africa

Africa rossa – Il mondo alla rovescia

In Africa Rossa, Cina, Relazioni Internazionali by Alessandra Colarizi

Un’America che assomiglia sempre più alla Cina. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca sta provocando un parossistico rovesciamento dei ruoli che vede Pechino salire in  cattedra per difendere l’ordine mondiale basato su regole, rimuovere i dazi e prestare aiuto ai paesi in via di sviluppo. C’è chi sostiene che dovrebbe fare di più anche nelle crisi politiche, soprattutto dopo la clamoroso strigliata del Niger alle aziende cinesi. Di questo e molto altro nell’ultima puntata di Africa rossa, la rubrica sui rapporti Cina-Africa a cura di Alessandra Colarizi.

I temi di questa puntata:

  • Il mondo alla rovescia
  • Vietato parlare di politica
  • Via le tariffe
  • Un modello di sviluppo africano
  • Belt and Road: il Medio Oriente supera l’Africa
  • La giunta del Niger alza la voce
  • La transizione energetica è tutta cinese
  • Armi Made in China-Africa
  • L’Africa, la nuova frontiera della criminalità cinese
  • Il triangolo no

In questo mondo alla rovescia l’America sembra sempre più la Cina e la Cina sempre più l’America di ieri. Quell’America del “politically correct” che Donald Trump sta facendo a pezzi nel nome del pragmatismo e del profitto che proprio la Cina ha seguito come stella polare per decenni di ascesa pacifica e disinteressata. In Africa il ribaltamento è piuttosto evidente.

La politica transazionale del tycoon richiama quella “non ingerenza” invocata da Pechino fin dagli anni ‘90 per fare affari con tutti. A prescindere dall’orientamento politico del partner. Un approccio che si discosta notevolmente dal paternalismo adottato dai paesi occidentali in Africa fin dai programmi di aggiustamento strutturale. Sintomo del cambiamento è la decisione annunciata dal Dipartimento di Stato americano di adottare nuovi parametri per la valutazione degli ambasciatori in Africa, che terranno conto del numero di accordi stipulati. Il termometro sarà tarato sul “commercio, non sugli aiuti“. 

D’altronde Trump lo ha detto chiaramente ricevendo la scorsa settimana i leader di Gabon, Guinea-Bissau, Liberia, Mauritania, e Senegal: “L’Africa ha uno straordinario potenziale economico”. Anche se è improprio parlare di Africa, essendo stati invitati solo cinque paesi a conferma dell’approccio selettivo dei mini-summit impiegato durante il primo mandato e che Joe Biden aveva cercato di ampliare con l’organizzazione di un United States–Africa Leaders Summit in stile cinese. La scelta degli ospiti non è fortuita: sono “terre preziose, di grandi minerali, grandi giacimenti petroliferi e di persone meravigliose”, ha detto il presidente americano dei paesi convocati a Washington nell’ambito dell’evento definito da molti “performativo”. Termine fino a poco tempo fa attribuito ai consessi coreografati dalla Cina per adulare i leader africani. 

Pechino, dal canto suo, continua a non ingerire negli affari interni ma parla sempre più spesso di principi etici, diritto internazionale e integrità ideologica, mutuando – seppure a modo suo – un linguaggio familiare alle cancellerie europee. Ovvero anteponendo alla presunta universalità dei valori occidentali una visione pluralistica che attribuisce dignità a tutte le civiltà e culture (sebbene quella cinese – in quanto millenaria – ne abbia un po’ di più). Si scherma dietro il diritto internazionale contando sull’incoerenza di Washington, che non ha sottoscritto o ratificato molti dei trattati che accusa la Cina di trasgredire. 

L’inversione, nell’aria da alcuni anni, è documentata da diversi studi recenti. In China’s Relations with Africa: A New Era of Strategic Engagement, David H. Shinn e Joshua Eisenman, sostengono che la Cina stia cercando attivamente di diffondere il suo sistema politico tra i partner africani. Secondo i due analisti, l’offerta di sostegno finanziario e materiale è tesa ad “adottare metodi di governo simili al PCC” o ad “affermare la superiorità del sistema politico cinese su quello degli Stati Uniti”. Un punto quest’ultimo che, a dirla tutta, il testo non supporta con prove troppo convincenti, ma che trova riscontro nel pressing delle ambasciate cinesi, impegnate a criticare la presenza americana in Africa molto più aggressivamente rispetto a quanto non facciano le missioni diplomatiche americane nei confronti della Cina. È un risultato per certi versi controintuitivo, considerata la retorica sulla “trappola del debito” cinese imperante a Washington – o almeno lo era prima della rielezione di Trump.

D’altronde, la competizione tra il potere discorsivo delle due superpotenze è entrata in una fase inedita da quando Trump ha smantellato la U.S Agency for Global Media. In Africa, gli effetti sono già evidenti. A marzo CGTN ha annunciato l’espansione dei propri servizi, mentre China Radio International, ha aggiunto alle pubblicazioni in inglese,  contenuti in altre lingue parlate in Nigeria come l’hausa, lo yoruba e l’igbo. In Etiopia, intanto è stato lanciato il progetto “China Hour,” che prevede la trasmissione di documentari e altri programmi cinesi sulla tv statale locale.

Certo, tra le due superpotenze restano differenze macroscopiche. Nonostante l’America First, con Trump alla Casa Bianca, Washington continua a mostrare una disponibilità a mediare nei conflitti che Pechino rivendica a parole ma fatica ancora a concretizzare. L’esempio è l’accordo tra la Repubblica democratica del Congo e il Ruanda per la pacificazione del Kivu Nord e Sud. Due regioni dove la Cina ha avviato giganteschi progetti minerari e avrebbe avuto tutto l’interesse a sedare gli scontri in corso da trent’anni. Eppure quella del disimpegno resta la linea prevalente per tutta una serie di motivi. E non solo nei palazzi del potere di piazza Tiananmen. 

Vietato parlare di politica 

La Commissione municipale del commercio di Shanghai ha pubblicato recentemente un vademecum per le aziende cinesi: “Strategie di mitigazione del rischio nel contesto elettorale instabile dell’Africa” (非洲国家“选情失控”的避险策略). Soprattutto nei periodi elettorali politicamente sensibili, secondo il documento, le aziende dovrebbero seguire il principio di “non intervento, non dichiarazione e non allineamento”. Le società sono inoltre esortate a distribuire equamente risorse e opportunità di lavoro tra i diversi gruppi per evitare tensioni legate alle elezioni. Nei paesi con sistemi legali più solidi, l’attenzione dovrebbe essere rivolta all’assunzione di personale locale e alla fornitura di una solida formazione per garantire che tutte le attività aziendali durante le elezioni siano conformi alle leggi locali così da evitare intralci politici causati da errori procedurali. L’articolo suggerisce inoltre che le società dovrebbero vietare ai dipendenti di discutere argomenti elettorali sui social media o in situazioni pubbliche. 

I consigli delle autorità sono generici e ad ampio spettro, ma il tempismo con cui arrivano non è casuale. Negli ultimi mesi, il colosso cinese China National Petroleum Corporation, uno dei principali investitori nel settore energetico del Niger, si è trovato a dover rispondere di gravi accuse da parte della giunta militare a causa di presunti inadempimenti ai termini contrattuali (vedi sotto).

Per decenni la politica di “go global” cinese è stata contraddistinta da una notevole propensione al rischio. L’appello alla non interferenza diramato dalle autorità di Shanghai dimostra come quell’epoca sia ormai archiviata. Si tratta di un distanziamento spiegabile in buona parte con la necessità di tutelare i propri interessi economici (sebbene c’è chi, come l’autorevole analista Paul Nantulya, ritiene che, come dimostra il caso nigerino, quegli interessi economici sarebbero difesi meglio attraverso una politica più interventista). Ma in parte contribuisce anche la speranza che gli altri paesi ricambino il favore. In Africa la solidarietà è un valore ampiamente condiviso, come dimostrano i comunicati congiunti che vedono le due parti, africana e cinese, perfettamente allineate su diritti umani e Taiwan. Quando questo non avviene Pechino non manca di esprimere il proprio disappunto. Negli ultimi mesi due parlamentari di Gambia e Malawi hanno denunciato pressioni a causa della loro affiliazioni  all’Inter-Parliamentary Alliance on China, gruppo fortemente critico nei confronti della Cina.

Via le tariffe

Allo stesso tempo, il “mercantilismo” di Trump sta rendendo la “pax americana” merce di scambio così come lo sono stati per Pechino i prestiti in cambio di risorse naturali agli albori dell’espansione cinese nel continente. Quel modello che ha dimostrato enormi criticità (a partire dall’indebitamento dei paesi africani) la Repubblica popolare lo ha interrotto già diverso tempo fa. Il paradosso trumpiano in Africa è che ad essere colpiti dalle tariffe non sono i minerali – di cui hanno bisogno le aziende americane – bensì proprio i prodotti finiti che il continente punta a esportare per scalare la catena del valore e uscire dalla povertà. Una postura in netto contrasto con quella della Cina, che il 12 giugno ha annunciato rimuoverà i dazi sulle importazioni da quasi tutti i paesi africani. 

Che la strategia di Pechino sia quella più efficace lo dimostrano ancora una volta i sondaggi. Secondo il Democracy Perception Index (DPI) 2025 compilato da Nira Data, oltre tre quarti delle quasi 100 nazioni intervistate hanno dichiarato di avere un’opinione migliore di Pechino rispetto a Washington, in peggioramento soprattutto nell’ultimo anno. Il divario è particolarmente ampio in Algeria, Egitto, Pakistan e Tunisia, dove la Cina gode di un sostegno quasi unanime.

A giugno la città di Changsha, nella provincia dello Hunan, ha tenuto diversi eventi dedicati ai rapporti Cina-Africa. È  stata anche l’occasione per tirare le somme del FOCAC ospitato da Pechino lo scorso anno. Spesso questo genere di vertici terminano con promesse altisonanti difficili da tradurre in azioni concrete. Il governo cinese ha tuttavia già divulgato i primi risultati con tanto di numeri. Secondo il ministero degli Esteri, la Cina ha effettuato investimenti aggiuntivi per oltre 13,3 miliardi di yuan e ha erogato all’Africa finanziamenti per oltre 150 miliardi. Nei primi cinque mesi di quest’anno, le importazioni ed esportazioni cinesi da e verso l’Africa hanno raggiunto i 963 miliardi di yuan, pari ad aumento del 12,4% su base annua, livello record per questo periodo dell’anno. 

La solerzia nel riportare le stime non sembra giustificabile unicamente dal soddisfacente andamento delle relazioni bilaterali. 

“Dato che il tentativo di alcuni paesi di distruggere l’attuale ordine economico e commerciale internazionale attraverso i dazi mina il bene comune della comunità internazionale, invitiamo tutti i paesi, in particolare gli Stati Uniti, a ritornare sulla strada giusta per risolvere le controversie commerciali attraverso consultazioni basate sull’uguaglianza, il rispetto e il vantaggio reciproco” – recita la Dichiarazione Cina-Africa di Changsha sul sostegno alla solidarietà e alla cooperazione del Sud del mondo. “Svolgere attività di cooperazione internazionale allo sviluppo in varie forme. La Cina ha continuato a fornire sovvenzioni alla parte africana. Ha attivamente promosso quasi 600 progetti “piccoli e belli”, che riguardano la connettività, la lotta alla povertà a beneficio degli agricoltori, la salute, lo sviluppo verde, l’economia digitale e gli scambi interpersonali, a beneficio di quasi tutte le nazioni africane…”, 

Tra le iniziative più rilevanti ospitate da Changsha va certamente annoverata la Quarta Esposizione economica e commerciale Cina-Africa. Come detto tante volte su queste colonne, il capoluogo dello Hunan – terra natale di Mao Zedong – si è affermata come un hub commerciale di punta per le transazioni con il continente. Con un’economia fortemente rurale, la regione risponde alla crescente centralità del commercio agricolo nelle relazioni tra Africa e Cina. L’ultima edizione dell’evento si è conclusa con la stipula di 176 nuovi accordi da complessivi 11,39 miliardi di dollari: un numero che evidenzia quasi un dimezzamento dei contratti rispetto al 2023 a fronte tuttavia di un valore maggiore del 10,6%. Segno di come col tempo vengano privilegiati accordi di minore entità con il coinvolgimento di produttori africani di piccola scala. 

Su The China Global South Project Eric Olander associa il trend a un processo di osmosi con la Cina, che per decenni ha ancorato il proprio sviluppo economico alla sicurezza alimentare e all’agricoltura su piccola scala. La sfida per il continente sarà riuscire a migliorare l’ecosistema esistente che presenta colture altamente diversificate, adatte agli ambienti e ai gusti locali ma che dovranno diventare funzionali anche alla sicurezza alimentare e contemporaneamente all’export. Secondo Olander, “produzioni piccole ma di alto valore, come miele, zafferano e vaniglia, potrebbero rappresentare una contro-soluzione all’agricoltura industriale che ha disseminato parti del Sud-est asiatico di piantagioni di palma da olio”. 

Ormai da tempo la Repubblica popolare ha mostrato la propria disponibilità a incrementare le importazioni agricole dal continente, ad esempio semplificando i rigorosi controlli sanitari e normativi. Il recente abbattimento delle tariffe rappresenta un ulteriore gesto distensivo, anche se dall’altra parte dell’Oceano Indiano non tutti hanno accolto l’iniziativa con favore. Per esempio, Wandhile Sihlobo, capo economista presso la Camera di Commercio Agricola del Sud Africa, ritiene che “l’accesso unilaterale al mercato senza dazi e senza quote è un’arma a doppio taglio: nel breve e medio termine può aiutare un paese ad aumentare la quota delle sue esportazioni in un mercato importante, ma poiché non è vincolato alla reciprocità, la generosità può scomparire se ci sono attriti tra le due parti, ad esempio per motivi geopolitici”.

Un modello di sviluppo africano

Va detto che l’emancipazione da fornitore di materiali grezzi a produttore di merci ad alto valore aggiunto presenta ostacoli endogeni e solo in parte provocati dall’arrivo di Made in China a basso costo. Come spiega su CGSP Ober Bore, l’Africa manca di tutti i principali ingredienti necessari ad acquisire capacità di raffinazione: elettricità stabile, approvvigionamento idrico sufficiente e una forza lavoro tecnicamente qualificata. Esiste un percorso realistico per l’Africa? Forse, ma l’esperto sconsiglia di seguire l’esempio cinese. Piuttosto, i paesi africani dovrebbero concentrarsi su attività intermedie, come la produzione di precursori chimici o l’assemblaggio di componenti per batterie. Sul tema è intervenuta anche Zhou Jinyan (周瑾艳), professore associato presso la Shanghai Academy of Global Governance & Area Studies (Shanghai International Studies University). In un lungo articolo l’accademica sostiene che le “politiche di sviluppo africane sono state formulate al di fuori del continente, da studiosi con sede a Washington e Parigi”, quindi senza tenere conto delle condizioni nazionali. Zhou attribuisce la colpa dell’arretratezza dall’Africa ai “paesi donatori occidentali che, temendo che il continente entri in concorrenza con loro, ne frenano l’avanzamento nella scala industriale”. Anche considerato che avendo già “trasferito le loro industrie ad alta intensità di manodopera e la produzione manifatturiera altamente inquinante e di bassa qualità nell’Asia orientale”, i paesi occidentali non ha bisogno di dell’Africa.

Chiaramente la Cina tira acqua al proprio mulino. Va riconosciuto tuttavia che la retorica Sud-Sud viene il più delle volte sostanziata dai fatti. L’anno scorso, le relazioni tra l’Africa e Cina sono state elevate a “partnership per tutte le stagioni” e ogni singolo paese del continente ha ormai una “partnership strategica” con  il gigante asiatico. Una promozione simbolica che però ha già prodotto i suoi frutti. “I Paesi che aderiscono a questi partenariati potenziati con progetti di sviluppo chiari – radicati in piani nazionali e quadri normativi continentali come l’Agenda 2063 – hanno maggiori probabilità di vederne i benefici. Altri rischiano aggiornamenti simbolici che non si traducono in effetti concreti”, spiega Ovigwe Eguegu di Development Reimagined.

Belt and Road: il Medio Oriente supera l’Africa

Secondo un rapporto pubblicato il 27 febbraio 2025 dal Green Finance & Development Center (GFDC), un think tank affiliato all’Università cinese di Fudan, la Cina ha completato progetti per un valore complessivo di 29,2 miliardi di dollari in Africa nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI) fino al 2024. Intitolato China Belt and Road Initiative (BRI) Investment Report 2024″ , il rapporto specifica che gli impegni della Repubblica popolare nel continente sotto forma di investimenti e contratti di costruzione di infrastrutture sono quindi aumentati del 34% rispetto al 2023. L’Africa, tuttavia, non è più la prima destinazione degli investimenti cinesi. Il sorpasso è stato effettuato dal Medio Oriente, che lo scorso anno ha ricevuto dalla cina complessivamente 39 miliardi di dollari. Il continente africano si è fermato a 13,24 miliardi di dollari di investimenti (+48% rispetto al 2023) e 15,97 miliardi di dollari in contratti di costruzione (+26%). Ciononostante, quattro paesi africani rientrano tra i cinque paesi al mondo in cui i tassi di crescita delle attività cinesi sono stati i più elevati nel 2024: Guinea (+1935%), Liberia (+1900%), Repubblica del Congo (+1800%) e Marocco (+724%). La ripartizione settoriale degli impegni cinesi nei paesi che hanno aderito alla Belt and Road Initiative mostra che nell’ultimo anno Pechino si è concentrata sui settori energetico (31), minerario (17,6%), tecnologico (14,3%) e dei trasporti (12%).

i tratta di un arretramento temporaneo. Secondo uno studio pubblicato il 17 luglio della Griffith University, entro la fine del 2025 la Cina avrà investito in Africa 39 miliardi di dollari, diventando di nuovo il principale beneficiario della Nuova Via della Seta. La Nigeria sarà in assoluto il paese maggiormente interessato dei capitali cinesi, con in testa l’imponente progetto di parco industriale del gas a Ogidigben,

Per quanto scivolate in coda alla lista, l’interesse della Cina per le infrastrutture logistiche resta alto. Lo evidenzia un recente studio del Centro per gli studi strategici sull’Africa, istituto affiliato al dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, secondo il quale con un totale di 231 porti commerciali esistenti in Africa, le aziende cinesi sono presenti in oltre un quarto degli “hub” marittimi del continente, essendo azioniste attive di 78 porti in 32 Paesi.  Secondo la ricerca, le aziende statali cinesi sono azioniste attive di circa 78 porti come costruttori, finanziatori o operatori diretti, con una predilezione per i terminal dell’Africa occidentale (35 porti), seguiti dalle coste orientale (17), australe (15) e settentrionale (11). Si tratta, osservano i tecnici, di una presenza molto più capillare rispetto a quella di altre regioni: a titolo di confronto, l’Asia ospita 24 porti costruiti o gestiti dalla Cina, l’America latina e i Caraibi dieci. In alcuni scali africani le aziende cinesi dominano l’intera impresa di sviluppo portuale, dalla finanza alla costruzione, alle operazioni e alla proprietà azionaria. Grandi conglomerati come la China Communications Construction Corporation (Cccc) si sono aggiudicati i lavori come appaltatori principali, assegnando in seguito subappalti ad aziende sussidiarie come la China Harbor Engineering Company (Chec), come  nel caso del porto nigeriano di Lekki, uno dei più trafficati dell’Africa occidentale.

Anche il settore ferroviario sta vivendo una nuova fase espansiva. Ad aprile Pechino ha avanzato una proposta di finanziamento per effettuare la tanto attesa estensione della ferrovia a scartamento standard al confine tra Kenya e Uganda, in stallo da tempo immemore. Un consorzio di aziende cinesi si è detto disposto a fornire il 40% dei 5,3 miliardi di dollari necessari a completare il progetto. Secondo l’accordo le aziende cinesi gestiranno la ferrovia e applicheranno pedaggi per alcuni anni per recuperare l’investimento. Ormai da diverso tempo la Cina ha cominciato a sperimentare metodi di prestito innovativi per ridurre i rischi legati all’elevato indebitamento dei partner africani. Indebitamento che tuttavia in sé non sarebbe nemmeno troppo problematico, finché gestibile. 

Du Xiaohui, direttore generale del Dipartimento per gli Affari Africani del Ministero degli Esteri cinese, intervenendo a Changsha, ha spiegato il perché: “Lo sviluppo dell’Africa richiede investimenti e cooperazione finanziaria, che inevitabilmente crea debito. Il debito non dovrebbe essere temuto, finché fa parte dello sviluppo. L’unica soluzione è affrontare il problema del debito attraverso approcci di sviluppo. Gli attuali problemi del debito africano – costi elevati e accesso limitato ai finanziamenti – sono in gran parte causati dalle politiche monetarie egoistiche di un certo grande paese. Lo status globale della valuta di questo paese si estende oltre l’impatto della sua politica monetaria interna, imponendo una speciale responsabilità internazionale”. Non serve dire a quale “grande paese” si riferisce Du.

Intanto proprio l’Africa si sta affermando come laboratorio dell‘internazionalizzazione dello yuan. Durante la recente visita del premier cinese Li Qiang in Egitto, sono stati siglati accordi che riguardano la cooperazione sui pagamenti elettronici tra le rispettive banche centrali, l’espansione dei servizi UnionPay cinesi e la facilitazione delle transazioni transfrontaliere in valuta cinese per le banche nella Zona di Cooperazione Economica e Commerciale TEDA di Suez Cina-Egitto. Ciò avverrà tramite pagamenti in moneta locale effettuati con il Sistema di Pagamento Interbancario Transfrontaliero (CIPS), l’alternativa cinese alla rete di pagamento internazionale SWIFT. Prima dell’Egitto, Sudafrica, Nigeria e Angola avevano a loro volta avviato collaborazioni in renminbi.

La giunta del Niger alza la voce

D’altronde, ora come ora, non sono i debiti a complicare di più i rapporti con i paesi africani. Ultimamente diverse aziende cinesi sono state accusate di non rispettare i termini contrattuali e le leggi locali.  E’ quanto successo in Algeria, dove la Cina si è vista annullare un accordo da 3 miliardi di dollari per la costruzione di quello che sarebbe stato uno dei più grandi porti in acque profonde dell’Africa. E soprattutto è successo in Niger. Qui a finire nell’occhio del ciclone è stata la China National Petroleum Corporation Niger Petroleum (CNPCNP), una filiale locale della CNPC, il colosso energetico cinese di proprietà statale. Il ministro del petrolio nigerino Sahabi Oumarou ha chiesto “di rescindere i contratti di lavoro di tutti gli espatriati con una durata complessiva superiore a quattro anni nel settore petrolifero, a partire dall’8 maggio 2025″. Inoltre, “i dipendenti della CNPCNP, i suoi subappaltatori e i loro fornitori di servizi” sono stati invitati a lasciare il territorio nigerino prima del 31 maggio 2025″. La società cinese – attiva in Niger dal 2011 – è accusata di “inosservanza delle normative vigenti” e di discriminare i dipendenti locali. Il diverbio segue il contenzioso tra il governo di Niamey e il Benin che ha visto la protratta chiusura del confine condiviso e l’interruzione degli oleodotto cinese rimasto senza sbocco sul mare. 

Va detto che più che punire la Cina, la giunta militare sembrerebbe voler rivendicare un controllo più serrato sulle risorse naturali del paese e garantire che i cittadini nigerini ne traggano maggiori benefici. Una tendenza che accomuna altri stati del Sahel, come Burkina Faso e Mali. La situazione nella regione complica i piani della Cina che negli ultimi anni ha cercato di sfruttare l’arretramento della Francia per rafforzare la propria presenza nell’Africa occidentale. E forse non è un caso che da maggio siano cambiati quasi tutti gli ambasciatori cinesi nella regione saheliana.

Arrivano invece “buone notizie” dal Sud Sudan dove, nonostante il perdurante conflitto interno tra il presidente Salva Kiir e il suo ex vice Riek Machar, è ripresa l’erogazione di petrolio da due blocchi a Paloch, nello Stato dell’Alto Nilo, gestiti dal consorzio Dar Petroleum Operating Co (partecipata da CNPC). Le infrastrutture in questione – chiuse dopo aver riportato danni a marzo – rappresentano tre quarti della produzione petrolifera del paese, fortemente dipendente dal settore per emanciparsi dallo stato di povertà. 

Intanto cresce l’interesse della Repubblica popolare per il GNL, transizione che vede beneficiare il Mozambico, corteggiato anche dagli Stati Uniti per l’ampia disponibilità di gas naturale. Ma è soprattutto nelle rinnovabili che la Cina si sta affermando (anzi si è affermata) come protagonista indiscusso. 

La transizione energetica è tutta cinese

Secondo un rapporto del think tank britannico ODI Global, energia solare ed eolica rappresentano ormai il 59% dei progetti energetici cinesi nel continente. Non solo: l’Africa – aggiunge lo studio – è arrivata a contare per un quinto dell’intero settore energetico cinese e un quinto degli investimenti e delle attività di costruzione realizzati dalla Cina nelle rinnovabili, per un totale di 66 miliardi di dollari tra il 2010 e il 2024. Le esportazioni dalla repubblica popolare di tecnologia fotovoltaica ed eolica cinese sono aumentate del 153% tra il 2020 e il 2024. Ma il gigante asiatico guarda oltre,  e sta già soppiantando Russia e Francia nel comparto nucleare africano, che l’IAEA stima crescerà del 58% da qui al 2030. 

Sono numeri che hanno ripercussioni non solo ambientali, ma anche politiche. In occasione di una nuova visita in Cina, William Ruto ha rilasciato una delle affermazioni più significative pronunciate da un leader africano. Può sembrare piaggeria, ma l’opinione del presidente keniota è largamente condivisa nel continente: “Kenya e Cina non sono solo partner commerciali; sono co-artefici di un nuovo ordine mondiale, equo, inclusivo e sostenibile […] Desidero elogiare la Cina per la sua leadership nelle tecnologie per le energie rinnovabili, in particolare nell’energia solare e nei veicoli elettrici. Senza la Cina, molte di queste tecnologie rimarrebbero inaccessibili per gran parte dei paesi in via di sviluppo.” 

L’apprezzamento per Pechino è tanto maggiore se si considerano i continui inciampi delle potenze occidentali. Prendiamo il Carbon Border Adjustment Mechanism, il meccanismo introdotto dall’Unione Europea per tassare le importazioni di beni ad alta intensità di carbonio provenienti da paesi terzi. Secondo Obert Bore, penalizzando i prodotti ad alto contenuto di carbonio, la CBAM scoraggia di fatto le aziende europee ad acquistare di minerali lavorati dall’Africa, che rimane così un esportatore di minerali grezzi con limitato valore economico. La lavorazione dei minerali in Africa è ad alta intensità di carbonio non per scelta, ma a causa dello scarso accesso a fonti di energia a basse emissioni di carbonio come il solare, l’eolico o l’idroelettrico. Paesi quali la Repubblica Democratica del Congo, lo Zimbabwe e lo Zambia dipendono in modo sproporzionato da carbone e gasolio per alimentare le loro industrie minerarie. Rendendo più costosi in Europa i minerali lavorati in Africa, il CBAM riduce l’incentivo per i paesi africani a integrarsi con le industrie europee, avvicinandoli alla Cina, che impone minori restrizioni ambientali.

Intanto le difficoltà finanziarie di Neta, marchio cinese di auto elettriche intelligenti, fanno tremare l’Africa, dove sono sempre di più le persone a optare per questo tipo di veicoli attratte dai costi minori di carburante e manutenzione. Un potenziale collasso di Neta, o di qualsiasi altro piccolo produttore cinese, potrebbe creare scetticismo nei confronti del settore ancora poco conosciuto e guardato con diffidenza dai consumatori africani che spesso preferiscono ancora veicoli a combustione interna di seconda mano.

Non solo rinnovabili ed energia pulita. Recentemente è stato reso noto il coinvolgimento della Repubblica popolare nella realizzazione di una cintura boschiva che dovrebbe fermare l’avanzata del Sahara e combattere la desertificazione. A quanto pare, tuttavia, il progetto – che ricalca la Grande Muraglia verde tra il Gobi e il Taklamakan – è stato completato solo per il 18% e difficilmente verrà completato entro il 2030, come stabilito. 

Nonostante l’impegno dimostrato nell’accompagnare l’Africa verso un futuro più verde, la presenza cinese nel continente è ancora macchiata dal massiccio e non sempre regolamentato coinvolgimento nel mining africano. Il 18 febbraio una massiccia fuoriuscita di acido proveniente dalla miniera di rame gestita da Sino-Metals Leach Zambia – la cui maggioranza è detenuta dal China Nonferrous Metals Industry Group – ha causato gravi danni ambientali, tra cui la morte della popolazione acquatica e la contaminazione delle fonti idriche utilizzate dalle comunità locali. L’azienda si è scusata pubblicamente per l’incidente e ha intrapreso misure per mitigare i danni e bonificare le aree colpite.

Armi Made in China-Africa

A inizio maggio una delegazione di quasi 100 ufficiali militari, provenienti da oltre 40 paesi africani, si è recata in Cina, su invito del Ministero della Difesa Nazionale cinese (MND). Secondo l’MND, la visita, la quarta del suo genere, è servita “a tradurre in azioni concrete gli accordi raggiunti all’ultimo FOCAC e ad approfondire la tradizionale amicizia tra le forze armate cinesi e africane”. Lo abbiamo detto tante volte: complice il disimpegno della Russia (un tempo maggiore fornitore di armi) e la guerra in Medio Oriente, negli ultimi tre anni la Cina ha incrementato le sinergie con l’Africa in ambito militare. Si tratta di sfruttare i rapporti tra le rispettive forze armate in chiave diplomatica, ma anche di aprire nuovi mercati per i contractor nazionali. Da ultima la conferma dell’impiego in Egitto del sistema missilistico cinese HQ-9B nonché della possibile vendita dei jet J-10 nel quadro del crescente interesse di Pechino per il Nord Africa alla luce del conflitto a Gaza. Ma non aumentano solo le forniture. Cambia anche la natura degli accordi: in Nigeria – dove la statale Defence Industries Corporation (DICON) a marzo si è assicurata una commessa pluriennale di sistemi di artiglieria, veicoli blindati, missili ed elicotteri – il colosso cinese Norinco ha avviato una collaborazione che prevede il trasferimento di tecnologia per produrre armi direttamente nel paese africano. 

L’Africa, la nuova frontiera della criminalità cinese

Otto cittadini cinesi sono stati arrestati in Madagascar con l’accusa di tratta di esseri umani transnazionale. Il caso rientra nello smantellato di una rete criminale che vendeva giovani donne malgasce come spose in Cina. Si tratta solo dell’ultimo episodio del genere a coinvolgere gang cinesi nel continente africano, che sembra essere diventato la nuova frontiera dell’illegalità da quando Pechino ha cominciato a fare pressione sui governi di Cambogia, Thailandia e Myanmar in merito alle frodi telematiche.

Il triangolo no

Ad aprile la Cina ha incontrato funzionari e fornito aiuti a una regione nell’est del Somaliland, in conflitto con il governo di Hargeisa. L’iniziativa sembra tesa a indurre un allontanamento del Somaliland da Taiwan, con cui negli ultimi anni ha stretto rapporti più stretti. Sempre lo stesso mese, la Somalia – che accusa Hargeisa di secessionismo – ha vietato il transito ai cittadini taiwanesi, pare proprio su richiesta di Pechino. Sullo sfondo c’è il braccio di ferro con gli Stati Uniti, dove i repubblicani spingono per un riconoscimento del Somaliland. La regione del Corno d’Africa vanta una posizione strategica per il controllo dei commerci marittimi, tanto da essere considerata un’alternativa a Gibuti.

A cura di Alessandra Colarizi

Per chi volesse una panoramica d’insieme, è disponibile in libreria “Africa rossa: il modello cinese e il continente del futuro” (L’Asino d’Oro, 14,00 euro). Partendo dal racconto dei primi contatti nella storia, il testo cerca di restituire un’immagine a tutto tondo dei rapporti sino-africani, superando la dimensione puramente economica. Mentre la narrazione dei mass media ci bombarda quasi ogni giorno con le statistiche del debito africano e degli investimenti cinesi, “Africa rossa” cerca di riportare al centro della narrazione gli scambi politici e socio-culturali tra i rispettivi popoli.