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Cina-Usa, colloqui a Stoccolma con vista Pechino

In Economia, Politica e Società, Relazioni Internazionali by Lorenzo Lamperti

Si va verso una proroga della tregua sui dazi di ulteriori 90 giorni, nel tentativo di trovare un accordo più profondo e di tutelare la visita di Donald Trump, che potrebbe avvenire a ridosso della scadenza 

Mentre l’Unione europea “si inchina” a Donald Trump, la Cina punta a un accordo mostrandosi forte. Dopo Ginevra e Londra, tocca a Stoccolma ma con vista Pechino. Lì dove Trump punta ad andare nei prossimi mesi, tanto da favorire un netto miglioramento nel clima dei negoziati commerciali. Stati uniti e Cina si sono ritrovati ieri in Svezia, con un clima apparentemente più disteso rispetto ai due incontri precedenti. Dal perfezionamento dell’intesa sulla tregua di metà giugno, da una parte è ripreso il flusso di terre rare dalla Cina verso gli Stati uniti, dall’altra la Casa Bianca ha rimosso una serie di divieti sui software tecnologici e sui chip di Nvidia, che sono tornati acquistabili da Pechino. Trump, che alla vigilia dei nuovi colloqui ha detto di sperare che la Cina apra il suo mercato, ha molto ammorbidito il tono. E lo stesso ha fatto anche Xi Jinping, che nel summit della scorsa settimana con i vertici dell’Unione europea ha rinunciato alle critiche verso quello che definisce “bullismo protezionista”, che invece era stato onnipresente da marzo in poi.

A Stoccolma, dove il faccia a faccia prosegue anche oggi, il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng dovrebbero innanzitutto concordare una proroga della tregua sui dazi, che secondo il South China Morning Post dovrebbe essere di ulteriori 90 giorni. Questo consentirebbe da una parte di cercare un accordo commerciale più profondo e articolato, dall’altra può tutelare l’agognata visita di Trump in Cina. Nonostante le recenti suggestioni sulla presenza alla grande parata militare del 3 settembre, quando Pechino celebrerà gli 80 anni dalla vittoria contro il Giappone alla presenza tra gli altri di Vladimir Putin, alla fine Trump dovrebbe andare in Cina tra fine ottobre e inizio novembre, proprio a ridosso della fine della nuova tregua. Aspetto che fa pensare alla possibile volontà di annunciare un ipotetico “grande accordo” insieme a Xi.

Prima però, bisogna fare passi avanti concreti sul negoziato. E da Stoccolma ci si attende proprio questo, cioè che al di là degli annunci ufficiali si affrontino questioni economiche più ampie come il riequilibrio di una bilancia commerciale nettamente a favore di Pechino, lo sovraccapacità produttiva cinese, gli acquisti di petrolio russo e iraniano, ma anche i controlli all’export di beni tecnologici imposti da Washington. Il lavoro da fare è tanto e serviranno probabilmente diverso tempo e soprattutto la volontà politica per arrivare a un accordo davvero profondo e stabile.

A livello politico ed economico, la Cina ha bisogno di questo avvicinamento, anche se è consapevole che passare dall’armistizio alla pace non è semplice. A livello retorico e di percezione, però, l’andamento dei negoziati viene raccontato come una vittoria, seppur non definitiva. Questo proprio perché sin dall’inizio Pechino ha lanciato quella che ha definito “prova di resistenza” contro i dazi. Sui media si mettono in evidenza le varie concessioni di per esempio Giappone e Ue a Trump, per sostenere che la linea dura indicata da Xi stia funzionando meglio, visto che si è arrivati al negoziato e alla tregua senza mai mostrarsi deboli. Anzi, la Cina è convinta di aver trovato una leva negoziale molto potente: le terre rare. Riaprirne il flusso ha garantito non solo un congelamento dei dazi, ma anche aperture rilevanti sulle catene di approvvigionamento tech.

Non si può escludere la tentazione di alzare il tiro negoziale. Nelle prossime settimane, Trump sembra pronto a imporre nuovi dazi contro prodotti specifici come semiconduttori e farmaci, molto esportati dalla Cina. Pechino sta invece rallentando il via libera alla cessione del porto di Panama e sta operando una stretta sulle spedizioni di materiali utili alla produzione di batterie per veicoli elettrici. Il tutto mentre, proprio in questi giorni, arriverà a Pechino una delegazione di manager statunitensi di alto livello, tra cui i vertici di FedEx e della Boeing. La Cina ne approfitterà, come già fatto con la recente visita dell’amministratore delegato di Nvidia, per sostenere che le aziende americane non vogliono un disaccoppiamento delle due economie, ma anzi un avvicinamento.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su il Manifesto]