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Arcipelago rosso: la storia (e il genocidio) del Partito Comunista Indonesiano

In Cultura, Sud Est Asiatico by Redazione

La distruzione del Partito Comunista Indonesiano (PKI), che nel corso del Novecento fu il più grande partito comunista non al potere nel mondo, secondo per dimensioni solamente alle controparti sovietica e cinese, è una storia di cancellazione. In primis delle vittime (che furono tra 500 mila e un milione, “colpevoli” di essere simpatizzanti o parenti di membri del PKI), quasi mai nemmeno citate nel calderone delle grandi tragedie dello scorso secolo. E poi di un partito che contribuì alla costruzione dell’Indonesia pre e post Revolusi, la cui perdita segnò l’inizio di un’era tragica per il paese, che sarebbe rimasto per trent’anni sotto il potere repressivo di Suharto. Riappropriarsi di questa memoria storica, difficile da digerire per le democrazie occidentali conniventi con il regime di Suharto, è dunque innanzitutto una forma di giustizia. “Arcipelago rosso. Lotta politica e genocidio in Indonesia” (Mimesis, 2026) di Nicola Tanno, collaboratore di Jacobin Italia, è il primo libro in lingua italiana da 26 anni a questa parte ad affrontare la storia del genocidio anticomunista del 1965-66, nonché il primo a trattare la storia del PKI. China Files ne presenta un estratto per gentile concessione dell’editore

Avevo circa diciotto anni quando, sfogliando un articolo sul colpo di Stato in Cile del 1973, mi imbattei per la prima volta nel nome del Partito Comunista Indonesiano (PKI). Tra le righe di quel testo compariva un riferimento inatteso: otto anni prima, in Indonesia, un golpe militare aveva distrutto il partito comunista locale – allora il più grande al mondo dopo quelli sovietico e cinese – e milioni di persone erano state massacrate. Ne rimasi colpito: com’era possibile che un avvenimento di quelle proporzioni fosse quasi del tutto assente dalla memoria storica? Le mie prime indagini diedero risultati deludenti: nei numerosi libri e giornali presenti in casa non trovai alcuna traccia dell’accaduto, e persino gli adulti più colti a cui mi rivolsi non seppero dirmi molto.

Nei ricordi individuali ricorrevano soltanto due nomi – Sukarno e Suharto –, ma quasi nessuno aveva memoria di quel grande partito, forte di milioni di militanti e poi brutalmente annientato.
Questa rimozione aveva tante ragioni ma certamente una aveva a che fare con il trionfo dell’ideologia anticomunista, che influenzava non solo la politica e l’economia, ma anche la memoria storica. Erano i primi anni del nuovo secolo e il Libro nero del comunismo era la manifestazione più plateale e grossolana di questa visione, che da allora si sarebbe consolidata come senso comune. In base a essa l’intera storia del movimento operaio era identificata con una sequenza di orrori irrazionali e di conseguenza ai membri e simpatizzanti della sinistra veniva chiesta l’ammissione e l’abiura dei crimini commessi nell’Unione Sovietica, in Cina e in Cambogia. Nulla c’era da salvare di questa storia e ogni atto compiuto per distruggere l’ideologia e l’organizzazione dei comunisti appariva giustificabile. Nei primi anni Duemila non c’era dunque né spazio né tempo per raccontare una vicenda in cui le vittime non erano democratici o progressisti in senso generico, ma i militanti di un partito dichiaratamente marxista. Il concetto di genocidio, in Europa, era ormai entrato stabilmente nel senso comune, ma le vicende che venivano ricordate, studiate e narrate – dalla Shoah alla Cambogia, dai gulag staliniani al Ruanda – si riferivano tutte a violenze etniche, utopie totalitarie o regimi assoluti. Non c’era posto per uno sterminio di massa compiuto da un esercito sostenuto e armato dalle democrazie occidentali.

[…]. In Italia, ancor più che nei paesi anglosassoni, la storia della distruzione del PKI è passata sottotraccia. Al di là della traduzione nel 2021 dell’opera di Vincent Bevins Il Metodo Giacarta, vi è un solo libro di un italiano (scritto nel 2000) che ha raccontato i fatti del 1965-66, La strage infinita, dell’ex-redattore dell’Unità Ennio Polito. […]. Ho deciso quindi di scrivere un testo divulgativo per il pubblico italiano che sintetizzasse quanto scritto dagli storici anglosassoni, specie negli ultimi anni.
[…]. In un’epoca in cui il mondo intero assiste senza muovere un dito allo sterminio di Gaza, può essere importante osservare come alcune dinamiche dei genocidi si ripetano in maniera similare in luoghi e tempi diversi: la strumentalizzazione di un attentato per giustificare un massacro di massa, la disumanizzazione e la colpevolizzazione delle vittime, l’efficienza tecnica dello sterminio, la manipolazione del passato per giustificare gli orrori del presente.

Tuttavia, mentre scrivevo la parte più tragica di questa vicenda mi sono anche reso conto di come la storia della distruzione del PKI non rendesse giustizia a un’esperienza politica e umana che, per quanto dimenticata, è stata fondamentale per la storia del quarto paese più popoloso del mondo, e di cui davvero quasi nessuno ha mai parlato in Italia. Per più di quarant’anni – dagli anni Venti agli anni Sessanta del secolo scorso – la sinistra ha avuto un ruolo centrale nella costruzione della nazione indonesiana, nella lotta anticoloniale contro il Regno dei Paesi Bassi, nella resistenza contro l’Impero del Giappone, nel contrasto del secessionismo e del terrorismo e nel processo di alfabetizzazione di milioni di persone che, attraverso il PKI, acquisirono una coscienza dei propri diritti politici ed economici. […]. I dilemmi davanti cui si trovò il PKI in fondo sono gli stessi della sinistra del XXI secolo: il rapporto con le classi medie, il peso del nazionalismo, l’importanza da attribuire ai processi democratici, il modo in cui reagire dinanzi alle violenze degli apparati dello Stato. Il PKI trascorse tre lustri (1951-1965) cercando vie originali per sopravvivere e crescere in un contesto ostile. La storia delle sue scelte può essere una lezione anche per l’oggi.

Resta però da capire la ragione del silenzio. Anche in Cile, Argentina, Brasile durante la Guerra Fredda – per non parlare della Spagna durante la Guerra Civile – le sinistre vennero devastate dalla reazione anticomunista, ma ciò nonostante, anche negli anni più duri rimase in vita un piccolo nucleo (in patria e all’estero) che provò e riuscì a tenere in vita la memoria e la speranza di un cambiamento. In modo non sempre soddisfacente, le vittime di Franco, Videla e Pinochet sono in parte riuscite a far sì che la loro storia diventasse patrimonio collettivo, che lo Stato riconoscesse l’esistenza di un’ingiustizia verso di loro. In Brasile poi, un’ex-guerrigliera torturata dalla polizia del regime, Dilma Rousseff, nel 2011 è diventata presidente della Repubblica.

In Indonesia per le vittime di Suharto niente di simile è stato possibile: la sinistra ancora oggi è giudicata responsabile dei fatti che condussero alla propria distruzione, e le norme anticomuniste approvate nel 1966 – che vietano la propaganda e l’attività politica marxista – continuano a essere in vigore. Il pretesto che diede il la ai massacri – l’uccisione di sei generali dell’esercito nella notte del 1º ottobre 1965 – viene ancora oggi considerato perlopiù come l’unico fatto esecrabile da ricordare di quei giorni, mentre tutte le vittime che ne seguirono, per decenni, non hanno meritato alcun riconoscimento istituzionale. Per i sei generali venne eretto un monumento a Giacarta, mentre non vi è nulla nella capitale che ricordi gli almeno 500 mila comunisti assassinati dall’esercito. Sempre a Giacarta esiste ancora un “Museo del Tradimento del PKI” che diffonde una versione completamente distorta di quanto accaduto il 1º ottobre 1965 [data in cui l’esercito di Suharto diede inizio all’«annichilimento» dei militanti del PKI e dei loro familiari]. Al contrario, chi nel paese ha provato a dissotterrare i cadaveri delle vittime del genocidio per rendere loro una degna sepoltura è stato spesso vittima di aggressioni.

Per anni, poi, tutti gli studenti dell’arcipelago hanno dovuto assistere obbligatoriamente alla visione di un grottesco film di propaganda, mentre i tentativi di modificare i programmi scolastici in favore di una versione dei fatti meno conforme a quella dell’esercito sono stati in parte ridimensionati. Nel ricercare, dunque, le ragioni del perché la distruzione della sinistra indonesiana – a differenza di altre vicende simili – sia rimasta pressoché ignorata, una risposta fondamentale risiede nel carattere totale della repressione. Essa non si limitò a sterminare migliaia di militanti e simpatizzanti del PKI, ma sradicò “fino alla radice” (per usare le parole degli stessi carnefici) l’esistenza stessa della sinistra, colpendo la sua ramificata rete associativa, la sua grande tradizione culturale e, infine, come affermato da Geoffrey B. Robinson, “un’intera maniera critica di pensare”. Scrivendo nel 2012 e riferendosi all’assenza di un forte movimento anticapitalista nell’arcipelago, Andre Vltchek ha usato parole crude per definire questo fenomeno:

Le vittime furono “complici”. Coloro che erano stati stuprati e torturati, coloro ai quali erano scomparsi i propri cari, ora provavano vergogna. Questo brutale e grottesco gioco psicologico fu pianificato e attuato con precisione, e il suo impatto si avverte ancora oggi. Ogni regola morale venne spazzata via. La logica fu sovvertita. A differenza dell’America Latina o di alcune parti dell’Africa, dove la gente imbracciò le armi per combattere le dittature imposte dall’Occidente, gran parte della popolazione indonesiana accettò le regole forzate dai vincitori. Il prezzo fu catastrofico: l’incapacità e il rifiuto di analizzare la realtà, seguiti da una conseguente paura di comprendere il passato e il suo impatto sul presente. L’Indonesia rimase intrappolata in un circolo vizioso di autoinganno. Il nero fu definito bianco, la sofferenza confusa con la vergogna, la colpa con l’orgoglio. Il risultato di questo caos intellettuale e morale si tradusse nell’incapacità di pensare, giudicare e creare. Non c’è dubbio che il collasso dell’Indonesia sia direttamente legato alla sua risposta agli eventi del 1965.

Ciò nonostante, negli ultimi dieci anni l’Indonesia sta vivendo un cambiamento nella sua memoria storica. Attraverso il cinema, la letteratura, la scultura sta avvenendo quello che Max Lane chiama una “costante erosione di un tabù”. Film come Eksil, nel quale gli esuli comunisti indonesiani hanno raccontato la loro storia di cittadini senza patria, hanno riscosso un imprevisto successo. Nel 2024, per due mesi la Galleria Nazionale di Giacarta ha ospitato un monumento in onore delle vittime del massacro del 1965-66 alla presenza dell’ex presidente del paese Megawati Sukarnoputri (figlia di Sukarno). Nel 2016, soprattutto, un simposio nazionale – che nelle intenzioni doveva rappresentare una risposta alle azioni del Tribunale Popolare Internazionale sui fatti del 1965-66 – è terminato con sorprendenti messaggi di riconciliazione e parziali ammissioni di responsabilità da parte di personalità istituzionali. Il lavoro da fare è ancora lungo, ma come ricorda Lane, esiste “un’erosione inarrestabile dell’egemonia della narrazione ufficiale rispetto al 1965. Si tratta, però, di un processo di erosione e non di demolizione frontale. E gli indonesiani sono 260 milioni. Tuttavia, il processo è inarrestabile, a un certo punto verrà raggiunto un punto critico e poi chissà cosa succederà”.

di Nicola Tanno

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