biennale di venezia censura

Contro ogni censura della cultura e dell’arte: i padiglioni di Russia, Israele e Iran per la Biennale 2026

In Asia Meridionale, Cultura by Redazione

La fondazione La Biennale di Venezia ha annunciato i curatori e gli artisti protagonisti dell’attesissima 61° Esposizione Internazionale d’Arte, che conta la partecipazione di ben 99 padiglioni nazionali e 31 eventi collaterali. Quest’anno, tra gli ospiti dell’edizione emergono nuove collaborazioni e tornano presenze familiari, dopo anni di assenza o esclusione forzata.

In Minor Keys, a cura di Koyo Kouoh, volge l’ascolto alle “frequenze silenziose” del mondo dell’arte contemporanea e si preannuncia già come evento estremamente inclusivo —al netto di abbondanti critiche: debutteranno i padiglioni nazionali delle Repubbliche di Guinea, Guinea Equatoriale e di Nauru, il Qatar, la Repubblica di Sierra Leone, la Repubblica Federale di Somalia, la Repubblica Socialista del Vietnam ed El Salvador (per la prima volta con un padiglione esclusivo).

Tra i casi di partecipazioni “a intermittenza”, sia l’ India con Geographies of Distance: remembering home che il Pakistan con Punj•AB – A Sublime Terrain tornano a Venezia dopo l’edizione del 2019. Ma in questa Biennale Arte, visitabile dal 9 maggio al 22 novembre 2026, i riflettori sono già puntati su tre grandi “concorrenti”: presso la sede Giardini esporrà la Russia —nelle vicinanza della sede degli Stati Uniti D’America— Israele presso l’Arsenale, mentre non sono ancora noti i dettagli specifici sul progetto espositivo dell’Iran, però menzionato ufficialmente nell’elenco dei paesi.

La posizione è netta. È lampante il distacco dalle dichiarazioni sostenute sin dal 2022 (ai tempi della presidenza di Roberto Cicutto), riguardo il rifiuto di collaborazione con “chi sostiene un atto di aggressione di inaudita gravità”, relative all’invasione russa dell’Ucraina. Quest’anno la Biennale “esclude qualsiasi forma di chiusura o di censura della cultura e dell’arte”, “ci saranno Russia, Iran, Israele (…), Ucraina e Bielorussia. Tutti”: Venezia ospiterà un vero e proprio atelier di dibattito politico. 

Il progetto espositivo che la curatrice camerunense Koyo Kouoh lascia in eredità —a causa della prematura scomparsa— si conforma come una mappa di “geografie relazionali”, esplora con approccio decoloniale narrazioni e prospettive spesso trascurate o marginalizzate. Il nucleo curatoriale e concettuale di In Minor Keys “non procede per sezioni, ma per priorità sotterranee”, e si organizza per motivi ovvero sezioni tematiche distillate che formano un percorso di tensione sperimentale, fatto di arte che attraversa mondi, culture e popoli, soglie temporali e verso il reale sussurro “magico” della dimensione umana. La struttura decisa per questo “luogo mitico dello Zeitgeist” (nella visione Kouoh) si conferma come svolta controcorrente ed è determinata a presentare l’arte come strumento di comunicazione libero, di valore. Come racconta il presidente Pietrangelo Buttafuoco, “noi pensiamo che dove c’è arte ci sia dialettica. Venezia è la città dove tutti i popoli si sono incontrati, la città capitale d’Oriente. È politica estera con una grande responsabilità, in una fase delicatissima e fragile”.

Eppure, negli ultimi giorni le polemiche sempre maggiori stanno finendo per occupare il centro della scena, quasi mettendo in ombra le ambizioni del grande evento internazionale d’arte. Le critiche si articolano su due fronti: da un lato una questione “interna”, legata alla scarsa presenza di artisti italiani, dall’altro le controversie legate all’adesione di alcuni “scomodi” padiglioni nazionali (Russia, Iran e Israele in particolare).

Il “caso” degli artisti italiani, per la prima volta quasi del tutto assenti nel programma della mostra se non come “gocce nel mare” presso il Padiglione Italiano (con Cecilia Canziani e Chiara Camoni), si presta a due principali interpretazioni: come sintomo di crisi del sistema artistico contemporaneo italiano —non più competitivo sul piano internazionale— e come conseguenza della improvvisa scomparsa di Kouoh, quindi l’impossibilità della curatrice di “approfondire la conoscenza della scena locale”.

Ma ha ancora senso di parlare di nazionalità? La critica d’arte Ilaria Bonacossa inaugura un’interessante riflessione sul concetto di cittadinanza, che considera “un po’ desueto” in un’epoca globalizzata, citando l’esempio dell’artista inglese di origine etiope Theo Eshetu, che dagli anni Ottanta risiede stabilmente a Roma.

Passando al secondo punto: viviamo un periodo di globale incertezza geopolitica, e non si può di fatto ignorare che ogni delegazione sia espressione del proprio governo, dato che il modello —unico al mondo— dell’organizzazione dei Padiglioni Nazionali della Biennale, è basato sulla sovranità dei singoli Stati partecipanti, che collaborano con l’istituzione centrale. 

Pur aspirando a essere una piattaforma di dialogo senza precedenti, uno “spazio di tregua e dialogo”, la manifestazione che inaugurerà tra pochi mesi resta esposta a probabili boicottaggi e proteste. 

Molte associazioni critiche —come il collettivo femminista puck rock russo Pussy Riot— hanno già espresso forte dissenso nei confronti della partecipazione della Russia. L’escalation critica prosegue con una lettera aperta e sottoscritta da migliaia di artisti, curatori, giornalisti, che accusano la Fondazione di sorvolare con questa scelta i rischi di propaganda politica e di permettere l’abuso dell’arte come strumento di “normalizzazione dei crimini di guerra”. A questo si aggiunge una sempre più forte pressione diplomatica e la minaccia del taglio dei finanziamenti UE: i ministri della cultura di ben ventidue i Paesi europei hanno firmato una lettera (resa pubblica il 10 marzo 2026) contro l’esposizione russa, definita come scelta “inaccettabile” e “inquietante”.

Il progetto in questione è intitolato The Tree is Rooted in the Sky (“L’albero è radicato nel cielo”) e include oltre cinquanta tra artisti, musicisti, poeti e filosofi da tutto il mondo (tra cui Argentina, Brasile, Mali e Messico). Immaginata come spazio di dialogo interculturale ed esperienza immersiva, la mostra si sforza di rafforzare il senso di comunità internazionale, promette di dimostrare che la cultura prevale sulla politica, e che le arti “comunicano nell’eternità”. Come afferma il critico Mikhail Shvydkoy: “proprio per questo abbiamo deciso di creare un progetto in cui si potrà ascoltare una polifonia multilingue di culture che non si considerano periferiche rispetto all’Occidente”.

Non va dimenticata la cessione dello spazio rappresentativo della Federazione Russa —forzatamente esclusa— alla Bolivia durante la scorsa edizione della Biennale d’Arte 2024 (“Foreigners Everywhere”).

Ma tutte queste “buone intenzioni” basteranno a convincere il pubblico? O prevarrà l’impressione che si tratti semplicemente di “soft power” culturale, di un modello visuale parte della dottrina militare russa, o addirittura di un vero e proprio “strumento di guerra ibrida”? Le reazioni restano intense: “Aspettatevi resistenza”, incalza Pussy Riot, “sopprimeremo il rumore che esportate: morte, tragedia e bugie”.

In continuità con il motto “l’arte come tregua”, nel caso dell’Iran i margini di incertezza sono ancora più ampi. Le petizioni e le proteste internazionali a favore della sua esclusione non sono mancate, ma La Fondazione ha ribadito che nessun Paese riconosciuto dallo Stato italiano sarà emarginato. Non sono stati resi pubblici né la sede né i nomi di artisti e curatori selezionati. Resta tuttavia la presenza a Venezia di artisti di origine iraniana come Abbas Akhavan (per il Canada) e i dipinti di Farideh Lashai presso Palazzo Franchetti, protagonista della collettiva Turandot: To the Daughters of the East, uniti a proiezioni multimediali in dialogo con poesia persiana e commento sociale.

Ma le proteste contro il padiglione iraniano ancora non hanno raggiunto la stessa risonanza di quelle contro la Russia: probabilmente si considera l’attuale scacchiere geopolitico ed economico, o il fatto che i progetti artistici espositivi dell’Iran non siano effettivamente ancora stati annunciati? O ancora la complessa e delicata questione legata alla libera espressione artistica della giovane generazione iraniana martoriata —soprattutto qualora emergesse una spinta a rappresentarne lo sguardo progressista.

Intanto il progetto della scultrice Alma Allen per gli Stati Uniti d’America viene confermato, anche se preceduto da mesi di problemi gestionali, di ritardi, incertezze organizzative e critiche riguardo la rappresentazione dei “valori americani tradizionali”, e così anche il padiglione di Israele, trasferito però presso lo spazio dell’Arsenale. The Rose of Nothingness (“La Rosa del Nulla”) consisterà in una grande installazione realizzata dall’artista Belu‑Simion Fainaru, ispirata alla celebre immagine poetica del “latte nero” di Paul Celan, legata alla memoria dell’Olocausto e al trauma storico. 

Anche  nel caso del contributo israeliano non sono tardate le reazioni politiche e le manifestazioni: provocatoriamente soprannominato “Genocide Pavilion”, l’opposizione di ANGA (Art Not Genocide Alliance) e di PACBI (Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel) leggono questa apertura ad Israele come una chiara legittimazione degli attuali conflitti in Medio Oriente.

Come nel caso russo, anche il padiglione di Israele era rimasto chiuso nel 2024, ma secondo una diversa logica, volontaria e controversa. L’artista Ruth Patir —con il progetto video-installativo (M)otherland— e le curatrici Mira Lapidot e Tamar Margalit decidono a pochi giorni dall’inaugurazione di non aprire la mostra allestita affiggendo un messaggio esplicativo del gesto di rinuncia: le porte sarebbero rimaste chiuse ai visitatori finché non fosse stato raggiunto un cessate il fuoco a Gaza e un accordo per la liberazione degli ostaggi nel conflitto tra Israele e Hamas. Ma il padiglione non è mai stato aperto. 

Per la Biennale 2026 arte, etica e geopolitica si intrecciano senza soluzione di continuità. Si parla di boicottaggi, di “artwashing”, di strumentalizzazioni culturali. Il caso più esplosivo rimane quello russo, coinvolge meno istituzioni con Israele, e appare ancora meno visibile sull’incerta partecipazione iraniana.

Nonostante le pressioni e la critica sempre più feroce, la rassegna lagunare è destinata a svolgersi anche quest’anno, guidata da un’idea controcorrente, nel segno di un’arte intesa come spazio di espressione libera, di confronto politico e di resistenza simbolica contro ogni forma di censura. Dall’intervento di Buttafuoco: “Mentre il mondo alza il volume, e le voci si sovrappongono nel frastuono – fino ad annullare i significati – esiste un solo modo per comunicare, creare una zona d’ascolto sintonizzata su una frequenza minore. Più raccolta, accogliente, umana, e non per questo meno carismatica.”

Di Marta Varini