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Bocciati i dazi di Trump, l’effetto sulla Cina

In Economia, Politica e Società, Relazioni Internazionali by Lorenzo Lamperti

La Corte suprema depotenzia la guerra commerciale della Casa Bianca. Ridotte le tasse aggiuntive contro i prodotti cinesi, ma restano intatte le misure contro settori specifici e quelle prese per presunte pratiche commerciali sleali. La sentenza apre a possibili rinegoziazioni e rimborsi, ma Trump reagisce subito e la priorità di Pechino restano le restrizioni sulle catene di approvvigionamento tech. Giappone e Corea del sud potrebbero rallentare i piani di investimento negli Usa

Donald Trump perde qualche arma nella sua guerra commerciale. E il principale rivale, la Cina, non può che uscirne più forte. La decisione della Corte suprema degli Stati uniti, che limita l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa) per imporre dazi, priva la Casa bianca dello strumento più utilizzato contro paesi partner e rivali. La sentenza non annulla automaticamente tutti i dazi, ma ne mette in discussione la base giuridica e apre così la porta a ricorsi, rimborsi e rinegoziazioni. Per la Cina, questo crea un doppio scenario: da un lato un potenziale alleggerimento delle tariffe generali, dall’altro la possibilità che un presidente colpito sul piano giuridico reagisca irrigidendo altri fronti.

I dazi medi sulle esportazioni cinesi si attestano ora in una forbice tra il 47,5 e il 51,8%, coprendo tutti i prodotti in arrivo da Pechino. Trump ha fatto ricorso alla IEEPA per imporre due round del 10%, a febbraio e marzo 2025, con la scusa del mancato contrasto di Pechino al flusso di materiali chimici utili alla produzione del fentanyl. Ma lo stesso Trump ha dimezzato quel 20% nell’accordo siglato a fine ottobre con Xi Jinping a Busan. Un altro 10% dell’abnorme 125% aggiuntivo imposto al culmine della battaglia tariffaria successiva al “Liberation Day”, cioè quello rimasto in vigore dopo gli accordi Usa-Cina raggiunti tra maggio e ottobre, ricade sotto l’egida IEEPA. Questo significa che la decisione della corte suprema dovrebbe comportare una riduzione di circa 20 punti percentuali, ma nelle ore successive lo stesso Trump ha subito annunciato nuovi “dazi globali” del 10% contro tutti i paesi, ai sensi della Sezione 122 del Trade Act del 1974 che consente al presidente di imporre misure tariffarie per un periodo di 150 giorni.

Restano invece pienamente in vigore i dazi adottati in base a norme legate alla sicurezza nazionale. Si tratta di misure settoriali, imposte su categorie di prodotti specifici provenienti dalla Cina: per esempio acciaio, alluminio e automobili. Non solo. Esclusi dalla sentenza anche i dazi imposti sulle presunte pratiche commerciali sleali. E si tratta di una fattispecie utilizzata in larga parte proprio contro i prodotti di Pechino, con aliquote comprese tra il 7,5 e il 100% su centinaia di miliardi di dollari di beni.

Attenzione, però, perché nella fase di massimo scontro Trump aveva come detto utilizzato proprio lo strumento IEEPA, prima dell’inizio della de escalation avviata a maggio. Questo passaggio è politicamente rilevante: lo strumento emergenziale era stato impiegato per aumenti straordinari e ora quella base legale è stata messa in discussione. Se Xi decidesse di “alzare il prezzo” negoziale, potrebbe usare proprio questo elemento, sostenendo che alcune concessioni erano state ottenute sotto la minaccia di dazi oggi ritenuti illegittimi. Restano dunque da capire non solo gli effetti sulle intese già raggiunte, ma anche sui possibili rimborsi. Il contenzioso con le aziende coinvolte è pressoché scontato. Nei giorni scorsi, il colosso cinese delle auto elettriche Byd ha presentato un ricorso presso la Corte del commercio internazionale.

Eppure, gli effetti della sentenza non sono del tutto lineari. Prima ancora dei dazi, la priorità della Cina sono i controlli sulle catene di approvvigionamento avanzate. Non a caso, le restrizioni di Pechino sulle terre rare sono legate a quelle di Washington sulla tecnologia, recentemente rilassate da Trump per tutelare la sua visita in Cina (di cui proprio ieri sono state annunciate le date: 31 marzo-2 aprile).

Il presidente americano ha già annunciato di avere “piani di riserva”. Per reagire e mostrarsi forte, potrebbe stringere su altri fronti. Magari scongelando la vendita di un nuovo maxi pacchetto da 20 miliardi di dollari di armi a Taiwan, di cui lo stesso Trump ha detto nei giorni scorsi di stare “discutendo con Xi”. Una frase che ha inquietato non poco Taipei, perché sembra per la prima volta mettere ufficialmente un tema strategico come l’isola sul tavolo negoziale.

C’è anche un altro aspetto: i dazi hanno favorito un riavvicinamento tra la Cina e diversi paesi, non solo quelli del sud globale ma anche stretti alleati degli Usa come Canada e Regno unito. Se il colpo di spugna reggesse, Pechino potrebbe avere un vantaggio narrativo in meno, fatta salva la possibilità di far pesare a Trump i suoi problemi interni.

Anche Giappone e Corea del Sud (che come Taiwan vedono ridursi i dazi al 10% nonostante si fossero accordati su aliquote del 15%), osservano attentamente. La sentenza può essere un’ottima scusa per rallentare sugli esosi investimenti su territorio americano imposti da Trump nelle intese bilaterali.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su il Manifesto]