Manifestazioni di piazza a Bangkok e nelle Filippine e, in Indonesia, contro cinesi della Rpc assunti da un’azienda a Sulawesi. L’Asia di Sudest, l’area del mondo meno colpita dal Covid-19, vede dimostrazioni continue in alcuni dei principali Paesi dove alla morsa del virus e agli effetti del lockdown sull’economia si aggiunge una rinvigorita protesta contro i regimi autoritari di Thailandia e Filippine.

Ieri a Bangkok un gruppo di attivisti ha dimostrato davanti al quartier generale dell’esercito per protestare contro un commento su Fb dell’ex vice portavoce Nusra Vorapatratorn. Il colonnello ha criticato la manifestazione che sabato scorso ha attraversato la capitale descrivendo i manifestanti come mung ming, in gergo chi – spiega il Bangkok Post – è giovane, carino, innocente e, pertanto, ignorante: gente che dovrebbe pensare a guadagnarsi il pane anziché scendere in piazza. Il militare ha poi rimosso il post ma qualcuno lo aveva già “catturato” e condiviso. Gli attivisti hanno sfidato il maggior potere del Paese, forti della manifestazione di sabato, organizzata dall’Unione studentesca e dal gruppo “Gioventù libera” che chiede una nuova Costituzione, lo scioglimento della Camera e nuove elezioni. Almeno 2mila persone, secondo gli organizzatori, hanno sfidato il premier Prayut Chan-o-cha e lo stato di emergenza in vigore da marzo per il Covid, che ha però permesso al governo di silenziare le proteste mai interrottesi dopo le contestate elezioni del 2019. Vi si sono aggiunte una sentenza in febbraio che ha sciolto il Future Forward Party, opposizione sempre più emergente, e la scomparsa di attivisti che si erano esiliati in Cambogia e in Laos.

Anche nelle Filippine la protesta va avanti da quando il presidente Duterte ha voluto una nuova legge antiterrorismo liberticida e ha messo in difficoltà una delle maggiori reti televisive ritenuta nemica: la Abs-Cbn cui il Parlamento non ha rinnovato la concessione per le trasmissioni e che rischia una multa miliardaria e il sequestro della sede a Quezon City. Ma quel che è più sorprendente è la posizione della Chiesa locale, che si e schierata senza mezzi termini contro le misure emergenziali. Ieri il vescovo ausiliare di Manila, Broderick Pabillo – uomo assai poco tenero con l’autoritario Duterte – ha sfidato il consulente legale del presidente Salvador Panelo a querelare la Lettera pastorale della Conferenza episcopale delle Filippine (Cbcp) che ha sollevato preoccupazioni per la legge antiterrorismo, invitando a pregare per la sua abrogazione. Panelo – riferisce l’Inquirer – aveva affermato che la Lettera potrebbe aver violato la disposizione costituzionale che vigila sulla separazione tra Chiesa e Stato e ha accusato la Cbcp di aver fatto indebite pressioni sulla Corte Suprema in occasione della firma della legge. La vicenda ha anche una coda “politica” interna: quando il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon e presidente delle Conferenze episcopali asiatiche, ha chiesto preghiere contro la legge sulla sicurezza imposta a Hong Kong da Pechino (Bo è noto per le sue posizioni anti cinesi), i vescovi filippini gli hanno risposto che con certezza si sarebbero uniti nella preghiera per Hong Kong ma che al contempo gli chiedevano di pregare per le Filippine: non meno che a Hong Kong – dicono i presuli – i filippini sono allarmati per la recente approvazione della legge antiterrorismo.

Il clima filippino lo racconta bene la lettera di un sacerdote pubblicata dall’agenzia di stampa vaticana Fides, in cui paragona alla piazza di oggi quella del 1986 che portò alla caduta del dittatore Ferdinando Marcos: “…posso di nuovo sentire ciò che ho provato durante i giorni del People Power: l’emozione, il disgusto, la rabbia, la dedizione, l’impegno dei giovani”. Il sacerdote Daniel Franklin Pilario, che è anche un docente di teologia, non teme di firmare il messaggio col suo nome: “Il ‘No’ emerge dal profondo della nostra umanità quando la nostra fibra morale viene violata. Diciamo che tutto questo è sbagliato e ci mobilitiamo per protestare… Sono molte le vittime di questo governo che meritano il nostro sostegno. È tempo di alzarsi e far sentire le nostre voci. Di fronte al male, il silenzio è un sì allo status quo. Neutralità significa essere complici del potere”.

Di segno totalmente diverso invece le proteste in Indonesia – iniziate ad aprile e ancora in corso a luglio – contro l’assunzione di manodopera cinese da parte di alcune aziende che lavorano nella zona sudorientale dell’isola di Sulawesi: la società mineraria cinese PT Virtue Dragon Nickel Industry e la PT Obsidian Stainless Steel (OSS). Per calmare le acque, gli industriali hanno offerto, in cambio dell’assunzione degli operai specializzati dalla Cina, 5mila nuovi posti di lavoro per la manodopera locale indonesiana.

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]