Cuore di tenebra (2006-2008)

Tak è una piccola città thailandese, più o meno a metà strada tra Bangkok e Chiang Mai. Tra il 2006 e il 2008, ci sono passato spesso. Era una buona occasione per fermarmi da un vecchio amico, un pensionato di Ravenna che aveva aperto l’Home Paradise, una guest-house di sei bungalow perfetta per rilassarsi, passare del tempo in buona compagnia, mangiar bene. Tutto spendendo poco. Il che spiegava perché avesse un pubblico di clienti  affezionati. Per me era una tappa sulla via per Mae Sot, un centinaio di chilometri a ovest, sul confine con la Birmania. Mi piaceva fermarmi alla Home Paradise soprattutto al ritorno. Era una camera di decompressione, chiacchierando con Delio, il proprietario, davanti a un piatto di spaghetti con gli scampi, sua specialità. Perché nella maggior parte dei casi quei viaggi a Mae Sot erano piuttosto impegnativi, fisicamente e psicologicamente. Qualche volta anche un po’ pericolosi. Mae Sot, infatti, era una specie di No Man’s Land popolata da rifugiati, trafficanti, agenti dei servizi birmani, migranti clandestini, giornalisti in caccia di storie. Attorno a Mae Sot, inoltre, erano concentrati i campi profughi karen, etnia che in quegli anni era la vittima predestinata (come oggi sono i rohingya) di Tatmadaw,
l’esercito birmano. In quegli anni, dunque, molte delle mie storie birmane
si svolgono fuori dai confini del paese, tra Mae Sot, i campi profughi, città
di frontiera come Ruili, il cui valore geopolitico è mascherato dal malaffare, e certi locali alla periferia di Bangkok che sono luogo d’incontro con dissidenti in esilio. Quelli sono anche gli anni tra i più cupi e tragici nella storia birmana: il 2007 è l’anno della cosiddetta Rivoluzione Zafferano, quella dei monaci che guidano le proteste antigovernative protetti solo dalle loro  tonache color zafferano. Un movimento di protesta che per alcuni osservatori marca l’inizio della fine del regime. Ma in quel periodo la repressione sembra segnare un punto estremo, colpendo anche coloro, come i monaci, ritenuti intoccabili. L’anno seguente, il 2008, è quello del ciclone Nargis che devasta il Sud del paese e lascia nel fango e tra le macerie i corpi di un numero di vittime imprecisato. Anche perché il governo cessa di contarle  a 138 000. In quegli anni, dunque, la Birmania è davvero il cuore di tenebra del Sudest asiatico, uno stato “paria” che sembra volersi chiudere sempre più alle influenze esterne – che siano gli aiuti internazionali del postciclone (a lungo bloccati) o le informazioni diffuse dalla stampa estera – e di cui diviene cupo simbolo la nuova capitale Naypyidaw. Che sarò tra i primi giornalisti occidentali a visitare e che, come vedremo, sarà destinazione di uno dei miei ultimi passaggi in Birmania.

A distanza di 12 anni anche Mae Sot è cambiata, ma mantiene il suo
fascino di No Man’s Land. Sia pure in versione 4.0. È infatti uno snodo della
Belt Road Initiative (Bri, già nota come Obor – One Belt One Road), il megaprogetto cinese per unire in un unico network tutte le vie e le infrastrutture asiatiche. È anche molto più facile da raggiungere, dato che è collegata da un servizio aereo “quasi” regolare e il 4 aprile 2019 è stato aperto un nuovo terminal che dovrebbe servire circa 1,7 milioni di passeggeri l’anno (rispetto i 170.000 del vecchio terminal). Tak, poi: la città sarà proprio all’incrocio di due “corridoi” della Bri, quello tra Birmania e Mar della Cina e quello tra Yunnan e Singapore. Home Paradise, intanto, si è un po’ ingrandita, ha una piscina (di quelle seminterrate) e le piante che la ombreggiavano sono molto cresciute. È anche su booking.com e riceve ottime recensioni. Peccato che Delio dica di  volersi ritirare.

La città di giada (2007)

Alla ricerca di nuovi confini e frontiere, era inevitabile che passassi da Ruili, 120 000 abitanti, nella prefettura di Dehong, provincia cinese dello Yunnan occidentale, al confine con la Birmania. Un passaggio, in realtà, avvenuto qualche anno prima del 2007 e ripetuto diversi anni dopo. Tra quei viaggi, Ruili ha avuto un ruolo nella repressione delle proteste in Birmania. Quella città di frontiera, infatti, è lo snodo centrale della mitica Burma Road, la strada aperta nel 1937 per collegare l’India britannica alla Cina nazionalista di Chiang Kai-shek: 1730 chilometri attraverso le giungle birmane. Da allora il suo valore strategico è cresciuto in  progressione, prima per i giapponesi e oggi per la Cina, tanto che, a pochi chilometri da Ruili, è sorta dal nulla un’altra città, Jegao, città fantasma sul confine birmano cui si arriva con una superstrada a sei corsie che da Mandalay si connette alla Burma Road. Si è così creato un corridoio dalla Cina all’Oceano Indiano, ennesimo collegamento della Obor per estendere l’influenza di Pechino nel teatro del Sudest asiatico. Da qui transitano molte delle merci con cui il governo cinese sostiene la giunta militare di  Yangon. Un aiuto che negli ultimi tempi si è ulteriormente intensificato per far fronte alla crescente concorrenza indiana in quel paese. Ed è su questa strada, che transitano i veicoli militari consegnati dalla Cina alla giunta, gli stessi usati nel settembre 2007 per il trasporto di truppe e prigionieri.

I miei passaggi a Ruili erano motivati anche da questo: cercare di scorgere i segni della geopolitica in uno spazio fisico preciso, la mappa nel territorio, tanto per invertire i termini di un famoso aforisma. Ma la ragione più profonda era in quella ricerca dei “Cuori di Tenebra” del Sudest asiatico che mi porto dietro dalla prima volta che vidi Apocalypse Now, nel 1979. Ruili ne era la rappresentazione perfetta. La prima volta che c’ero passato, nel 2002 l’avevo definita “La città di giada”, perché qui si svolge la maggior parte del commercio di giada estratta dalle miniere nel Nord della
Birmania. La giada, l’eroina e le metanfetamine prodotte in Birmania sono
il mezzo di pagamento per le merci cinesi che entrano nel paese, poi trasportate sui camion di ritorno in Cina. Questi traffici, a loro volta, hanno determinato la diffusione della prostituzione, che si manifesta in forme ben più evidenti che nelle altre città cinesi.

In questo quadro a Ruili, a poco a poco, accanto alle suggestioni esotico-malavitose – i piccoli shop su strada delle prostitute, i mercanti birmano-islamici di giada, le scene di una Cina sporca e scura – si sovrappongono le immagini di uno antico sviluppo tanto forte quanto incontrollato. Hanno costruito e stanno costruendo alberghi sempre più grandi in genere con una fontana illuminata all’ingresso – ognuno col
suo casinò, il suo karaoke, la sua discoteca e con parcheggi per le Audi e le Lexus dei nuovi trafficanti di Hong Kong e Shanghai. Questi locali, a loro volta, sono la versione kolossal dei barber-shop rossi e rosa che mascherano piccoli bordelli con ragazze un po’ sfatte. I commercianti di giada si ritrovano nel loro nuovissimo mercato, che ricorda più le scene del mercato dei diamanti di Amsterdam, che non quelle di un hutong, un vecchio vicolo, di trafficanti. meglio essere un pezzo di giada rotta che un mattone intero, recita un proverbio cinese. L’ho sentito citare proprio a Ruilio per spiegare o giustificare le sue immagini distopiche.

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