Covid-19 fa arretrare l’economia cinese per la prima volta dagli anni ‘70. Secondo i dati rilasciati venerdì dall’Istituto nazionale di statistica, nel primo trimestre – che ha coinciso con l’inizio della crisi epidemica – la crescita cinese ha riportato una contrazione su base annua del 6,8%, disattendendo le proiezioni degli esperti (6,0%). Non succedeva dai tempi della Rivoluzione Culturale. Nel mese di marzo le vendite al dettaglio e gli investimenti negli asset fissi – termometro dei consumi e dei nuovi progetti infrastrutturali – hanno registrato un’erosione superiore alle aspettative (-15,8% e -16,1%), seppure in miglioramento rispetto al tonfo del 20,5% del primo bimestre. Segnano invece un trend più incoraggiante la produzione industriale – che lo scorso mese ha perso solo l’1,1% dopo la flessione del 3,5% di gennaio e febbraio – e il mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione si è stabilizzato su un 5,9%, in discesa rispetto all’incremento record del 6,2% riportato nei precedenti due mesi, sebbene statistiche indipendenti calcolino il numero reale dei disoccupati intorno ai 200 milioni se si includono i lavoratori migranti esonerati dai calcoli ufficiali. Cifre credibili considerato il crollo delle esportazioni, giù del 17,2% nel periodo gennaio-febbraio, quando l’epidemia ha raggiunto i mercati occidentali. Migliaia di fabbriche hanno chiuso, ridotto la produzione e licenziato in massa.

Nei giorni scorsi il premier Li Keqiang ha minimizzato l’importanza della crescita del Pil, purché la disoccupazione rimanga sufficientemente contenuta da non turbare la stabilità sociale. Ma centrare l’obiettivo di crescita è una questione politica, non solo economica. Stando alle stime preliminare, la leadership aveva in serbo per il 2020 un’espansione “intorno al 6%”, quanto necessario per raggiungere il primo dei due obiettivi centenari (raddoppiare il Pil procapite rispetto ai valori del 2010), annunciati dal presidente Xi Jinping nel 2014. Se le previsioni del Fmi venissero confermate, il gigante asiatico si dovrà accontentare di un misero 1,2%. Un risultato che rischia di minare la credibilità dell’amministrazione in carica, che trae buona parte del proprio consenso dalla capacità di assicurare il benessere sociale. Ma è davvero così?

Dall’inizio della pandemia, il dibattito sui tassi di crescita è tornato d’attualità negli ambienti economici cinesi. La preoccupante performance potrebbe ora far prevalere quelle voci che da tempo chiedono l’eliminazione del target annuo o quantomeno una maggiore flessibilità, come promesso nel 2014 con l’introduzione del concetto di “new normal”, una nuova fase di espansione più moderata rispetto al passato. Ogni riserva verrà sciolta durante la riunione plenaria del parlamento, l’immancabile appuntamento di marzo durante il quale Pechino rivela gli obiettivi economici, quest’anno posticipato a tempo indefinito a causa dell’epidemia.

Come ricorda il Financial Times, nonostante la dubbia attendibilità, le statistiche ufficiali hanno ugualmente un peso simbolico: sconfitto il virus (la “grande prova” mandata dal Cielo), la dirigenza cinese sembra pronta a tollerare qualche incidente di percorso nel breve termine. Complici le comuni difficoltà riscontrate dai paesi occidentali. Al contempo, sul versante internazionale, i numeri, in tutta la loro brutalità, aiuteranno a riconquistare la credibilità persa nelle fasi inziali dell’epidemia.

Rispondendo alle accuse di scarsa trasparenza, proprio venerdì mattina le autorità di Wuhan, la città epicentro del contagio, hanno rivisto al rialzo del 50% il bilancio dei decessi da Covid-19, passati così da 2.579 a 3.869, mentre il totale delle infezioni locali è salito a quota 50.333. Giustificando la revisione, frutto di indagini interne, la Xinhua ha citato tra le motivazioni l’inclusione delle morti avvenute prima del ricovero e dei casi non segnalati correttamente dalle strutture sanitarie.

[Pubblicato su il manifesto]