Ghettizzati in un angolo dello stadio di Pyongyang, 150 tifosi giapponesi hanno assistito alla sconfitta dei Samurai Blu di Zaccheroni. Decisivi i supporter nordcoreani, anche se la nazionale del regime non parteciperà a Mondiali del 2014. 
È stato il dodicesimo uomo sugli spalti del Kim Il-sung Stadium di Pyongyang a dare la vittoria alla Corea del Nord contro i campioni d’Asia del Giappone.

Lo stesso su cui non hanno potuto contare i Samurai Blu guidati da Alberto Zaccheroni, battuti il 15 novembre scorso per 1-0, match valido per le qualificazioni al Campionato Mondiale di Calcio del 2014 in Brasile.

Erano soltanto 150 i tifosi giapponesi cui il regime di Kim Jong-il ha concesso di assistere alla partita, naturalmente senza poter esporre alcun striscione né bandiere del Sol Levante.

Lo stadio dedicato all’Eterno Leader era tutto per i rossi nordcoreani, situazione ben diversa dal mondiale in terra sudafricana dello scorso anno, quando la Corea del Nord, a metà tra squadra materasso e team simpatia del torneo, fu sostenuta dal tifo dei supporter cinesi, reclutati dal buon vicino.

Che le condizioni di gioco per i giapponesi sarebbero state difficili è stato chiaro fin dal loro arrivo nella capitale: trattenuti per quattro ore all’aeroporto a causa delle procedure burocratiche per entrare nel Paese eremita.

Non chiederò ai miei giocatori di fare qualcosa di diverso dalle altre partite”, aveva detto Alberto Zaccheroni, “ Devono divertirsi, crescere insieme e giocare per il Paese”. Le questioni politiche tuttavia non potevano non fare da sfondo all’appuntamento che nell’economia del torneo non aveva più niente da dire, con il Giappone già qualificato al prossimo turno e la Corea già eliminata.

Tokyo ha più volte denunciato, anche con l’imposizione di sanzioni, le ambizioni nucleari nordcoreane, sostenuta dagli Stati Uniti, e ha sempre chiesto informazioni sulle decine di giapponesi sequestrati durante la Guerra Fredda. L’arcipelago nipponico è inoltre stato più volte bersaglio dei test missilistici del regime.

La rivalità affonda le radici nell’occupazione imperiale della penisola coreana tra gli anni Dieci e gli anni Quaranta del secolo scorso, mai sopita dopo l’indipendenza e la divisione tra il Nord comunista e il Sud filo-occidentale.

Non stupiscono pertanto i fischi all’inno giapponese all’apertura del match in cui i Samurai Blu si presentavano come favoriti, dall’alto del loro diciassettesimo posto nella classifica Fifa contro il 124esimo di Pyongyang.

Trascorsi ventidue anni, la storia si è ripetuta. Allora per i coreani fu un 2-0. Questa volta, per la prima sconfitta dei giapponesi da quando si sono laureati campioni d’Asia la scorsa estate, è bastato il gol all’inizio del secondo tempo di Park Nam-chol, per la gioia dei 600mila coreani del Giappone, di cui molti discendenti degli emigrati durante l’occupazione.

O almeno di quei 150mila che hanno legami stretti con il Nord e che hanno fornito ai rossi ben quattro giocatori, nati in Giappone e cresciuti calcisticamente nella J League, la serie A nipponica. Tra loro Jong Tae se, ora attaccante dei tedeschi del Bochum, già soprannominato il “Wayne Rooney del popolo”.

[Foto credit: footballwallah.blogspot.com[