Il ritorno del nüshu, la scrittura segreta delle donne dello Hunan meridionale, tra Gen-Z cinese, social media e nuove forme di solidarietà femminile. “Dialoghi: Confucio e China Files” è una rubrica in collaborazione tra China Files e l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano. Qui per le altre puntate
Il nüshu, la lingua segreta delle donne dello Jiangyong, sta riprendendo popolarità tra la Gen-Z cinese. Il sistema di scrittura dava alle donne private di un’istruzione formale la possibilità di comunicare tra loro attraverso un canale privilegiato ed esclusivo, ed è considerato uno dei rari casi di sistemi di scrittura di genere non maschile. Non ha perso, nel corso dei secoli, il suo richiamo alla forza e alla solidarietà femminili contro le iniquità del sistema di valori patriarcale, anzi: se dopo gli anni Novanta, con la morte delle ultime depositarie, si temeva che sarebbe presto scomparso, negli ultimi anni ha ripreso inaspettatamente vigore. Il nüshu – anche conosciuto come “la scrittura delle lacrime” – viene oggi celebrato dalle giovani donne attraverso performance teatrali, la nascita di associazioni dedicate, gioielli, tendenze nel mondo dei tatuaggi, in un momento in cui le pressioni per l’uguaglianza di genere in Cina si fanno sempre più forti.
Il 女书 (nǚshū), letteralmente “scrittura delle donne”, nacque circa quattro secoli fa nella contea rurale di Jiangyong, nello Hunan meridionale. In un sistema sociale profondamente patriarcale in cui alle donne era spesso negato l’accesso all’istruzione formale, le abitanti della regione svilupparono una forma di scrittura fonetica derivata dai caratteri cinesi tradizionali. Diversamente dai caratteri standard, i simboli del nüshu erano più sottili, allungati, spesso associati alla sinuosità delle foglie di salice. La scrittura veniva letta nel dialetto locale e risultava incomprensibile a chi proveniva da altre regioni della Cina. Alcune ricercatrici sostengono che fosse un sistema di comunicazione segreto da cui gli uomini erano programmaticamente esclusi, mentre altre, sostengono che gli uomini pur comprendendo ill nǚshū, ne erano praticamente disinteressati. Questo ha dato modo al sistema di scrittura di svilupparsi nel corso dei secoli.
Si tratta di una tradizione preziosa: in un periodo storico in cui la poesia, l’arte e la letteratura maschili proliferavano, il nǚshū rappresenta una rara testimonianza dello sguardo e dell’esperienza femminili. Non solo: si tratta di uno strumento funzionale all’autodeterminazione collettiva, perché per le donne di Jiangyong il nüshu non era soltanto un mezzo di comunicazione, ma uno spazio di intimità e mutuo sostegno. I messaggi venivano scritti su ventagli, ricamati sui tessuti, trasformati in poesie o canti popolari. Uno degli esempi più noti era il 三朝书 (sānzhāoshū), la “lettera del terzo giorno”, un piccolo libro cucito a mano che veniva regalato a una sposa il terzo giorno dopo il matrimonio, quando le era concesso tornare a visitare la famiglia d’origine. Al suo interno, amiche e parenti lasciavano messaggi di conforto e incoraggiamento. In un’epoca in cui il matrimonio segnava spesso la separazione definitiva dalla propria comunità, il nüshu diventava così una forma di sorellanza e un modo per ritagliarsi uno spazio di libertà al quale poter tornare nel momento del bisogno.
Per molto tempo questa tradizione sembrò destinata a scomparire. Con la diffusione dell’istruzione femminile e la modernizzazione delle campagne cinesi nel Novecento, sempre meno donne continuarono a utilizzarla. L’ultima donna identificata come autentica depositaria della conoscenza del nüshu morì nel 2004, secondo il China Daily. Da quando il resto del mondo scoprì il nüshu negli anni Ottanta, sono stati diversi i tentativi di preservare questo sistema di scrittura, come la realizzazione di un museo locale nella contea di Jiangyong in Hunan. Anche studiosi della Tsinghua University hanno insegnato il nüshu hanno iniziato a fare ricerca e tramandare questa conoscenza a livello accademico. Invece di scomparire, l’irriverenza del nüshu è tornata a farsi sentire, con nuove generazioni di donne che hanno deciso di riappropriarsene.
Negli ultimi anni il nüshu è diventato un fenomeno culturale tra le giovani cinesi soprattutto di aree urbane. Sui social – come 小红书 (xiǎohóngshū) – si moltiplicano video tutorial di calligrafia, fotografie di tatuaggi ispirati ai caratteri tradizionali e gruppi di studio dedicati alla lingua. A Pechino è nato anche “Third Day Letter”, uno studio creativo dedicato al nüshu, il cui nome richiama proprio la tradizione del sānzhāoshū. Sempre più studentesse partecipano a workshop nello Hunan per imparare la scrittura direttamente dalle cosiddette “eredi” ufficiali della tradizione.
Il fascino per questa pratica antica ha poco a che fare con il vezzo estetico e molto con il desiderio di giustizia. Per molte giovani donne, il nüshu rappresenta un simbolo di autonomia e solidarietà in una Cina contemporanea ancora attraversata da forti pressioni sociali sul matrimonio, sulla maternità e sul ruolo delle donne all’interno della società. In questo senso, la “scrittura delle lacrime” viene reinterpretata non più soltanto come memoria di sofferenza, ma come linguaggio di resistenza culturale e identitaria. Da codice privato delle donne rurali, si è reincarnato negli spazi digitali e nella cultura pop della Gen-Z cinese, non tanto come uno strumento per sottrarsi al controllo maschile quanto come uno spazio per rivendicare il diritto delle donne ad avere il controllo della propria narrazione.
Laureata in Relazioni internazionali e poi in China&Global studies, si interessa di ambiente, giustizia sociale e femminismi con un focus su Cina e Sud-est asiatico. Su China Files cura la rubrica “Banbiantian” sulla giustizia di genere in Asia orientale. A volte è anche su Domani e il manifesto.
