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Cina, Africa e il restringimento dello spazio di Taiwan  

In Cina, Relazioni Internazionali by Redazione

Negli scorsi due mesi, tre episodi avvenuti in Africa hanno sottolineato l’attuale posizione di Taiwan nel panorama geopolitico e, più in particolare, l’influenza indiretta della Repubblica Popolare Cinese (RPC) sul processo decisionale dei paesi africani coinvolti. 

Svista o strategia? 

Taiwan  è  membro  attivo  e  fondamentale  dell’Organizzazione  Mondiale  del  Commercio (OMC) e dal suo ingresso nel 2011 come “Territorio Doganale Separato di Taiwan, Penghu, Kinmen e Matsu (Taipei Cinese)” non ha mai perso un incontro. Questo, però, è cambiato quando,  il  20  marzo  2026,  il  Ministero  degli  Affari  Esteri  (MOFA)  taiwanese  ha inaspettatamente annunciato ufficialmente il ritiro dalla 14ª Conferenza Ministeriale (MC-14). L’avvenimento  non  passa  inosservato,  dato  che  la  suddetta conferenza, riunendosi con frequenza  biennale,  rappresenta  l’autorità  legale  numero  uno  negli  accordi  commerciali multilaterali. 

Perché, dunque, questa decisione improvvisa e inaspettata? 

Il  ritiro  sembra  essere  stato  provocato  dalla  notifica  di pre-iscrizione del Camerun, che designava la Repubblica di Cina (ROC) come “Taiwan, Provincia della Cina” nella dicitura per il  visto di entrata nel paese. Un attacco diretto ed inaccettabile allo status taiwanese di membro indipendente dell’OMC. Nonostante il Camerun avesse, poi, offerto un’ esenzione correttiva dal visto, Lin Chia-lung ha comunque rifiutato l’emendamento a causa di evidenti errori formali, tra cui nomi traslitterati in modo errato e delegati sistematicamente identificati con  il  genere  sbagliato,  rendendo  l’ingresso  nel  paese  rischioso  e  umiliante  per  i rappresentanti taiwanesi. 

Ciò ha fatto sì che il principale produttore di semiconduttori al mondo si trovasse fuori gioco proprio quando, il 31 marzo, MC-14 decideva di lasciar decadere la Moratoria OMC sui Dazi Doganali  sulle  Trasmissioni Elettroniche, in vigore dal 1998 per vietare dazi sui prodotti digitali transfrontalieri. Se la presenza di Taiwan avrebbe invertito tale esito è da discutere. Che le sia stata negata la possibilità di provarci, no. 

Cieli chiusi per il Presidente taiwanese Lai Ching-te 

Il 2 maggio 2026, nemmeno due settimane più tardi, si verifica un altro evento fuori dal comune. Il Presidente taiwanese Lai Ching-te annuncia il suo arrivo nel Regno dell’Eswatini a bordo del jet privato del Re Mswati III. Con grande sorpresa della comunità internazionale, Il viaggio non era stato anticipato da alcuna comunicazione. 

Ma facciamo un passo indietro. 

Il 21 aprile 2026, il Presidente Lai Ching-te avrebbe dovuto effettivamente raggiungere il territorio sudafricano per partecipare alle celebrazioni del 58° compleanno del Re Mswati III e del suo 40° anno sul trono. Poi, però, 12 ore prima della partenza, Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avevano inizialmente concesso il sorvolo, hanno congiuntamente dispostola chiusura dello spazio aereo, proibendo quindi non solo la fattibilità della spedizione ma anche la ricerca di possibili alternative. 

Sebbene  sia  chiaramente  impossibile  dimostrare  un ruolo attivo della Cina all’interno di questa  vicenda,  ciò che è interessante analizzare è la giustificazione data dai tre paesi protagonisti. Alla base della loro decisione ci sarebbe stato il sostegno al “principio di una sola Cina”. Xi Jinping, pochi giorni dopo gli eventi, ha, infatti, pubblicamente espresso il proprio elogio verso la condotta tenuta dai partner insulari. 

Diritti, digitalizzazione e la questione taiwanese 

L’ultimo tassello arriva dallo Zambia, dove tra il 5 e l’8 maggio si sarebbe dovuto tenere il RightsCon,  il  più  grande  summit  internazionale  sui  diritti  umani  e  lo  sviluppo  digitale. L’incontro è solito presentare il lavoro prodotto da attivisti, ingegneri, accademici e politici provenienti da tutto il mondo, compresi taiwanesi, hongkonghesi, tibetani e uiguri. Il governo zambiano, che aveva inizialmente accettato con entusiasmo di ospitare la convenzione a Lusaka presso il Mulungushi International Conference Centre (MICC), ha deciso di rinviarla all’ultimo momento per garantire che il programma dei relatori fosse allineato “con i valori nazionali, le priorità politiche e le più ampie considerazioni di interesse pubblico zambiano”. 

Anche in questo caso, come nei precedenti, il governo zambiano non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale sul coinvolgimento di Pechino. Molti organi di stampa nazionali hanno posto, però, un profondo interrogativo su questa decisione, sospettando che potesse essere stata influenzata dagli emissari del Partito Comunista Cinese (PCC), che hanno, tra l’altro, interamente finanziato la costruzione della sede del RightsCon. 

Il filo conduttore: “l’agency” africana nella rete cinese 

Tutti i paesi sopracitati hanno una cosa in comune: il doppio legame con la Cina. Mentre Zambia e Camerun dipendono fortemente dai finanziamenti cinesi, Mauritius, Seychelles e Madagascar  condividono  una  stabile  relazione  economica  con  Pechino.  Quella  che  in superficie sembra dipendenza totale, da vicino rivela una dinamica molto più complessa, e i leader africani ne sono navigatori tutt’altro che ingenui. Essi stanno giocando la partita della Realpolitik globale per garantire la sopravvivenza politica ed economica personale e del proprio paese. 

Lo  Zambia  offre  forse  l’esempio  più  esemplificativo.  Gli  investimenti  cinesi  nel  paese risalgono  agli  anni  ’70  con  la  ferrovia  TAZARA  e da allora si sono espansi nel settore energetico,  infrastrutturale  e  manifatturiero.  Nel  giugno  2023,  Zambia  ha  raggiunto  un accordo  storico  di  ristrutturazione  del  debito  attraverso  il  G20  Common  Framework, finalizzato con tutti i principali creditori ad inizio 2024, dando al paese tempo fino al 2043 per ripagare i propri obblighi. Quando il Presidente Hichilema ha cancellato RightsCon 2026, molti hanno incolpato Pechino. Gli esperti locali come Sishuwa Sishuwa indicano però una spiegazione più interessata: il parlamento zambiano, alle prese con una serie di disegni di legge  dal carattere repressivo, avrebbe trovato nella cancellazione del summit un modo efficace  per  sottrarre  quell’agenda  legislativa  allo  scrutinio  internazionale.  Hichilema  ha preso  due  piccioni  con  una  fava:  ha  mantenuto  soddisfatto  il  suo  principale  creditore mettendo a tacere al contempo gli attivisti pronti a criticare la politica interna zambiana.

Il Camerun racconta una storia simile con oltre 5,7 miliardi di dollari di investimenti cinesi dal 2007.  Il  paese  aveva  già  aderito  al  Piano  d’Azione  FOCAC  2024,  ma  la  politica  di azzeramento dei dazi doganali non era ancora stata estesa. A partire dal 1° maggio 2026 lo scenario è cambiato: la politica dazio zero è stata estesa a 20 paesi africani con forti legami diplomatici  con  la  Cina,  incluso  il  Camerun.  La  stretta  collaborazione  tra  i  due  paesi potrebbe, dunque, offrire un’interpretazione alternativa degli eventi di marzo. Orchestrando l’esclusione  di  Taiwan  attraverso  procedure  amministrative,  il  Camerun  ha  dato  una giustificazione  plausibile  al  Segretariato  dell’OMC  segnalando  al  contempo  il  proprio allineamento con Pechino. 

Per Mauritius, Seychelles e Madagascar, il quadro si sposta dal rischio di debito verso un posizionamento più strategico. Mauritius ha sfruttato l’Accordo di Libero Scambio del 2019 con  la  Cina,  il  primo  nel  continente,  per  attrarre  investimenti  nei  settori  high-tech  e finanziario,  posizionandosi  come  ponte  finanziario  per  il  capitale  cinese  in  entrata  nel continente africano. Le Seychelles si affidano meno ai prestiti e più alle sovvenzioni e al soft power cinese, come dimostrato nell’aprile del 2026 quando il rapporto con Pechino si è elevato allo status di cooperazione strategica. Inoltre, a partire da maggio 2026, come il Camerun,  entrambi  gli  stati  insulari  sono  stati  integrati  nella  politica  dazio  zero.  Il Madagascar, nel frattempo, ha recentemente ancorato la sua partnership a una massiccia integrazione industriale, ottenendo un impegno da 10 miliardi di dollari per costruire una città industriale verde che lega direttamente l’isola alle catene di approvvigionamento globali di veicoli elettrici e acciaio inossidabile. 

Quando queste nazioni insulari hanno bloccato i diritti di sorvolo di Taiwan nell’aprile 2026, sembravano eseguire gli ordini della Cina. Uno sguardo più attento ai complessi legami economici tra i tre paesi e la Cina reinterpreta la situazione completamente: questi paesi hanno consapevolmente deciso di sostenere un partner insostituibile in cambio di benefici economici. 

Eppure il fatto che l’accesso totale al mercato cinese sia la carta più preziosa sul tavolo è di per sé una condizione strutturale. Riflette decenni di integrazione economica cinese che hanno silenziosamente ristretto la gamma di alternative praticabili. In tutti e cinque i paesi emerge  uno  schema  più  ampio.  Le  nazioni  africane  hanno  addirittura  dimostrato  una capacità negoziale collettiva nel rimodellare il comportamento cinese stesso. Attraverso il G20 Common Framework e il Piano d’Azione FOCAC di Pechino del 2024, lo Zambia e, successivamente, altri paesi africani hanno fatto pressione con successo sulla Cina affinché essa sostituisse i prestiti commerciali ad alto interesse per abbracciare la ristrutturazione del debito  e  la  cancellazione  dei  prestiti  senza  interessi.  Mentre,  paesi  come  Mauritius  e Seychelles  hanno  strategicamente  sfruttato  la  loro  posizione  vitale  nell’Oceano  Indiano occidentale per massimizzare i benefici sia dall’Occidente che dalla Cina. Questo, tuttavia, dimostra  anche  la  flessibilità  della  Cina  nel  cambiare  e adattare la propria agenda per ottenere benefici a lungo termine. L’autonomia decisionale di ciascuno di questi paesi è reale, ma lo è anche l’architettura che la plasma. 

I tre episodi dei primi mesi del 2026 sono il risultato di amministrazioni africane che navigano un  complesso  panorama  di  interdipendenze  economiche  costruite  attraverso decenni di impegno bilaterale con la Cina. È proprio questo che rende la strategia cinese così efficace: non  ha  bisogno  di  coercizione.  Ma  è  anche  ciò  che  la  rende  paradossalmente

controproducente. Quando le nazioni africane agiscono nei propri interessi all’interno della struttura di incentivi di Pechino, i risultati che producono sono visibili e sempre più leggibili dal mondo esterno come un prodotto della pressione cinese. La capacità di agire che rende queste azioni sovrane è la stessa qualità che le rende consequenziali in modi che Pechino non può evitare. 

L’Azzardo di Pechino: una strategia a doppio taglio 

Il dibattito sull’approccio della Cina a Taiwan in Africa ha raggiunto un punto di svolta nel 2026:  Pechino  sta  vincendo  la  battaglia  tattica  mentre  mina,  forse  irreversibilmente,  la propria posizione strategica. 

Isolare senza coercizione 

Pechino  ha  cambiato  registro.  Piuttosto che acquistare semplicemente il riconoscimento diplomatico,  Pechino  ha  iniziato  a  limitare  la  mobilità  sovrana  di  Taiwan  e  la  sua partecipazione  internazionale,  costituendo  una  forma  di  pressione  più  sottile,  ma operativamente più efficace. 

Considerati  insieme,  i  tre  episodi  dei  primi  mesi  del 2026 non raccontano una serie di decisioni isolate, ma una logica coerente, seppur mai dichiarata. Il Camerun ha dimostrato che un paese ospitante dell’OMC può usare le procedure burocratiche per escludere un membro  per  ragioni politiche, senza conseguenze istituzionali. Le nazioni insulari hanno mostrato che lo spazio aereo, dominio ostensibilmente neutro, può diventare uno strumento diplomatico con poche ore di preavviso. Lo Zambia ha confermato che persino i forum della società civile non sono impermeabili alla stessa logica. La nuova strategia di Pechino non richiede  pressione  diretta:  le  basta  che  gli  interessi  di  ciascun  governo  si  allineino naturalmente con la propria agenda. 

L’effetto boomerang 

Eppure  quella  stessa  coerenza  ha  prodotto  una  conseguenza  che  Pechino  non  aveva calcolato. Il quadro complessivo è stato letto nelle capitali occidentali non come un normale riallineamento diplomatico, ma come una strategia di pressione resa finalmente leggibile. Il Comitato della Camera americana sulla competizione strategica con la Cina ha definito i divieti  di  sorvolo  “non  diplomazia,  ma  pressione  economica  volta  a  isolare  un  partner democratico”. 

L’illustrazione più vivida è arrivata dal Presidente Lai stesso. Invece di rinunciare al viaggio, ha raggiunto l’Eswatini a bordo del jet privato del Re Mswati III, trasformando una sconfitta logistica in un simbolo di resilienza. La reazione di Pechino, che ha definito il viaggio “uno stratagemma ridicolo” e Lai un topo che “si intrufola”, ha reso la natura della pressione cinese più visibile di qualsiasi dichiarazione taiwanese avrebbe potuto fare.  

L’episodio  dell’OMC  ha  prodotto  un  effetto  parallelo,  più  silenzioso  ma  altrettanto significativo. La missione permanente di Taiwan a Ginevra ha continuato a coordinarsi con gli  alleati  durante  MC-14,  e  Taipei  rimane  parte degli accordi plurilaterali al di fuori del consenso  generale.  L’esclusione  dalla  sala  non  ha  significato  l’esclusione  dalla conversazione.  Definire se  le  soluzioni  informali  possano  sostituire  indefinitamente  la  presenza istituzionale formale è, però, una questione destinata a farsi sempre più urgente.  

La variabile aperta 

Tutto questo accade mentre Washington e Pechino si sono seduti allo stesso tavolo. Xi Jinping ha dichiarato Taiwan la questione più importante nell’intera relazione bilaterale, una dichiarazione che, letta insieme ai tre episodi africani del 2026, suona meno come retorica diplomatica e più come una cornice strategica già operativa. La linea del fronte si è spostata: l’Africa,  che  lo  cerchi  o  meno,  è  diventata  uno  dei  suoi  teatri  principali.  Il  summit  ha confermato quello che l’Africa aveva già mostrato: Taiwan è al centro, e la partita è aperta.  

Lo  scenario  che  si  è  delineato  non  riguarda  quindi  solo  Taiwan.  Riguarda  il  costo dell’allineamento in un ordine globale che si sta ridefinendo e chi sarà nelle condizioni di determinarlo. 

Di Martina Abbate*

* Analista geopolitica specializzata nell’influenza cinese in Africa e nella regione indo-pacifica. Dopo un Master all’Università di Nottingham, con soggiorni di studio in Cina e Taiwan, ha tradotto la ricerca in pratica attraverso il Servizio Civile in Kenya, lavorando su progetti di sviluppo comunitario. Collabora con il Circle of Young Humanitarians, organizzazione che lavora per aumentare la conoscenza delle crisi umanitarie mondiali. Parla italiano, inglese, tedesco, cinese e francese e ha lo sguardo di chi ha imparato a muoversi tra culture molto diverse.