L’ultimo esempio, raccontato da China Labour Bulletin (Clb), è la vittoria ottenuta dai lavoratori di una fabbrica elettronica di Dongguan – di proprietà hongkonghese – che dopo più di un anno di lotta hanno ottenuto il pagamento di arretrati mai corrisposti: il 2 dicembre 2015 avevano trovato i cancelli della fabbrica chiusi mentre il management era improvvisamente sparito. Clb fa notare che, nell’anno trascorso prima di ottenere soddisfazione, i lavoratori sono stati pestati e arrestati dalla polizia.

Qui ci sono i due estremi delle lotte per il lavoro in Cina: repressione e concessione, concessione e repressione. Le leggi di tutela del lavoro esistono, ma non sempre sono applicate. La casistica è estremamente varia. E poi l’esigenza di “stabilità” viene prima di tutto per le autorità cinesi: guai a creare disordine.

Oggi, a fare il punto su queste storie, cercando di delineare un quadro complessivo, è arrivato Made in China (sottotitolo: “A quarterly on chinese labour, civil society, and rights”, un trimestrale su lavoro, società civile e diritti in Cina), un bollettino online di cui è appena uscita la quarta edizione.

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