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Dalla crisi del vecchio contratto sociale alla trappola della depoliticizzazione: intervista a Wang Hui

In Cina, Economia, Politica e Società, Interviste by Simone Pieranni

Wang Hui, intellettuale cinese, considerato uno dei più influenti intellettuali pubblici della Cina contemporanea e una figura di primissimo piano nel dibattito teorico globale e di cui il manifesto ha tradotto “Il nuovo ordine cinese” e “La questione tibetana tra Est e Ovest”, è stato insignito del Premio Internazionale Feltrinelli (nella categoria Scienze Morali e Storiche) per aver svelato le radici storiche della modernità cinese.

Di recente Wang Hui, intellettuale cinese, considerato uno dei più influenti intellettuali pubblici della Cina contemporanea e una figura di primissimo piano nel dibattito teorico globale e di cui il manifesto ha tradotto “Il nuovo ordine cinese” e “La questione tibetana tra Est e Ovest”, è stato insignito del Premio Internazionale Feltrinelli (nella categoria Scienze Morali e Storiche) per aver svelato le radici storiche della modernità cinese. Per questa occasione lo abbiamo intervistato e su queste pagine (e sul sito) potete leggere un riassunto di una lunga intervista (che potrete trovare integrale su ilpartito.substack.com, la newsletter di chi scrive).

Con Wang siamo partiti dalla modernità un tema a lui molto caro, di cui ha indagato le specificità cinese nella sua opera The Rise of Modern Chinese Thought: “A partire da Max Weber, ha raccontato Wang, gli intellettuali europei hanno fornito molteplici interpretazioni e riflessioni sulla modernità, seguendo percorsi teorici differenti. Eppure, di fronte alla sfida rappresentata dalla Cina, molti continuano a partire dai propri schemi abituali – Stato-nazione, capitalismo liberale, democrazia rappresentativa, secolarizzazione, ecc. – per interpretare lo sviluppo cinese come una “deviazione” o un’ “anomalia”.

Il risultato è l’esagerazione o l’essenzializzazione di concrete contraddizioni geopolitiche e di conflitti di interesse economico, trasformati in un’ostilità intrinseca tra civiltà, negando la possibilità di coesistenza tra diverse tradizioni storiche e forme istituzionali – vale a dire, la possibilità di un mondo multipolare. La teoria dello scontro delle civiltà è legata a modalità cognitive profondamente radicate: essa offusca le molteplici crisi che le stesse società occidentali si trovano ad affrontare e ignora la diversità di pensiero e l’ibridità istituzionale interne alla Cina, in particolare i profondi legami tra il suo percorso moderno e i processi globali dominati dall’Occidente”.

Dato che molte delle analisi del professore si basano sui processi di “depoliticizzazione”, non si poteva non parlare di AI e di approcci diversi alla governance maturati in seno ai mutamenti tecnologici. Secondo Wang Hui, “A differenza del modello americano, la governance dell’AI in Cina è caratterizzata da una profonda impronta statale. Oltre a servire il mercato dei consumi e i sistemi pubblicitari, gli algoritmi sono integrati in modo sempre più profondo nella governance urbana, nella gestione del traffico, nella sicurezza pubblica, nell’amministrazione e nei servizi sociali. Espressioni popolari come allerta precoce dei rischi, governance di precisione, gestione a griglia (wanggehua guanli), “cervelli urbani” e smart cities descrivono proprio questo processo di integrazione. Questa governance algoritmica coordinata dallo Stato fa parte della transizione strutturale dell’agenda politica cinese: il dibattito si sta progressivamente spostando dalle dispute sulle classi, sulle riforme di mercato e sulle scelte istituzionali verso temi come la capacità statale, la sovranità tecnologica, le politiche industriali, la prosperità comune e la sicurezza nazionale.

Almeno fino a ora, l’aspetto dominante della governance algoritmica in Cina è il rafforzamento del potere statale e della sua capacità di governance, piuttosto che una spinta verso la privatizzazione dello stesso. Rispetto al modello di privatizzazione del potere statale, il modello a guida e coordinamento statale è più attento alla stabilità sociale; l’alleviamento mirato della povertà (jingzhun fupin) o la lotta alla corruzione possono essere considerati tratti distintivi del modello di governance cinese nell’era dell’AI”.

Oggi la Cina affronta un rallentamento economico che mette in discussione il contratto sociale tra Partito e cittadini e su questo Wang Hui ritiene che “Se seguiamo la linea della “depoliticizzazione” e dell’evoluzione del rapporto Stato-mercato, uno dei problemi centrali che la Cina affronta oggi è che il consenso sociale incentrato sulla crescita economica – o quello che tu chiami il “contratto sociale” – in vigore sin dall’avvio delle riforme e aperture, sta cambiando, mentre un nuovo consenso sociale non si è ancora pienamente formato. Tutti i consensi sociali sono in costante mutamento; l’incompletezza è la norma.

In realtà, i disordini sociali della fine degli anni ’80 sono stati il sintomo di una crisi del consenso sulle riforme. Dopo gli aggiustamenti degli anni ’90, si è ricreata una narrativa di legittimazione basata sulla crescita, ma oggi questo consenso – mai del tutto consolidato – si trova di fronte a enormi sfide. Dall’abolizione delle tasse agricole all’inizio del secolo, passando per lo sviluppo dei “cinque coordinamenti” basati sulla “prospettiva scientifica dello sviluppo” (sviluppo urbano-rurale, sviluppo regionale, sviluppo economico-sociale, armonia tra uomo e natura, sviluppo interno e apertura verso l’esterno), fino ai “cinque coordinamenti necessari” proposti dal governo nel 2024 (il rapporto tra mercato efficiente e governo attivo, il rapporto tra offerta aggregata e domanda aggregata, la coltivazione di nuovi motori e il rinnovamento di quelli vecchi, l’ottimizzazione della crescita incrementale e la valorizzazione degli asset esistenti), gli aggiustamenti delle macro-politiche statali non si sono mai fermati.

La visione dello sviluppo incentrata esclusivamente sulla crescita “ha subito una metamorfosi”. Metamorfosi che vede in prima linea i giovani cinesi: “Con il rallentamento della crescita economica, spiega Wang Hui, la disoccupazione giovanile – compresa quella dei laureati – è diventata un importante stress test per la Cina. Non si tratta solo di riformulare un contratto sociale tra lo Stato e i giovani; sono le relazioni intergenerazionali nel loro complesso a richiedere un profondo aggiustamento. La flessione economica e la riduzione della mobilità sociale portano i giovani a scontrarsi con forti difficoltà nelle loro aspettative di vita. Poiché questa generazione è figlia dell’era digitale, e l’innovazione tecnologica digitale allontana gli stili di vita e le relazioni sociali tra le generazioni, se la promessa di crescita non garantirà una vita più sicura, stabile e con margini di ascesa sociale, la questione giovanile finirà per innescare una crisi sociale più ampia.

Negli ultimi quarant’anni, ogni ambito della vita sociale in Cina è stato caratterizzato da un’altissima competitività. Quando la competizione cessa di promuovere la sicurezza sociale e non riesce a conciliare il lavoro con la vita privata, la salute mentale, la dignità individuale e la qualità delle relazioni sociali diventano grandi sfide per la società contemporanea. Di recente, il governo ha inserito la lotta al “neijuan” (iper-competizione o “involuzione”) nei piani nazionali, proprio perché ha riconosciuto che la logica della competizione unidirezionale è in crisi in ogni settore.

L’opinione diffusa tra i giovani sul “tangping” (sdraiarsi, rifiutare la competizione) è una reazione a questa forma sociale iper-competitiva. Si tratta di una generazione con un alto livello di istruzione, un’elevata mobilità e cresciuta con il digitale; avanzeranno inevitabilmente richieste politiche adeguate ai tempi, su temi caldi come l’uguaglianza sociale, la società del rischio, la riforma dell’istruzione, il rapporto tra tecnologia e società, la definizione delle regole delle piattaforme, l’etica dell’IA, la libertà, la sicurezza e l’ambiente.

Infine, le sfide: quella più importante per la Cina contemporanea, secondo Wang Hui, risiede nella necessità di capire se lo Stato nato dalla rivoluzione del Novecento, pur essendo ormai profondamente integrato nella globalizzazione capitalista, nei mercati e nelle nuove tecnologie, sarà capace di conservare la spinta egualitaria, la partecipazione attiva e la dimensione critica verso i rapporti di potere che hanno caratterizzato la sua origine storica.

Proprio su questo nodo cruciale si innesta una obiezione finale, mossa da molti e che ho riportato a Wang: condannando il vuoto e il deserto politico creato dal neoliberismo, non si rischia, per paradosso, di legittimare chi riempie quel vuoto dall’alto in modo autoritario, finendo per giustificare il sistema Partito-Stato come l’unico soggetto politico rimasto in vita?

La risposta di Wang Hui è netta e respinge questa lettura, definendola un fraintendimento della sua analisi. Lo studioso chiarisce infatti che la critica alla depoliticizzazione non conduce di per sé all’autoritarismo, ma è il processo stesso di depoliticizzazione neoliberista a generare risposte distorte: da un lato l’arbitrio dello Stato e la ricentralizzazione autoritaria, dall’altro un populismo, specialmente di destra, che prospera sulla disfunzione dei sistemi democratici tradizionali. Entrambe queste derive, per Wang Hui, non sono vera politica, bensì forme opposte e speculari di “politica della depoliticizzazione”, dove l’agire consapevole dei cittadini viene sostituito da logiche puramente strutturali e di gestione.

Lungi dal difendere in modo acritico lo status quo di Pechino, il professore denuncia apertamente la tendenza alla “statalizzazione del Partito”, ovvero quel processo burocratico in cui il Partito comunista perde la propria spinta ideale, la capacità di mobilitazione e il contatto con la base per trasformarsi in un mero apparato amministrativo dello Stato. Nel XX secolo, ricorda Wang Hui, la “linea di massa” era proprio lo strumento più forte per combattere la burocratizzazione e l’allontanamento dai cittadini. La sfida per il futuro non è quindi un nostalgico ritorno al passato o l’accettazione della stretta autoritaria, ma la faticosa costruzione di una nuova “ripoliticizzazione” capace di far emergere nuovi soggetti attivi, giovani, comunità locali, lavoratori, spazi digitali,  ed evitare l’iper-centralizzazione del potere. Una scommessa che, conclude il pensatore, non potrà consumarsi entro i confini di un solo Paese, ma dovrà necessariamente assumere i contorni di un movimento trans-sociale e trans-sistemico globale.

Di Simone Pieranni

[Pubblicato in forma ridotta su ilmanifesto]