Minamitorishima è un’isola remota del Pacifico a 1860 chilometri a sud-est da Tokyo. Il primo avvistamento di cui si ha traccia risale al 1694 per mano del capitano spagnolo Arriola, che guidava il Galeone di Manila avanti e indietro tra Filippine e Messico. L’isola è rimasta fuori dalle rotte fino alla metà dell’Ottocento quando l’esploratore giapponese Shinroku Mizutani condusse una spedizione con 46 coloni per farne un insediamento. Pochi anni prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, Minamitorishima venne evacuata e usata come base militare per alcune unità dell’esercito giapponese. Dopo la sconfitta, il controllo dell’isola passò nelle mani degli Stati Uniti fino a quando, nel 1968, il territorio tornò sotto l’amministrazione di Tokyo.
Oggi, nessun civile abita sull’Isola degli uccelli del sud (questa la traduzione letterale del nome). È stata usata per lo più dall’Agenzia meteorologica nazionale per fare dei rilevamenti sul clima e, probabilmente, la cosa per cui è più “famosa” è essere il luogo in cui era nascosto uno dei Pokémon leggendari nella saga dei videogiochi ispirata all’anime.
Questo almeno fino al 2012, quando un gruppo di ricercatori delle Università di Tokyo e Waseda, guidati dal professore Yutaro Takaya, scoprì sul fondale dell’isola più remota del paese 16 milioni di tonnellate di terre rare. Il Giappone aveva trovato finalmente il modo per smarcarsi dalla dipendenza cinese nell’approvvigionamento di questi elementi essenziali per la costruzione di tecnologie avanzate.
Lunedì 12 gennaio, l’imbarcazione Chikyu è salpata dal porto di Shimizu, nella prefettura centrale di Shizuoka, in direzione di Minamitorishima dove rimarrà fino a metà febbraio. L’obiettivo della spedizione è quello di arrivare alla profondità di 6000 metri sotto il livello del mare per estrarre fango sottomarino ricco di disprosio, neodimio e samario – tutti elementi dalle forti proprietà magnetiche utilizzati dal settore dell’automotive a quello dei dispositivi medici.
La ricerca si inserisce nel Programma interministeriale di promozione dell’innovazione strategica (SIP) messo su dal governo giapponese per contrastare sul lungo termine la Cina che ha di fatto il monopolio dell’estrazione e lavorazione delle terre rare, e da cui il Giappone dipende per il 63% del proprio fabbisogno.
Il SIP insieme all’Agenzia per la scienza e la tecnologia marina e terrestre (JAMSTEC), che guida la missione, puntano a creare entro il 2027 un impianto stabile in grado di estrarre 350 tonnellate di fango e terre rare al giorno. Nel corso di un briefing lo scorso 4 dicembre, la ministra con delega alle politiche della scienza e tecnologia, Kimi Onoda, ha dichiarato che “realizzare una catena di fornitura domestica [di terre rare] è estremamente importante per la sicurezza economica”.
La limitazione delle esportazioni di questi materiali preziosi da parte della Cina non è, infatti, solo un’ipotesi quanto una possibilità molto concreta. All’inizio del mese, Pechino ha annunciato di aver stretto i controlli sulle esportazioni verso il Giappone di beni a duplice uso, ovvero quei materiali o prodotti che possono avere un impiego militare oltre che civile. Secondo quanto appreso da Nikkei Asia, tra questi ci sarebbero anche terre rare impiegate per scopi civili al contrario di quanto annunciato dal portavoce del Ministero del Commercio, He Yadong, secondo cui “gli impieghi per scopi civili non saranno compromessi”.
Il provvedimento fa parte del pacchetto di misure adottate da Pechino in risposta alla dichiarazione della prima ministra giapponese Sanae Takaichi su un possibile intervento militare a Taiwan in caso di attacco cinese, di cui avevamo parlato anche qui. Ma per Tokyo la corsa per differenziare la propria catena di approvvigionamento alle terre rare non ha avuto inizio questo lunedì con la partenza della nave Chikyu.
Già nel 2010, nel pieno della crisi tra i due paesi per l’annosa disputa sulle isole Senkaku/Diaoyu, la Cina bloccò per due mesi le esportazioni di terre rare, da cui il Giappone dipendeva per il 90% delle importazioni. “Solo ora gli Stati Uniti e l’Europa si stanno rendendo conto dell’urgenza della situazione sulle terre rare”, ha affermato al New York Times Naoki Kobayashi, funzionario della divisione minerali del Ministero del Commercio, “per il Giappone, questa amara lezione è arrivata già quindici anni fa”.
Al tempo, il paese fu preso completamente alla sprovvista. Il ministro di allora incaricato alle politiche economiche, Tatsuya Terazawa, ricorda che l’attimo dopo che Pechino aveva annunciato il blocco un responsabile del dicastero per l’automotive si fiondò subito alla sua scrivania per dire che l’intero settore avrebbe potuto fermarsi. Terazawa confessò che lui, di terre rare, non sapeva assolutamente nulla.
L’impreparazione non impedì al paese di dirottare un miliardo di dollari su un pacchetto di misure volto a ridurre la dipendenza dalla Cina. Fu in particolare l’incontro con la società Lynas a rivelarsi particolarmente promettente. La società mineraria australiana, nel bel mezzo di difficoltà finanziarie, stava tentando all’epoca di creare la prima filiera di produzione di terre rare estraendo i minerali in Australia per poi raffinarli in Malaysia. Per creare l’impianto nel paese del sud-est asiatico, però, mancavano quei capitali che poi, nel 2010, arrivarono proprio dal Giappone.
Perché se c’è una cosa da non sottovalutare nella produzione di terre rare è che non basta averne grandi riserve per diventarne esportatori. La Cina ha in mano oggi il 92% della produzione perché è di fatto l’unica ad avere il controllo sul processo di raffinazione. Secondo l’Agenzia internazionale dell’Energia, a seguire c’è, per l’appunto, la Malaysia.
Attraverso il partenariato strategico con la Lynas, che nel frattempo è diventata il più grande fornitore di terre rare al di fuori della Cina, il Giappone è riuscito a ridurre la dipendenza da Pechino dal 90% del 2010 a poco più del 60% di adesso. Ma non è ancora abbastanza. Il Nomura Research Institute ha stimato che, se le restrizioni imposte dalla Cina dovessero continuare, le perdite stimate nel corso dell’anno ammonterebbero a 17 miliardi di dollari.
Nelle stesse ore in cui la Chikyu salpava dal porto di Shizuoka, a Washington si è tenuto il G7 tra i ministri delle Finanze (per l’Italia c’era il ministro Giorgetti) per discutere proprio di terre rare. All’incontro, presieduto dal Segretario del Tesoro Scott Bessent, c’erano anche i rappresentanti di Australia, Messico, Corea del Sud e India. Tutti sono concordi nel trovare soluzioni rapide e metodi alternativi di approvvigionamento.
È stata proprio la ministra per le Finanze giapponese, Satsuki Katayama, a guidare l’incontro delineando strategie a breve, medio e lungo termine per rafforzare le catene di forniture che non passino dalla Cina. In un’intervista di due giorni prima, sempre Katayama aveva posto l’accento proprio sulla necessità di “neutralizzare la capacità della Cina di trasformare il monopolio sui metalli rari in un’arma geopolitica”. Altrimenti – aveva paventato – finiranno sull’orlo della crisi anche settori “che non hanno nulla a che fare con la sicurezza”. Tradotto, aziende civili. Pechino non ha rilasciato comunicati ufficiali dopo le dichiarazioni della ministra della Finanze giapponese e a seguito del G7.
L’altro fronte verso cui poi si è mosso il Giappone è l’Arabia Saudita. Lo scorso dicembre, la prima ministra Sanae Takaichi ha parlato al Future Investment Initiative forum, la conferenza organizzata dal fondo sovrano saudita che per la prima volta si è tenuta a Tokyo, mettendo ancora una volta in guardia sui pericoli di questa dipendenza e chiedendo la collaborazione di Riyad, che sostiene di avere 2,5 trilioni di dollari in risorse minerarie e terre rare inutilizzate.
Al contrario di quanto indicato dal nome, i giacimenti di terre rare sono abbondanti in tutto il mondo. Tuttavia, i costi ambientali della loro estrazione e raffinazione sono estremamente alti. Da una decina di anni, anche la Cina ha aumentato i vincoli sulle estrazioni interne perché il loro impatto nocivo è diventato evidente. Mentre sugli effetti del deep-sea mining, l’estrazione nelle profondità marine, sono note ancora troppe poche informazioni. Nonostante le trattative vadano avanti da anni, l’Autorità delle Nazioni Unite per i fondali marini (ISA) non è riuscita ancora a trovare un accordo rispetto alla regolamentazione dell’estrazione in acque internazionali. Intanto, le singole nazioni possono procedere nelle proprie acque territoriali come sta facendo il Giappone che spera di avere entro il prossimo anno un sito di estrazione in pianta stabile intorno all’isola di Minamitorishima.
A lungo si è pensato che le profondità marine fossero troppo buie, fredde e scarse di cibo per ospitare forme di vita. Seppur ancora poco esplorati, oggi sappiamo invece che ospitano un ecosistema estremamente variegato. Oltre a rappresentare una minaccia diretta per la flora e fauna sottomarina, l’estrazione nei fondali potrebbe compromettere il ciclo di assorbimento degli oceani di anidride carbonica nell’atmosfera.
Dopotutto la questione climatica e ambientale non sembra più essere in cima alle agende degli attuali governi. La priorità è piuttosto svincolarsi dalla Cina che, proprio mettendo sul tavolo un blocco alle esportazioni di terre rare, lo scorso aprile era stata l’unica a contrastare la politica dei dazi di Donald Trump. E con un’esperienza ormai decennale, il vicino Giappone è in prima linea per guidare questa corsa a ogni costo.
Di Eleonora Zocca
[Questo articolo è stato scritto per la newsletter di Simone Pieranni Il Partito]