Asia orientale: stranieri sempre più necessari, ma indesiderati

In Economia, Politica e Società by Lorenzo Lamperti

Il cortocircuito è più evidente in Giappone. A fine 2025 i residenti stranieri erano 4,13 milioni, massimo storico. Il governo dell’ultra conservatrice Sanae Takaichi ha approvato l’ingresso di oltre 1,2 milioni di lavoratori entro il 2029 in 19 settori a corto di personale. Ma irrigidisce tutto il resto. Da poche settimane, le tariffe massime per alcune pratiche di soggiorno sono state aumentate in modo esponenziale fino a 300 mila yen, circa 1600 euro. Tokyo prepara controlli più severi sulla residenza permanente e sulla naturalizzazione, con un nuovo screening preventivo degli ingressi. La svolta segue quella politica. La destra sovranista del Sanseito è cresciuta sulla parola d’ordine “Japanese First” e sull’ostilità agli stranieri. Takaichi ha rincorso, adottando il lessico dell’”ansia” e del “senso di ingiustizia” dei giapponesi verso il “problema” degli stranieri. L’agognata riforma dei centri di detenzione per gli immigrati regolari è una chimera. La soluzione, per ora, è restringere l’appartenenza mentre si amplia il reclutamento.

La Corea del sud ha superato il milione di lavoratori stranieri. L’immigrazione alimenta manifattura, agricoltura, pesca e costruzioni con personale soprattutto asiatico. Sono i cosiddetti lavori “3D”: dirty, difficult, dangerous. Il sistema limita però la possibilità di cambiare datore, lasciando una parte dei migranti in una posizione contrattuale debole. Qualche mese fa, un lavoratore srilankese legato e sollevato con un muletto in una fabbrica di Naju ha creato uno scandalo sul fronte dei diritti. Il permesso di soggiorno resta legato all’occupazione e il ricongiungimento familiare è fortemente limitato. Seul ha costruito un sistema capace di portare nelle fabbriche, nei campi e nei cantieri la manodopera che manca, senza trasformare automaticamente quella presenza in un percorso di stabilizzazione.

A Taiwan i lavoratori migranti sono soprattutto indonesiani, vietnamiti, filippini e thailandesi: tengono in piedi fabbriche e assistenza familiare agli anziani. Ma l’accordo per reclutare manodopera dall’India ha prodotto una campagna di opposizione con argomenti apertamente razzisti. Una petizione ha raccolto oltre 36 mila firme e il primo contingente è stato limitato a mille persone. Il governo pensa a trasferire ai datori parte dei costi di reclutamento, oggi scaricati sui migranti attraverso broker e agenzie. Imprenditori e famiglie che assumono caregiver resistono. Il debito contratto prima ancora di iniziare a lavorare è però uno dei meccanismi che riducono la capacità di lasciare un impiego sfavorevole.

La Cina arriva dopo. Nel censimento del 2020, contava appena 846 mila residenti stranieri su oltre 1,4 miliardi di abitanti e dispone ancora della gigantesca migrazione interna. Per ora, Pechino seleziona dall’estero soprattutto competenze: il nuovo visto K permette a giovani laureati Stem di entrare anche senza un’offerta preventiva di lavoro. Non cerca ancora centinaia di migliaia di badanti e operai vietnamiti o filippini. Da capire se davvero i robot umanoidi basteranno per l’assistenza a una popolazione sempre più anziana.

Per decenni l’Asia orientale ha importato lavoratori cercando di non diventare terra d’immigrazione. Presto sarà difficile separare le due cose.

Di Lorenzo Lamperti

[Pubblicato su il Manifesto]