To Lam e Hun Manet a Washington per il primo summit del Consiglio della Pace voluto da Trump. Non un allineamento ideologico, ma una necessità diplomatico-commerciale
Poco più di 50 anni dopo la caduta di Saigon, il massimo leader del Vietnam vola a Washington per sedersi al tavolo della pace voluto da Donald Trump. È un’immagine che da sola racconta quanto sia cambiato il mondo. E quanto stia cambiando l’Asia. To Lam arriva negli Stati uniti fresco di conferma nel ruolo di segretario generale del Partito comunista, in attesa di vedersi conferire anche la presidenza, un doppio ruolo che cambia l’equilibrio dei poteri nel sistema vietnamita. La decisione di presentarsi alla prima riunione del Board of Peace è la dimostrazione più evidente di un approccio diplomatico più personalistico, probabilmente più audace, del nuovo corso.
L’adesione di Hanoi non passa inosservata in Asia, dove non hanno sin qui risposto all’invito Corea del sud e Singapore, né tantomeno la Cina che vede nell’iniziativa trumpiana un tentativo di sovversione dell’ordine globale e di svuotamento del ruolo delle Nazioni unite. Ma il Vietnam è convinto che nell’era trumpiana della legge del più forte bisogna moltiplicare i canali, presidiare ogni tavolo, parlare con tutti. Anche con l’ex nemico e in un forum così controverso.
A guidare la scelta di To Lam c’è una ragione assai pratica. Il Vietnam, snodo delle triangolazioni commerciali e degli investimenti tecnologici, è stato uno dei principali bersagli dei dazi di Trump. Hanoi e Washington stanno negoziando un accordo commerciale, senza ancora aver raggiunto un’intesa finale. In gioco c’è tantissimo. Il Vietnam ha un’economia fortemente dipendente dalle esportazioni e il suo surplus commerciale con gli Usa ha raggiunto 134 miliardi di dollari. Questo mette il paese in una posizione a dir poco delicata: da una parte, beneficia della strategia di diversificazione delle catene di approvvigionamento lontano dalla Cina per attrarre grandi investimenti internazionali. Dall’altra, è vulnerabile alle decisioni unilaterali della Casa bianca. Partecipare al Board of Peace significa, per To Lam, provare a inserirsi in un canale privilegiato di interlocuzione diretta con Trump, che ha dato svariate prove di valorizzare quasi esclusivamente una diplomazia personale che solletica il suo ego. Sui media asiatici, in molti prevedono un invito al presidente americano a visitare il Vietnam. Un modo anche per guadagnare tempo sugli esosi impegni richiesti sul fronte economico.
Non si tratta di un allineamento ideologico a Washington, né di un allontanamento dalla Cina. Il Vietnam continua a muoversi secondo la logica della cosiddetta “diplomazia del bambù”: radici solide, flessibilità tattica. Certo, presenziare al Board of Peace potrebbe esporre più del solito quel bambù alla luce del sole. Soprattutto se dovesse produrre nuovi espliciti accordi sulle forniture di dispositivi di difesa.
Se l’adesione del Vietnam appare sorprendente per ragioni storiche, quella della Cambogia lo è per ragioni geopolitiche. Il premier Hun Manet, figlio dell’ex “leader eterno” Hun Sen, guida un paese che negli ultimi 15 anni è stato considerato uno dei partner più stretti della Cina nel Sud-Est asiatico. La base navale di Ream, ristrutturata con fondi cinesi, è stata al centro di sospetti americani circa un possibile utilizzo militare esclusivo da parte di Pechino. Nelle scorse settimane, quella stessa base è stata per la prima volta aperta alla visita di una nave da guerra americana.
Ora la partecipazione di Hun Manet al vertice di Washington dà un ulteriore segnale politico. Phnom Penh non intende rompere con la Cina, da cui dipende per investimenti, infrastrutture e sostegno politico. Ma è consapevole della necessità di riequilibrare la propria postura internazionale. Anche l’economia cambogiana è fortemente orientata all’export verso gli Stati uniti, in particolare nel settore tessile. Ridurre la vulnerabilità a eventuali sanzioni o restrizioni occidentali è una priorità assoluta.
A Washington c’è anche il presidente indonesiano Prabowo Subianto, destinato a siglare un’intesa commerciale con Trump. È la conferma che dietro l’iniziativa su Gaza, il Board of Peace è visto dai governi asiatici come un canale per una negoziazione bilaterale. Concedere a Trump il palcoscenico sulla pace è funzionale a tutelare i propri interessi.
Di Lorenzo Lamperti
[Pubblicato su il Manifesto]
Classe 1984, giornalista. Direttore editoriale di China Files, cura la produzione dei mini e-book mensili tematici e la rassegna periodica “Go East” sulle relazioni Italia-Cina-Asia orientale. Responsabile del coordinamento editoriale di Associazione Italia-ASEAN. Scrive di Cina e Asia per diverse testate, tra cui La Stampa, Il Manifesto, Affaritaliani, Eastwest. Collabora anche con ISPI. Cura la rassegna “Pillole asiatiche” sulla geopolitica asiatica.
