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Caso Wuxi: la competizione tra Cina e Usa travolge le biotecnologie

In Cina, Innovazione e Business by Alessandra Colarizi

Caso Wuxi: la competizione tra Cina e Usa travolge le biotecnologie. Il movente della sicurezza nazionale è legittimo. Dati genomici e catene di approvvigionamento costituiscono potenziali armi offensive nelle mani dei paesi avversari. Ma non è escluso che la recente manovra di Washington rappresenti anche un diversivo per scopi strategici più ampi. Fondata nel 2000, WuXi è una multinazionale farmaceutica specializzata in servizi integrati di scoperta, sviluppo e produzione di farmaci e genera oltre il 60% del suo fatturato proprio nel mercato americano, dove è presente con enormi complessi produttivi nel Delaware e in Pennsylvania. 

All’apparenza sembra il classico caso di sicurezza nazionale, ma dietro le dichiarazioni ufficiali potrebbe esserci in gioco anche il controllo su uno dei settori più promettenti del futuro: l’8 giugno il Pentagono ha aggiunto il colosso cinese delle biotecnologie Wuxi AppTec a un elenco di aziende (compresi il gigante cinese dell’e-commerce Alibaba e il motore di ricerca Baidu) sospettate di aiutare l’Esercito Popolare di Liberazione cinese (PLA). Ovvero di contribuire al programma di “fusione civile-militare”, fortemente voluto dal presidente Xi Jinping. Anche considerata l’ingerenza del Partito-Stato nell’economia privata. 

Respinte le accuse, venerdì l’azienda ha annunciato di aver intentato causa contro il Dipartimento della Difesa statunitense presso un tribunale federale di Washington, seguendo la strada percorsa (con successo) da Xiaomi. Il produttore cinese di elettronica, tra le prime entità colpite nel gennaio 2021, ha presentato ricorso pochi mesi dopo venendo rimosso dalla lista nera per mancanza di prove.

L’inserimento nel registro (la “1260H list”) di per sé non costituisce una sanzione formale, ma preclude al Pentagono la possibilità – a partire dalla fine di giugno – di stipulare contratti diretti con le società menzionate, mentre dal 2027 sarà vietato anche l’acquisto dei loro prodotti tramite terzi.  

Il movente della sicurezza nazionale è legittimo. Dati genomici e catene di approvvigionamento costituiscono potenziali armi offensive nelle mani dei paesi avversari: chi controlla nodi critici può acquisire forme di potere economico e tecnologico, anche senza usare la forza militare. Ma non è escluso che la recente manovra di Washington rappresenti anche un diversivo per scopi strategici più ampi. Nella blacklist della Difesa figurano infatti società collegate a vari comparti avanzati, compresi la startup della robotica Unitree e i produttori cinesi di chip di memoria CXMT e YMTC. Non meno rilevanti dell’automazione e dei semiconduttori, anche le biotecnologie rientrano tra le priorità strategiche ed economiche di Pechino. Il 15° Piano quinquennale cinese, approvato a marzo, definisce la biomedicina “settore pilastro emergente” per lo sviluppo delle cosiddette “nuove forze produttive” insieme a circuiti integrati, comparto aerospaziale, economia a bassa quota, nuovi sistemi di accumulo di energia e robotica intelligente. Eppure, alla contezza del potenziale non corrisponde ancora pari cognizione delle vulnerabilità del settore. 

Come evidenzia l’Asia Society di New York nel rapporto An Overview of U.S.-China Life Sciences Competition and Cooperation, mentre la leadership cinese vuole ottenere una “maggiore indipendenza produttiva, continua ad aspettarsi un accesso pressoché illimitato ai mercati globali per le proprie esportazioni”. È questo il nervo scoperto su cui batte il Pentagono. Fondata nel 2000, WuXi è una multinazionale farmaceutica specializzata in servizi integrati di scoperta, sviluppo e produzione di farmaci. Ha operazioni in Asia, Europa e Stati Uniti con una quota stimata tra il 12% e il 15% nella scoperta preclinica e il 10%-l’11% nell’outsourcing di farmaci biologici a livello globale. E genera oltre il 60% del suo fatturato proprio nel mercato americano, dove è presente con enormi complessi produttivi nel Delaware e in Pennsylvania. 

L’inasprimento del quadro normativo statunitense rischia di privare Wuxi l’accesso di una preziosa fonte di guadagno. Ancora prima del Pentagono a muoversi in questa direzione era stato infatti il Congresso con l’approvazione alla fine del 2025 del BIOSECURE Act. La legge, pensata per evitare che aziende biotech legate a governi rivali abbiano accesso a dati biologici, genetici e farmaceutici sensibili o diventino nodi critici della supply chain sanitaria statunitense, dispone il divieto per le agenzie federali di: acquistare servizi o attrezzature da “aziende di preoccupazione”; stipulare contratti con soggetti che utilizzano tali servizi nell’esecuzione di contratti federali; e finanziare tramite grant o fondi pubblici attività che dipendono da questo tipo di società. L’aspetto cruciale è che il diniego non colpisce solo il rapporto diretto con l’azienda cinese, ma può estendersi anche ai suoi clienti e fornitori quando lavorano con sussidi federali. E si dà il caso che l’inclusione nella blacklist del Pentagono può rappresentare una delle vie attraverso cui un’entità viene considerata “company of concern” ai fini dell’Act.

L’impatto della strategia normativa è già tangibile. Secondo l’Asia Society, da quando nel gennaio 2025 il Dipartimento del Commercio ha ristretto l’export di biotecnologie i laboratori cinesi stanno riscontrando difficoltà nell’accesso ad apparecchiature di fascia alta che, come nel caso delle macchine per la litografia a ultravioletti estremi (EUV) per i semiconduttori, la Repubblica popolare non è ancora in grado di produrre. La stessa Wuxi, persino prima venisse introdotto il BIOSECURE Act, aveva cominciato a cedere e riorganizzare le proprie attività a Philadelphia proprio a causa delle crescenti preoccupazioni politiche e normative negli Stati Uniti. 

Siamo davanti all’ennesimo “disaccopiamento” (decoupling) tecnologico? Il pericolo c’è. Solo che il muro legale minaccia di diventare un’arma a doppio taglio: anche Washington rischia di ferirsi. Non solo perché gli investimenti del gigante biotecnologico cinese hanno creato nuovi posti di lavoro per i cittadini americani. Al South China Morning Post Abigail Coplin, professoressa assistente di Sociologia e di Scienza, Tecnologia e Società (STS) presso il Vassar College, spiega che a differenza del settore dei microchip – dove la conoscenza proprietaria (l’insieme di informazioni, dati, processi e know-how esclusivi), la complessità tecnologica e gli elevati costi delle apparecchiature creano forti vantaggi per chi arriva per primo – le biotecnologie spesso progrediscono grazie allo scambio di idee attraverso riviste accessibili, alla mobilità dei talenti e ai costi iniziali relativamente contenuti. Per Coplin, “se i responsabili politici limitano l’accesso delle aziende americane all’ecosistema biotecnologico cinese senza contemporaneamente aumentare i finanziamenti per la ricerca e impegnarsi di più per attrarre e trattenere i migliori talenti scientifici globali, le loro azioni non faranno altro che privare i pazienti americani di trattamenti all’avanguardia a prezzi accessibili”. Un problema aggravato dal crescente gap nel settore della formazione. 

Stando al Center for Security and Emerging Technology, la Repubblica popolare forma circa 77.000 dottori di ricerca in discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) ogni anno, rispetto ai 40.000 degli Stati Uniti, compresi molti cittadini di origine asiatica. Alcuni di questi hanno già fatto i bagagli. Non si tratta solo di giovani promettenti. La stretta securitaria sulle università avviata sotto il primo mandato di Donald Trump ha provocato una massiccia fuga di cervelli maturi” verso la Cina. Soltanto nell’ultimo anno tra questi figurano Hu Haitao, uno dei massimi esperti di vaccini a mRNA  Zhang Kai, leader mondiale nella microscopia crioelettronica (cryo-EM), e Feng Gensheng, pioniere nel campo della cura del cancro e dell’immunoterapia.

Di Alessandra Colarizi

[Pubblicato su Ilfattoquotidiano.it]