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Elefanti a parte – Chi è Balen Shah, l’ingegnere-rapper eletto primo ministro del Nepal

In Asia Meridionale, Elefanti a parte by Redazione

Balendra Shah (in arte Balen), classe 1990, oggi si appresta a diventare il più giovane primo ministro non solo del Nepal, ma a livello globale. 

Gli scorsi anni sono stati indubbiamente cruciali per il riassetto politico dell’Asia Meridionale. A febbraio il Bangladesh ha ospitato le sue prime elezioni libere, decretando una restaurazione del potere nelle mani del neo-eletto Rahman, l’ennesimo ‘’nepo-baby’’ della politica sudasiatica. 

Il 5 marzo è stato il turno del Nepal, che però ha visto trionfare una nuova leadership politica con la vittoria schiacciante del Rastriya Swatantra Party (Rsp) guidata dall’ex-rapper e ingegnere Balen Shah. Shah, già sindaco della capitale Kathmandu, e il Rsp rappresentano un vero e proprio ‘’terremoto politico’’ per la politica nepalese, riuscendo anche a strappare il collegio elettorale di Jhapa 5 al quattro volte primo ministro KP Sharma Oli, ottenedo il quadruplo dei voti rispetto al suo avversario. Balendra Shah (in arte Balen), classe 1990, oggi si appresta a diventare il più giovane primo ministro non solo del Nepal, ma a livello globale. 

Per capire questo drastico cambio di rotta nella politica nepalese dobbiamo fare un passo indietro e tornare alle proteste degli zoomer dello scorso settembre. Queste proteste sono state il catalizzatore di queste elezioni generali, scaturite da un collasso della fiducia del popolo nella classe politica rappresentata dai governi dei comunisti marxisti leninisti e del Congresso, percepiti come incapaci, corrotti e troppo anziani (la maggioranza dei leader dei partiti tradizionali ha infatti superato i settant’anni). Con il 40% della popolazione sotto i trentacinque anni, la questione generazionale è centrale nella governance del paese. Secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) la situazione del paese è critica: le statistiche sulla disoccupazione parlano di un tasso intorno al 10,5%, il più alto di tutto il subcontinente. Questa mancanza di opportunità interne ha generato una fuga di massa: ogni giorno migliaia di lavoratori qualificati sono costretti a lasciare il paese per cercare impiego all’estero, alimentando così il malcontento nella classe politica tradizionale.

Questa situazione drammatica però strideva con i trend social dettati dagli influencer nepalesi, la cui maggioranza era proprio figlio e figlia di quella classe politica estremamente privilegiata, con stili di vita opulenti in netto contrasto con le condizioni economiche e sociali del paese. Poco ci è voluto per rendere virali hashtag come #NepoKid o #NepoBabies, evidenziando non solo la natura nepotistica della società nepalese, ma anche la crescente frustrazione. A settembre 2025, con la messa al bando di ventisei piattaforme social (giustificate da vaghe ‘’ragioni burocratiche’’) e il conseguente blackout digitale, la reazione della Gen-Z è stata immediata e violenta, con scontri sanguinosi con le forze dell’ordine, portando alla morte di 77 persone e oltre 2000 feriti, ma riuscendo a forzare anche le dimissioni del primo ministro Oli. Sushila Karki, prima ministra ad interim e prima donna a ricoprire la carica nella storia del paese, fu selezionata in un sondaggio online tenuto sulla piattaforma forum di Discord, ma il nome di Shah veniva già menzionato con entusiasmo.

In questo contesto Balendra Shah è emerso con un duplice ruolo: come icona culturale anti-establishment ma anche come figura politica accusata di aver alimentato le proteste.

Prima di diventare un politico, Shah aveva studiato ingegneria civile a Bengaluru (in India), per poi intraprendere una carriera da rapper di successo. Tramite la sua musica (diventata colonna sonora delle rivolte con il suo brano Nepal Haseko, ‘’Nepal sorridente’’) denunciava le disuguaglianze del paese, godendo così di una forte popolarità, soprattutto tra i giovanissimi che si ricoscevano nelle sue rime. 

Nel 2022 venne eletto sindaco di Kathmandu, il primo candidato indipendente ad ottenere la carica. La sua campagna elettorale si concentrò sul contrasto alla corruzione, promettendo trasparenza e interventi strutturali nella gestione della capitale. Durante il suo mandato ha promosso diverse campagne di rigenerazione urbana, focalizzandosi su temi come salute, istruzione e urbanistica. Anche nella sua comunicazione pubblica Shah ha sempre seguito un approccio non convenzionale: ha sistematicamente evitato la stampa tradizionale e i giornalisti, affidandosi ai social e ai podcaster per veicolare i suoi messaggi. Una scelta che ha contribuito a consolidare la sua immagine anti-establishment, ma che ora, con le nuove responsabilità di primo ministro, solleva una domanda inevitabile: potrà permettersi di continuare  a ignorare i media tradizionali?

Nel corso dei suoi tre anni da sindaco della capitale non sono mancate le controversie e le zone d’ombra. Human Rights Watch lo ha accusato di violazioni di diritti umani, citando metodi repressivi contro le classi più povere e marginalizzate, in particolar modo riferendosi alle operazioni di polizia contro i venditori ambulanti e i violenti sgomberi di insediamenti di fortuna lungo le rive dei fiumi Bagmati e Thapathali. 

Non sono mancati gli scontri istituzionali: Shah ha sempre mantenuto i contrasti verso il governo federale, arrivando a minacciare di ‘’dare fuoco’’ (simbolicamente) al Singha Durbar, la sede del governo nepalese. Il motivo? L’auto comunale che trasportava sua moglie era stata fermata per un controllo dalla polizia stradale in quanto priva di autorizzazione per la circolazione nei giorni festivi, secondo Shah usando modi aggressivi verso sua moglie, la quale aveva partorito qualche giorno prima ed era di ritorno dalla terapia intensiva neonatale.

Le dichiarazioni di Shah, in ogni caso, erano state ampiamente criticate per la loro natura violenta. Il Singha Durbar finì effettivamente per essere assaltato e bruciato, ma non fu Shah a dargli fuoco, a bensì i giovani manifestanti Gen-Z al culmine delle proteste di settembre. Questo dettaglio però non l’ha comunque protetto dalle accuse della classe politica tradizionale, identificando in lui un agitatore responsabile della degenerazione violenta delle manifestazioni. A ottobre 2025 Shah è stato oggetto di diverse denunce formali per incitamento alla violenza presentate dalle sigle studentesche dei principali partiti partiti tradizionali come la Nepal Student Union (legata al Nepali Congress) e l’ANNFSU (legata al partito dell’ex pm Oli, il partito comunista marxista-leninista).

Nel giugno del 2023 il subcontinente, Nepal compreso, venne travolto da un’ondata di indignazione verso un controverso murales nel nuovo edificio del Parlamento a New Delhi, in India. Quest’ultimo rappresentava l’Akhand Bharat, la Grande India, con i confini che vanno dall’attuale Afghanistan al Myanmar, includendo anche il Nepal. Secondo le autorità indiane, un omaggio alla storia del subcontinente che comprendeva i confini dell’Impero Maurya sotto l’imperatore Ashoka, ma secondo alcuni esponenti del BJP di Modi, questo potrebbe rappresentare anche una visione del futuro, ossia di “un’India unita”, sottolineando la natura espansionistica dell’hindutva e dell’RSS, il braccio paramilitare del BJP. 

In pronta risposta, Balendra Shah ha esposto una mappa del “Grande Nepal” nel suo ufficio a Kathmandu rappresentante i confini nepalesi antecedenti al Trattato di Sugauli del 1816, nel quale lo stato nepalese fu costretto dalla Compagnia delle Indie Orientali a cedere dei territori, oggi parte dello stato indiano. Il gesto di Shah, però, non ha rappresentato il ritorno di un irredentismo nazionalista, ma solo una semplice provocazione. 

Nonostante questo pesante bagaglio di controversie e procedimenti legali, Balendra Shah è riuscito a capitalizzare il sostegno popolare. Questo è stato possibile grazie alla strategica alleanza con il partito populista di centro Rastriya Swatantra Party (RSP), con il quale è riuscito a conquistare il record di preferenze alle elezioni di marzo 2026. La campagna elettorale è stata estremamente organizzata, sfruttando una visibilità social massiccia e il sostegno finanziario della diaspora nepalese. Il suo programma si basa sempre sul contrasto alla corruzione, ma anche su profonde riforme istituzionali e strutturali. Prima fra tutte una riforma sul potere esecutivo, proponendo un passaggio a un sistema parlamentare proporzionale e con l’elezione diretta del capo dell’esecutivo. In secondo luogo, Shah vorrebbe abolire tutti i sindacati dei lavoratori, degli studenti e dei dipendenti pubblici affiliati ai partiti politici tradizionali. 

Ora toccherà vedere se Shah riuscirà a mantenere le promesse fatte al suo giovane elettorato e come porterà avanti i rapporti diplomatici con i suoi potenti vicini.

Di Sara Tanveer