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Che fine hanno fatto i petizionisti in Cina?

In Cina, Economia, Politica e Società by Alessandra Colarizi

Quello della famiglia Yang non è un caso isolato. Sono milioni le persone che in Cina ogni anno si rivolgono al sistema delle petizioni per ottenere giustizia. Noto in cinese come xinfang 信访, da millenni rappresenta uno dei pochi canali attraverso cui i cittadini possono denunciare abusi di potere da parte delle autorità locali, con lettere di denuncia e visite presso gli organi competenti.

Jintan, cittadina della provincia meridionale del Jiangsu. Il 18 gennaio 2026, Yang Li viene fermata dalla polizia mentre tenta di recarsi a Pechino con il padre per sottoporsi a cure mediche urgenti. Li aspettano oltre dieci ore di interrogatori presso il Centro di Gestione dei Casi delle Forze dell’Ordine senza possibilità di contattare l’esterno.

Si tratta dell’ennesimo fermo per la donna, che solo poche settimane prima, il 30 dicembre 2025, era stata rilasciata dopo aver scontato un anno e tre mesi di pena per “aver interrotto il regolare funzionamento degli organi statali”. Formula con cui il governo etichetta l’annosa battaglia portata avanti dall’attivista contro espropriazione dei terreni, sfratti e demolizioni forzate. Soprusi piuttosto comuni nella Cina dei primi anni Duemila, quando la vendita delle terre agricole agli sviluppatori immobiliari ha permesso alle amministrazioni locali di sostenere il rapido processo di urbanizzazione e rabboccare le casse statali.  

Secondo quanto riferito dalla sorella, durante la detenzione la donna, che soffre di insufficienza renale al quarto stadio, è stata sottoposta a maltrattamenti e le è stata ripetutamente negata l’assistenza medica.  Anche una volta tornata a casa, la polizia ha continuato a limitarne la libertà di movimento impedendo l’accesso all’assistenza ospedaliera, tanto che la malattia sarebbe ormai in fase terminale.  “Il diniego di cure mediche sembra rientrare in un quadro più ampio di rappresaglie nei suoi confronti per aver denunciato abusi relativi ai diritti fondiari e per la sua continua ricerca di giustizia attraverso mezzi legali”, denuncia Front Line Defenders, organizzazione non governativa con base a Blackrock, Irlanda. 

Tutto comincia nel 2014, quando le autorità di Jintan cercano di confiscare alcuni appezzamenti appartenenti a Yang e alla sua famiglia. Da allora l’attivista e i genitori – entrambi cardiopatici –  hanno subito ritorsioni, tra cui sorveglianza continua, molestie, detenzioni arbitrarie, aggressioni fisiche e minacce da parte delle autorità. L’ultimo episodio risale a gennaio: Yang e suo padre sono a Pechino per una visita medica, quando cercano di incontrare il presidente Xi Jinping a Yuquanshan, il sobborgo dove hanno residenza i leader cinesi. Fermati prima di raggiungere destinazione, i due vengono trasportati in una stazione di polizia per poi essere rispediti nel Jiangsu con l’accusa di “aver provocato disordini e fomentato problemi”. Rilasciati un paio di giorni dopo, a padre e figlia è tuttora vietato lasciare Jintan. E il loro stato di salute continua a peggiorare. 

Quello della famiglia Yang non è un caso isolato. Sono milioni le persone che in Cina ogni anno si rivolgono al sistema delle petizioni per ottenere giustizia. Noto in cinese come xinfang 信访, da millenni rappresenta uno dei pochi canali attraverso cui i cittadini possono denunciare abusi di potere da parte delle autorità locali, con lettere di denuncia e visite presso gli organi competenti.

Dagli ’”appelli all’imperatore” di epoca dinastica alla “linea di massa” della Cina comunista, la standardizzazione del sistema delle petizioni inizia poco dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Nel 1951, il Consiglio di Stato emana la “Decisione sulla gestione e ricezione delle lettere del popolo”. Per Mao è un modo per avvicinare i cittadini alla politica. Viene creato un canale diretto con gli organi superiori che permette di aggirare le amministrazioni locali, spesso le vere responsabili delle ingiustizie sperimentate nella vita quotidiana. Ma è con il processo di riforma e apertura, alla fine degli anni ‘90, che le crescenti contraddizioni sociali danno nuovo slancio al sistema. Quando nel 2003 viene nominato presidente Hu Jintao, le petizioni raggiungono la cifra storica di 12 milioni. 

Il concetto confuciano di “società armoniosa” (hexie shehui 和谐社会), formulato dall’ex leader durante il suo mandato, esprime proprio l’esigenza di bilanciare lo sviluppo economico con una maggiore equità sociale. Sgonfiare il malcontento sul nascere prima che esploda. Vengono così introdotte misure per migliorare i servizi essenziali nelle campagne e ridurre le disuguaglianze reddituali. Nel frattempo si cerca di proteggere il centro delegando maggiori responsabilità alle amministrazioni locali, chiamate a risolvere i dissidi tempestivamente. 

Sulla carta la richiesta è accompagnata al “divieto [sempre più esplicito] di persecuzione o attacco ai ricorrenti”. Ma la necessità di tutelare la propria reputazione agli occhi della dirigenza spesso spinge i governi locali a insabbiare le richieste anziché accontentarle: il numero dei petizionisti comincia a calare (10 milioni nel 2005) ma gli abusi  restano diffusi. Un sondaggio del 2007 condotto da studiosi dell’Accademia cinese delle scienze sociali, il principale think tank statale, rivela che all’epoca oltre il 70% dei postulanti giunti fino a Pechino riteneva che la persecuzione e la repressione nei propri confronti da parte delle autorità locali rimanesse elevata, nonostante gli appelli alla moderazione provenienti dai piani alti.

La contraddittorietà del sistema traspare dalle parole di Hu Xingdou, docente dell’Istituto di Tecnologia di Pechino. Trascorsi un paio di anni, a Radio Free Asia lo studioso confessava come, dopo aver visitato alcuni Paesi, avesse compreso che in una “società moderna, non dovrebbe esserci un problema così grave legato alle petizioni, perché può essere risolto attraverso la libertà di informazione, un solido stato di diritto e con il supporto dei membri del Parlamento”. 

La presidenza Xi Jinping non sembra aver compiuto gli sperati passi avanti. Nel nome della cosiddetta“prosperità comune” sono stati adottati nuovi provvedimenti per rafforzare lo stato sociale e livellare le condizioni di vita tra aree urbane e rurali. Allo stesso tempo, però, il rallentamento dell’economia cinese e gli strascichi del COVID-19 ha spinto la leadership a rafforzare il controllo sulla popolazione e a ridurre la trasparenza dei processi decisionali. Soprattutto dopo le accese proteste che hanno costretto la leadership a rimuovere le rigide misure sanitarie. 

Oggi le statistiche ufficiali sulle petizioni sono sempre più parziali e frammentate. Le storie dei postulanti, un tempo piuttosto diffuse, sono quasi scomparse dai media statali. Ma l’impressione è che questa progressiva invisibilità sia il prodotto di un insabbiamento piuttosto che il segno di un reale miglioramento nel dialogo tra cittadini e autorità. Il motivo è intuibile: come spiega al Financial Times David Bandurski, direttore del China Media Project, quella processione di petizionisti supplichevoli mal si addiceva all’immagine di una Cina forte e rispettabile – un modello per tutti i paesi in via di sviluppo – promossa da Xi negli ultimi anni. 

Censura a parte, l’artificio aritmetico è stato ottenuto in parte grazie all’adozione di soluzioni complementari. Guardando indietro alla storia, il presidente ha rispolverato il “modello Fengqiao”, meccanismo nato negli anni ’60 nell’omonima città sotto Mao Zedong, che permette di gestire i dissidi a livello di comunità, combinando tecniche di polizia a delazioni  più o meno spontanee. Dall’altra parte, va considerato l’effetto di una maggiore centralizzazione del processo di monitoraggio. Con una massiccia riforma istituzionale nel 2023 ha posto l’ente responsabile delle petizioni – l’Amministrazione nazionale dei reclami e delle proposte pubbliche – sotto la diretta supervisione del Partito. Contestaualmente, nuove regole impongono una gestione più sistematica e “ordinata” delle lamentele, che ora possono essere rispedite indietro dalle autorità superiori se prima non passano attraverso i canali intermedi. Sommate le due disposizioni, sebbene accrescono il controllo sui funzionari locali, danno una dimensione ancora più politica al sistema. Con il rischio – avvertono gli esperti – che la tutela della stabilità prevalga sulla protezione dei diritti individuali.

A ciò si aggiunge la disponibilità di nuovi strumenti tecnologici, che hanno facilitato  l’accesso dei cittadini al sistema e permesso allo Stato di smaltire grandi volumi di reclami. Ma anche di serrare la sorveglianza sugli elementi potenzialmente destabilizzanti. 

Sul tema fa luce lo studio del 2025 Mechanical Responsiveness: China’s Online Petition System, realizzato da tre giuristi di varie università cinesi e di Hong Kong, pubblicato dalla Cambridge University Press. Basata su analisi statistiche quantitative e interviste qualitative, la ricerca suggerisce che i funzionari locali dimostrano una “reattività meccanica” di fronte alla crescente pressione politica dall’alto: “Nel rispondere alle richieste del pubblico, la loro principale preoccupazione è soddisfare le aspettative dei superiori, anziché cercare realmente di risolvere le controversie sociali e servire la popolazione”. Gli autori concludono che “quando la sicurezza ha la priorità sulla libertà, non solo non riesce a risolvere le controversie nell’ambito della sua governance dei conflitti sociali”. Ma può persino “contribuire ad aumentare il malcontento”, se il governo non riesce a mantenere le sue promesse compromettendo la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. 

Qualcosa si muove, sebbene sia troppo presto per capire verso quale direzione. A marzo comitato centrale del partito e Consiglio di stato hanno divulgato linee guida per la formazione di assistenti sociali professionisti e l’estensione di servizi assistenziali nelle regioni meno servite, comprese le aree rurali, le province centrali e occidentali nonché le regioni abitate da minoranze etniche. Le nuove disposizioni – che includono la gestione delle petizioni – potrebbero migliorare il benessere pubblico rinsaldando la credibilità del governo. Ma potrebbero anche aggiungere ulteriore pressione sui quadri a livello di base, che avranno così più carico di lavoro da portare a termine. “Prevediamo che la maggior parte delle amministrazioni locali non centrerà l’obiettivo”, scrivono gli analisti di Trivium, società di consulenza con base a Pechino.

Di Alessandra Colarizi

[Pubblicato su Gariwo]