Usa è crollato di un quarto rispetto al 2024. A Tokyo si parla di tradimento e si sottolinea che Trump tratta il suo principale alleato in Asia peggio della Cina, suo primo rivale.
Tra inflazione e salari in calo, e con l’opposizione che guida i sondaggi, lo zoppicante governo di Ishiba non può mostrarsi debole con Trump. Ma il Giappone ha molto da perdere. In ballo esportazioni per 148,2 miliardi di dollari nel 2024 e un forte avanzo commerciale. Allo stesso tempo, Tokyo è il più grande investitore estero e il primo detentore di buoni del Tesoro degli Usa. Non a caso, non le tensioni stanno iniziando a estendersi su altri ambiti. Il Giappone ha condannato i raid di Trump contro l’Iran e si rifiuta di cedere alla richiesta di aumentare le spese per il mantenimento delle truppe americane e il budget di difesa, portandolo al 3,5% del pil. Segnali di inedite turbolenze nell’alleanza più duratura e cruciale degli equilibri dell’Asia orientale.
C’è però anche chi è pronto ad ampie concessioni per trovare un accordo. Secondo il Wall Street Journal, il colosso dei chip Tsmc avrebbe deciso di rallentare l’avvio del secondo impianto produttivo in Giappone, dando priorità alla maxi espansione negli Usa, su cui preme tantissimo Trump. Una mossa che potrebbe ridurre i dazi imposti contro Taiwan. L’Indonesia ha accettato di spendere 1,25 miliardi di dollari per il grano americano tra il 2026 e il 2030, nel tentativo di ridurre il disavanzo commerciale finito nel mirino di Washington. Non solo. Giacarta è pronta a firmare un ampio accordo che riguarda energia, difesa e (soprattutto) minerali critici utili all’industria tecnologica verde. La Cina, che ha enormi interessi nell’estrazione di nichel indonesiano, osserva con fastidio. La Thailandia prova a ingraziarsi Trump con un aumento degli acquisti di energia e aerei Boeing. Persino la Cambogia, il paese del Sud-est asiatico più vicino a Pechino, sostiene di essere pronta a un accordo quadro.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
