“Consigliere e diplomatico alla corte birmana” di Anna Maria Abbona Coverlizza (Effatà Editrice) presenta la vita appassionante di padre Paolo Abbona (Monchiero 1806 – Boves 1874), uomo di umili origini, ma di grande intelligenza e umanità, delineandone un ritratto affascinante e ricco di sfaccettature. Oblato di Maria Vergine, partito alla volta della lontana Birmania come missionario, Paolo Abbona seppe unire l’intensa e genuina vocazione religiosa alla grande capacità diplomatica che, aiutata dalla padronanza di ben sette lingue e dalle conoscenze maturate nel campo medico, dell’astronomia, della geografia, ne fece un uomo di importanza europea e asiatica. Divenuto amico personale del re Mindon, contribuì a costruire chiese, scuole, collegi, ospedali; messaggero di pace tra birmani e inglesi, plenipotenziario del re d’Italia per la stipula di un trattato di amicizia e di commercio con l’Impero Birmano, ispiratore di rapporti diplomatici tra Francia e Birmania, accumulò meriti che lo fecero nominare prima cavaliere e poi ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro e commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia. China Files presenta un estratto del volume per gentile concessione dell’editore
Alla corte di Tharawaddy Min: faccio di tutto…
Fu Tharawaddy Min, ottavo sovrano della dinastia imperiale dei Konbaung – sul trono dal 1837 – a offrire al missionario il primo incarico diplomatico:
Il re birmano […] mi mandò il ministro degli esteri pregandomi di tradurre dall’inglese in birmano alcune lettere ministeriali, assicurandomi il ministro che il re si fida solamente del Vondoghi, prete cattolico italiano, e altre lettere venute dappoi suggellate consegnate nelle mie mani e io fui il primo a leggerle.
La profonda fede buddista del sovrano non fu mai d’ostacolo al rapporto tra il missionario e il re, a cui suggerì insieme al barnabita monsignor Federico Cao di avviare contatti con il papato, quando sul soglio pontificio sedeva Gregorio XVI: si promuoveva così una prima relazione internazionale per il regno birmano e si ponevano le premesse per quel dialogo interreligioso, che solo cent’anni più tardi troverà tanti discepoli. Assicuratosi il rispetto di Tharawaddy, l’oblato cuneese seppe tessere anche una singolare e fitta rete di rapporti personali con ministri e altri influenti dignitari birmani. Una lettera del 1843 diviene illuminante per comprendere il grado di confidenza che contraddistinse, fin dai primi tempi, il legame del missionario con l’ambiente della corte:
Oggi mi trovai con uno dei Ministri dell’Imperatore Barmano, che si può chiamare ministro degli esteri, molto mio amico, dal quale seppi, che difficilmente il Re mi lascia allontanare dalla città capitale; dovendo adunque forse rimanere nella città, mi trovo obbligato a fare visite ora al Re, ora ai Ministri, e secondo il costume del Regno si dovrebbe di tanto in tanto fare qualche regalo. […] Se mi potesse procurare una cassettina con dentro, o in tutto, o in parte le seguenti cose: 1° una medaglietta della Consolata d’oro con qualche lavoro da potersi portare al collo; ciò sarebbe per regalare la moglie di chi ci fabbricò la bellissima chiesa di Amarapura; 2° una faldiglia ben lavorata; 3° uno o più bellissimi ventagli: 4° uno o più bellissimi astucci con dentro aghi: 5° qualche ciarpa [sic] di curioso lavoro […] Noti, che regalando queste cose, non si dona, ma si riceve: dette cose sarebbero per regalare a Mogli di Ministri, o alla Regina, e si riceve in contraccambio danaro per fare chiese, e case.
[…]Fin dall’arrivo in terra birmana, di certo, i molteplici interessi alquanto differenziati del missionario concorsero ad agevolarne i rapporti con la corte imperiale di Amarapura. Poiché la cultura birmana nutriva spiccato interesse per i fenomeni astronomici, studiò astronomia per facilitarsi il dialogo con la corte: «Ebbi più volte occasione di parlare col Re, coi principi, di scrivere e ricevere lettere della figlia del Re circa cose di astronomia» e per accedere a esclusivi circoli culturali della città e confrontarsi con le credenze della popolazione; pubblicò un trattatello su Copernico e imparò a prevedere le eclissi di qualunque anno, fin dai tempi di Tharawaddy; con il principe Mindon poi, in occasione dell’eclisse totale di sole, nel dicembre del 1852, per accoglierne le richieste, predispose anche una puntuale relazione in lingua birmana.
Faccio di tutto […] il professore di astronomia, benché non sia astronomo.
Per dispensarmene avevo risposto al re che mi mancavano i globi e i libri, e il buon Re tosto fece spendere 600 franchi per due eccellenti globi inglesi, mi provvide di libri e io mi dovetti tosto mettermi a contemplare le stelle, ne scrissi un trattatello in cui spiegai in breve il sistema di Copernico, diedi un’estesa relazione di tutti i pianeti, parlai di tutte le costellazioni indicando il sito di ciascuna, riuscii coll’aiuto dei libri e coll’applicazione a poter determinare le eclissi di luna per qualunque anno. E si sta ora in aspettazione di un’eclissi di luna, che secondo gli astronomi birmani deve accadere la sera del
24 corrente, e secondo me nella mattina del 25. Vedremo chi avrà ragione. Il fine del Principe è di sapere qualche cosa di astronomia. Lei può immaginare quale ne sia il disturbo per me dover parlare in birmano e spiegare in questa lingua mancante di quasi tutti i termini di arti e di scienze. Spiegare, dico, che cosa sia l’orizzonte sensibile e l’orizzonte razionale, da che cosa venga la variazione del compasso, che cosa siano gli anfisei, gli sfaterosei, gli autosei, i preriosei, le parallassi ecc. È certo per me una grande seccatura. Eppure, se con questo mi riuscisse di ottenere un ordine favorevole alla conversione dei Cariani e dei Cien, forse opererei più bene dalla città imperiale che i missionari esposti nei boschi alle tigri e ai serpenti.
In una precedente lettera al confratello Bonfante, Abbona confessa un comportamento davvero inusuale per un missionario cattolico: nel portare avanti il suo operato non disdegnò, persino, di praticare talvolta giochi di prestigio, utilizzando un mazzo di carte, per confutare sciocchi pregiudizi o ingenue mentalità.
Faccio anche il gioco dei bussolotti. Ne senta un caso per ridere. Parlando un giorno i sacerdoti Cassé della forza che ha il diavolo, raccontando alcuni fatti, io dissi loro che non credevo affatto. Allora due di loro mi assicurarono che per fortuna del diavolo un loro Ponnà fece all’improvviso comparire una ragazzetta e poi la fece all’improvviso scomparire.– Niente di più facile, dissi io. – Preso tosto un mazzo di carte – anche qui ci sono le carte da gioco – le misi sulla tavola, e battendo io tre volte la tavola la feci scomparire, e gliela feci trovare in un cassettino che si trovava lungi in un’altra camera. Li feci restare tutti meravigliati. Ed assicurandoli che questo si può fare naturalmente con destrezza di mano, restarono disingannati da tanti fatti che alcune volte raccontano loro i Ponnà. […] È bene che un missionario sappia fare di tutto. Anche un libro di magia bianca verrebbe qui a taglio.
[…]AMICO, CONSIGLIERE E DIPLOMATIVO DEL RE MINDON
(…) essendomi informato delle condizioni proposte dagli inglesi ai birmani per la pace, le ho trovate così esorbitanti, e così ingiuste, che credo impossibile che il re le possa sottoscrivere, e perciò ritengo che si rinnoverà la guerra.
Come ha sottolineato Aung Myo Tun, grazie alla mediazione dei religiosi italiani, accompagnati da due ministri birmani, Thihathu e Hla Thiri Min Htin, si raggiunse la pace, anche se non siglata da un trattato, in quanto il re Mindon mai espresse formale rinuncia circa le province del sud, di cui Rangoon (Yangon), Pegù (Bago) e Martaban (Mottama) erano i centri più ricchi e sviluppati. E nonostante l’annessione della Bassa Birmania, proclamata unilateralmente dagli inglesi il 20 giugno del 1853, e il successivo rifiuto «di restituire le terre occupate del Pegu, Mindon Min continuò con i rappresentanti inglesi rapporti corretti, sulla base di un rispetto ineccepibile», come ebbe a scrivere nel 1971 il noto orientalista Renzo Carmignani. Se già con i precedenti sovrani Abbona aveva stabilito rapporti di collaborazione e di confidenza, fu con il re Mindon che seppe costruire una profonda amicizia, sorretta da stima reciproca, al di là del loro credo, l’uno buddista, l’altro cattolico, al di là del prestigioso e indiscusso potere che la società e la cultura birmana del tempo assegnavano alla monarchia, ai suoi sovrani e alla sua corte.
Quando vado a trovarlo mi riceve assai bene, mi conduce in giardino, si trattiene a parlare con me di religione fino alle quattro o cinque ore di seguito, loda la religione nostra, ne ammira la saviezza dei precetti, ma i pregiudizi sono molti. Da alcuni mesi in qua domandarono di parlare di religione anche altro principe detto Islimen, cognato del re. Altre volte parlai di religione alla presenza di due principesse e di una Regina, ne restarono ammirati, convinti, ma non convertiti. Però questo principe mi assicurò che se riesco a sciogliere tutte le obbiezioni si farà cristiano a costo della vita.
Per comprendere la personalità «illuminata» di Mindon, di certo ci sorregge quanto annotò il capitano di vascello Carlo Alberto Racchia in una lettera, intorno alla storia della Birmania, inviata al commendatore Negri, il diplomatico del regno sardo in contatto con Abbona da lungo tempo:
Il principio della carriera di Sua Maestà Mindon fu piuttosto rimarchevole. Prima del suo avvenimento al trono aveva preso i voti di Pounghi, o prete Buddista, e passata la sua vita nei recessi di un monastero in atti di devozione e nello studio […] Per quanto si riferisce agli avvenimenti del suo regno non abbiamo ad esprimere se non delle lodi.
Uno degli aspetti più particolari dell’avventura birmana di Abbona fu, in effetti, proprio la stretta relazione con il re Mindon. La corte di Amarapura, tradizionalmente diffidente verso gli stranieri, trovò in Abbona una figura inusuale: un missionario che, pur portando con sé i valori della fede cattolica, mostrava una sincera comprensione e rispetto per la cultura e le tradizioni del Paese che l’ospitava. Abbona fu così uno dei pochi stranieri ad avere accesso diretto al re, una concessione riservata soltanto ai più stretti collaboratori. Il missionario riferiva in una lettera di aver ricevuto il privilegio di entrare nel gabinetto privato del re in qualsiasi momento, senza dover rispettare alcuna formalità: va da sé, una dimostrazione tangibile della fiducia che Mindon nutriva per il missionario.
Detto Meng-don-Meng, ora re […] (è il più retto uomo che io mi abbia conosciuto in tutta l’India). Perdonò generosamente a tutti i suoi nemici, fa quanto può per sollevare il popolo. L’amore che dimostra ai poveri è straordinario, è affabile, umile, mi ama tanto che io lo tengo in conto di padre. Mi diede licenza di andarlo a trovare in qualunque ora senza alcuna formalità, entrare nel suo gabinetto privato. Mi pregò di avvertirlo di qualunque cosa io stimi, di diriggerlo specialmente pel suo personale affinché non cada in fatti e se lo vedo fare, o permettere, qualche cosa che non sia giusto, mi pregò di avvertirlo promettendo di obbedirmi, e mi obbedì di fatto in cose assai gravi. Mi diede licenza di entrare nei suoi magazzini e prendere quello che voglio. Io non accettai niente se non una coppa d’oro che mi presentò di sua mano e non potei scusarmi. Vorrebbe tosto spedire una lettera con alcuni regali al Santo papa, promettendo di volere in persona portarsi egli stesso a Roma, onde ossequiare il Sommo pontefice. Mi fabbricò la casa e la chiesa…
L’accesso diretto al re era un’eccezionale rarità e, se concessa a un non birmano, per di più uno straniero europeo e religioso cattolico attivo in un paese buddista, si configurava come un esclusivo privilegio che permise ad Abbona di influenzare molte decisioni politiche e sociali al tempo di Mindon.
