Dall’inizio del secolo, in seguito a una serie di riforme neoliberiste, le disparità economiche in Giappone si sono ampliate e la povertà è stata additata come «responsabilità personale».

Da un lato, l’epidemia di Covid-19 ha indubbiamente riportato l’attenzione sulla necessità che nessuno, nella nostra società, venga abbandonato, se si vuole bloccare la diffusione del virus; dall’altro, però, se il confinamento in casa è possibile, è perché ci sono persone che garantiscono il mantenimento del sistema sociale, esponendosi al rischio del contagio.

Bisogna esser pronti a una lunga battaglia, ma c’è il timore che il governo non sia in grado di indicare una strategia realistica spalmata su diversi anni, perché sarebbe in contrasto con la decisione, ormai presa, di non annullare le Olimpiadi, e di rimandarle all’estate dell’anno prossimo.

Confinato, insieme alla mia famiglia, nel mio appartamento di Tokyo, anche io sogno il giorno della liberazione. Amo mia moglie e i nostri due bambini, eppure sento ugualmente lo stress, forse perché mi è difficile vivere tutte le diverse personalità che ho sviluppato nel mio rapporto con gli altri.

Ho, infatti, personalità piuttosto differenti tra loro, nate ciascuna dalla comunicazione di tanti anni con vecchi amici, con altri scrittori, con curatori delle case editrici, con conoscenti stranieri, con mia madre, rimasta nella mia città natale…

È vivendo queste diverse personalità che ho mantenuto un equilibrio nella mia vita. Negli ultimi anni ho riflettuto sulle personalità legate a ciascun rapporto con l’altro, la cui essenza non si esaurisce in una semplice divisione dicotomica tra pubblico e privato.

E ho chiamato queste personalità «dividui» divisibili, in opposizione all’indivisibile «individuo»: naturalmente, alcuni «dividui» sono piacevoli da vivere, altri stressanti. Il problema del confinamento domestico consiste nella modifica forzosa cui sono sottoposte l’organizzazione e la proporzione tra loro dei «dividui».

Immagino ci sia anche chi non possa vivere la personalità corrispondente all’interlocutore che considera più importante, e sia invece costretto a vivere tutto il giorno la sgradita personalità che nasce dal suo rapporto con conviventi mal sopportati; così come qualcuno si troverà a concentrare su un unico convivente i bisogni che prima soddisfaceva nel rapporto con diversi «dividui».

Il lavoro online è aumentato, ma davvero ci basta? Entro certi limiti. Non abbiamo mai desiderato tanto come ora trascorrere del tempo fuori, a tu per tu con qualcun altro, sebbene meno produttivo.

A cosa serve l’arte, ci si chiede in questi giorni? Che domande! Sono sicuro che, al primo concerto che andrò a sentire dopo la liberazione, di qualsiasi musica si tratti, piangerò. I libri, ovviamene, li posso leggere anche a casa, ma quel che mi manca è parlarne a volontà, seduto con qualcun altro al tavolino di un caffè.

Non c’è mai stata l’abitudine, in Giappone, ai baci e agli abbracci, e le strette di mano sono rare; forse ora passeranno di moda anche in Occidente. Mi verrebbe quasi voglia di introdurre questi costumi da noi. Di certo, comincerà un’epoca in cui “adattarsi” al cambiamento sarà ancora più necessario di adesso. E ci saranno abitudini che verranno riscoperte e apprezzate. Sogno il giorno in cui potrò tornare in Italia, paese dove sono stato più volte, cui mi legano tanti indimenticabili ricordi.

Di

[Pubblicato su il manifesto]