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Che cosa aspettarsi dal vertice Xi-Trump

In Relazioni Internazionali by Lorenzo Lamperti

Al via la prima visita di un presidente americano in Cina dopo otto anni e mezzo. I due leader affilano le rispettive armi, senza però brandirle per un confronto distruttivo. Al di là delle intese contingenti, l’obiettivo è una stabilizzazione del disaccordo

Otto anni e mezzo fa, era diventato il primo leader straniero dal 1949 a essere ricevuto per un banchetto di stato nella Città Proibita. Stavolta, a Donald Trump sarà concessa una passeggiata pomeridiana al Tempio del Cielo di Pechino. Costruito nel XV secolo durante la dinastia Ming, il complesso era dove l’imperatore celebrava i riti destinati a garantire armonia tra cielo, terra e impero. “L’unica civiltà che ha continuato a prosperare ininterrottamente per millenni è quella cinese”, aveva detto Xi Jinping a Trump nel 2017, alzando il dito indice. Ora vuole ribadire il concetto, mostrando una Cina antica, stabile e sicura di sé. Come per segnalare che Pechino non vuole sostituirsi agli Stati uniti come “nuova” potenza egemone, semplicemente perché la Cina ha una lunga storia di centralità, non intaccata dal tempo e dalle turbolenze globali.

Stasera, Trump arriva nella capitale cinese, dove domani mattina è in programma il summit con Xi. Non ci sarà un “accordo globale” strutturale, ma nemmeno una resa dei conti. America e Cina arrivano all’appuntamento sapendo di essere ancora troppo interdipendenti per permettersi uno scontro totale. L’obiettivo è pragmatico: evitare di “saltarsi reciprocamente al collo” mentre ci si prepara a una competizione di lungo periodo. I due rivali, dietro parole accomodanti e qualche intesa commerciale, non rinunceranno comunque a indicare le rispettive armi strategiche. Pur senza utilizzarle in modo letale, non ancora.

Xi porta in dote la supremazia manifatturiera della Cina, la centralità industriale costruita in decenni di globalizzazione e soprattutto il controllo quasi monopolistico sulle terre rare e sui minerali critici. Trump si presenta invece forte della leadership americana nei chip avanzati e nel sistema finanziario globale, che gli garantiscono la possibilità di imporre strumenti coercitivi planetari come le sanzioni. I dazi, invece, hanno dimostrato di avere un’efficacia piuttosto limitata.

Sia Trump che Xi proveranno a mettere in risalto le vulnerabilità dell’altro. Per anni Washington ha creduto che il punto debole cinese fosse la dipendenza dall’export verso i mercati occidentali. Ma la leadership di Pechino ritiene ormai di aver superato la fase più critica. Gli ultimi dati sull’export cinese hanno rafforzato enormemente la fiducia di Xi. Nonostante anni di guerra commerciale, restrizioni tecnologiche e tentativi di disaccoppiamento, la Cina continua a esportare a ritmi elevatissimi, spostando progressivamente il proprio baricentro verso Sud-Est asiartico, Europa Africa e America latina.

A Pechino è cresciuta la convinzione che gli Stati Uniti abbiano sottovalutato la capacità cinese di adattarsi al contenimento americano. La Repubblica popolare continua a perdere peso relativo sul mercato statunitense, ma compensa con nuove catene commerciali regionali e con il rafforzamento della propria centralità industriale globale. Per Xi, la Cina non è più semplicemente “la fabbrica del mondo”: è diventata il nodo fondamentale di quasi tutte le principali filiere industriali strategiche del pianeta. A partire dalle terre rare. Pechino domina la raffinazione mondiale di materiali fondamentali per batterie, turbine, auto elettriche, radar, missili, elettronica avanzata e difesa.

Trump risponde coi chip. Da anni, gli Stati uniti hanno progressivamente ristretto l’accesso di Pechino alle tecnologie più avanzate, colpendo Huawei, limitando le esportazioni di Nvidia e imponendo controlli sempre più severi sulle filiere strategiche. Le ultime restrizioni americane sull’intelligenza artificiale mostrano che Washington non intende rallentare il contenimento tecnologico cinese. È per questo che Xi ha trasformato l’autosufficienza tecnologica in una priorità quasi esistenziale. Difficile aspettarsi accordi profondi su questo settore, come ricorda il recente blocco del governo cinese all’acquisizione della startup IA Manus da parte del colosso americano Meta.

Eppure, le due potenze cercano anche di costruire meccanismi minimi di convivenza. Dai negoziati di oggi in Corea del sud, tra il segretario al tesoro Scott Bessent e il vicepremier He Lifeng, potrebbe uscire un nuovo “board sul commercio”. Non si esclude il lancio di un meccanismo di dialogo sull’intelligenza artificiale, tema su cui potrebbe cercare di ritagliarsi un ruolo anche Elon Musk, nella lista dei manager invitati dalla Casa bianca alla visita.

D’altronde, né Trump né Xi credono davvero nella possibilità di “vincere” rapidamente la competizione, o azzerare del tutto l’interdipendenza reciproca. Gli Stati uniti sperano di rallentare l’ascesa cinese abbastanza a lungo da ricostruire filiere industriali alternative, ridurre la dipendenza dalle terre rare e preservare il vantaggio tecnologico. La Cina punta invece a guadagnare tempo per raggiungere l’autosufficienza nei chip, consolidare la propria centralità manifatturiera globale e rafforzare i consumi interni per ridurre la dipendenza all’export della sua economia.

Nel frattempo, serve stabilizzare il disaccordo all’interno della cornice chiamata G2 da Trump. Ed evitare salti nel vuoto.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su il Manifesto]