FreeVantablack - Cristof Yvoré, il pittore senza proclami

Cosa significa fare arte? prendendo a pretesto la mostra pechinese di Cristof Yvoré, Alessandro Rolandi si chiede se a volte non sia meglio dipingere vasi di fiori piuttosto che schiacciare sull'acceleratore dell'hype e dell'autopromozione.




La mostra appena aperta del pittore Cristof Yvoré al museo MWoods nell’area 798 di Pechino, a mio avviso è interessante perché dà voce ad alcune riflessioni sul cosa significhi non solo fare arte, ma anche collezionare arte e presentare arte.

Come è arrivato, questo pittore francese, scomparso prematuramente e così distante da tutti i vari trends dell’arte contemporanea ad attrarre l’attenzione della coppia di giovani mecenati cinesi Lin Han e WanWan Lei, rappresentanti di una nuova elite globale, giovanissima, globetrotter, esposta alla folle eterogeneità della vita e dell’arte contemporanea, cresciuta assieme al post dei social media e all’implacabile impermanenza delle immagini moltiplicate all’infinito?
Ci è arrivato nello stesso modo in cui è riuscito a portare avanti la sua arte per anni in Europa, lavorando con alcune gallerie di valore, nonostante l’inattualità della sua arte, nonostante il suo atteggiamento incurante dell’imperativo categorico dell’arte contemporanea secondo cui un artista deve essere prima di tutto il designer e il brand strategist della propria immagine, nonostante il fatto di non usare la propria arte per inviare messaggi mediatici o cavalcare l’onda di qualche causa.



Yvoré era un pittore che ha vissuto cercando di trovare qualcosa nella pittura, nella materia, nei colori (che preparava e mescolava lui stesso), nell’atemporalità della natura morta, dello scorcio di paesaggio, del mazzo di fiori, dell’interno di luoghi normali e anonimi.

MWoods propone un parallelo con Morandi (presentando letteralmente una tela del grande maestro italiano più amato e sentito dal pubblico asiatico all’ingresso di una delle sale della retrospettiva) che nonostante sia legittimo, rimane a un primo livello di interpretazione e manca di rilevare alcune differenze fondamentali che separano i due artisti più che avvicinarli. Il mondo silenzioso di Morandi era costruito guardando e dipingendo dal vivo gli oggetti poi trasfigurati sulla tela; oggetti che per anni rimanevano nella stessa posizione, nella stessa casa, coprendosi di polvere e che il maestro dipingeva solamente in frazioni di tempo corrispondenti ad un preciso valore della luce naturale.

Se la pittura di Morandi cattura una parte dello spirito di quella asiatica, il procedimento e l’atteggiamento ne sono però abbastanza distanti, in quanto la presenza del «modello» e dell’osservazione diretta ne riportano l’esperienza nella tradizione prettamente occidentale.
Yvoré invece dipingeva a memoria; i suoi vasi, con o senza fiori, le sue candele, i suoi sassi, gli angoli dei divani, i tavoli con qualche oggetto, non erano lì di fronte a lui, per essere ritratti, ma erano invece dei ricordi, dei frammenti di memoria vicini o lontani registrati in un certo momento, da cui egli partiva per poter sviluppare il suo dialogo con la pittura.



Da questo punto di vista egli si avvicinava di più alla modalità del pittore asiatico, che dopo aver vissuto l’esperienza del viaggio e dell’osservazione del paesaggio, la riproponeva in studio usando un linguaggio in cui la tecnica, il simbolismo e il dialogo con la tradizione codificata trasfiguravano il ricordo. Yvoré, una volta scelto nel proprio archivio mentale il soggetto del quadro, per sua ammissione, tendeva a cercare di dipingere «troppo», sovrapponendo strati e strati di pittura,vernici e glacis come se cercasse di raggiungere il limite del collasso…..di quando avrebbe «perso» l’opera, e cercando di fermarsi un attimo prima. Eppure nonostante questo abuso di materia, le sue opere non accentuano questo elemento come un «effetto», non lo spettacolarizzano e non lo strumentalizzano, evitando un espressionismo facile e rimanendo in un registro che appare classico ma che classico non è, che sembra realista, ma che non lo è.

Nonostante abbia vissuto per molti anni a Marsiglia, Yvoré ha sempre optato per una paletta che prediligeva le terre, gli ocra, i neri, i grigi e le tonalità di verde spento e solo qualche volta, esplorando le tematiche floreali, si è spinto fino a qualche rosso carminio, a dei gialli di cadmio e a qualche blu oltremare.
Nella formula della retrospettiva, che si rivela una scelta di qualità permettendoci di seguire l’evoluzione artistica, possiamo osservare come questo artista abbia cercato a lungo di trovare le dimensioni giuste per i pochi soggetti attorno a cui ha costruito la propria pratica.

Sono le tele più piccole quelle più riuscite; nella loro intimità e misurata presenza, sono sempre opere complete, indipendenti, da cui emanano un senso di mistero e una poesia sottile, ambigua e nostalgica.
Una candela blu che prende troppo spazio nella composizione ma, miracolosamente, non impedisce al quadro di reggere, alcune pietre nere nella sabbia, un angolo di muro, con dettagli del pavimento e di un tappeto appena accennati…..la superficie troppo lavorata che sembra cera e ricorda vagamente la pittura ad encausto, la mancanza di proporzioni esatte che genera una tensione naturale, non ricercata, ma inevitabile: le note caratteristiche di questi tre quadri da soli ci raccontano ciò che Yvoré è riuscito a trovare di meglio.

Nel documentario in visione nella mostra, lo vediamo esprimersi su come non si senta di dover rientrare in nessun parametro concettuale e tantomeno di dipingere per provare, con le proprie opere un certo atteggiamento critico, politico o filosofico.
È lì nel suo studio, che sembra lo studio di un artista qualunque, spoglio, semplice, pieno di pigmenti, tele e materiali. 



Quando le dimensioni del supporto aumentano, Yvoré non riesce a tenere assieme i dipinti, che quindi sembrano più degli studi, dei tentativi e non arrivano a trasmettere la forza silenziosa e il mistero delle tele piccole.
Ma nonostante ciò, questi quadri più grandi, proprio in quello che manca loro, continuano a testimoniare la ricerca ininterrotta, la tensione tra il piacere e l’angoscia dell’atto di dipingere, la determinazione a cercare qualcosa lì e solo lì, in quei colori, in quei pochi soggetti, nei limiti della superficie, nella vischiosità dell’impasto, nelle poche variazioni possibili concesse a questi soggetti e a questa maniera di trattarli.

In un'altra serie vediamo Yvoré allontanarsi dal dettaglio e dalla natura morta per flirtare con l’astratto geometrico e minimalista,..ma ci accorgiamo in fretta che queste composizioni geometriche non sono altro che vedute concettualizzate di edifici, porte e finestre, semplificate e ridotte alla loro forma e alla percezione della massa suggerita dagli strati di pittura. Yvoré non è un artista eccezionale e non cerca di esserlo. Si limita a ripetere e sfidare il proprio processo creativo, che lui stesso si è inventato e che non aderisce a nulla se non alla necessità di trovare qualcosa in queste immagini rarefatte in cui lo spazio sembra essere risucchiato dagli oggetti, sempre un po' troppo presenti, o troppo sgraziati, o troppo grandi. Questa frizione e questa gaucherie rendono le sue opere toccanti e la sua esperienza significativa in quanto incurante delle mode e dello stato del mondo dell’arte.

L’opera e la vita di Yvoré ricordano i poeti crepuscolari, che preferirono la provincia alla città perchè incapaci di identificarsi con una società che già allora si stava allineando con le logiche tecnocratiche e borghese-capitalistiche che hanno ormai raggiunto il parossismo nella nostra epoca. Yvoré, dalla nativa Tour, si è spostato alla più solare Marsiglia, ma senza lasciarsi influenzare, nemmeno nella scelta dei colori, avendo deciso di vestire i panni dell’outsider che dubita di tutto ma soprattutto di se stesso.



Un po' come Gozzano, sembra aver cercato nello studio e nella pittura la sua «Via verso il rifugio», mescolando una nostalgia ironica e maldestra con un certo bisogno di continuare a giocare nonostante il diffuso pessimismo di fondo.
Così come Gozzano sottolinea la capacità rassicurante delle «buone cose di pessimo gusto» che riempivano la casa di provincia in cui aveva vissuto a lungo, così Yvoré sembra aver scelto di rimanere con i suoi pigmenti dai toni melanconici, le sue vernici spesse, il suo studio spoglio, uguale a quelli di tanti altri pittori che si sono fatti sorpassare dagli eventi, rimanendo indietro, esclusi, confusi, incapaci di reagire o di accettare quello che succede.

Uno studio pieno di pennelli e di tele mai troppo pronte, e mai davvero finite; coi suoi soggetti antiquati, la sua pittura fuori moda anche in provincia e un mondo che non legittima e non valida più un pittore che non sa o non vuole scrivere un «artist statement» per spiegare il suo lavoro o non riesce ad ottenere attenzione mediatica ininterrotta.

Cristof Ivoré è riuscito fino a quasi 50 anni a vivere senza compromessi la sua arte e a mantenerla viva, anche, involontariamente, in nome di quei tanti altri pittori e artisti che la macchina dello spettacolo e del capitale hanno spazzato via.
E oggi è una giovane coppia di collezionisti miliardari cinesi al di sotto dei trent’anni a rendergli omaggio con una retrospettiva nel loro museo privato appena rinnovato, in una Pechino post-moderna che sembra sempre di più il set di un film di fantascienza.

La mostra, già prima di aprire, era stata snobbata e criticata negativamente da molti esponenti del mondo dell’arte contemporanea, incapaci di giustificare questa scelta, eppure c’è, occupa due piani di questo nuovo museo che appena prima aveva dedicato una bella retrospettiva ad Andy Warhol.

Nel fatto che Lin Han e Wan Wan Lei dimostrino così tanto interesse e affetto per l’opera di Yvoré, che non hanno mai incontrato di persona ma a cui dicono di sentirsi così vicini, sembra echeggiare quelle dinamiche misteriose, complesse e profonde che hanno fatto incontrare e legato artisti, collezionisti, musei e gallerie per anni, prima dell’esplosione speculativa del mercato dell’arte contemporanea che ne ha riorientato i meccanismi e trasformato le qualità profonde. Nel marasma generale alla ricerca del nuovo hype, le piccole tele preziose di Yvoré e quelle grandi più indecise stanno lì sui muri di MWOODS, a raccontarci senza pretese, la loro storia, molto probabilmente meno seduttiva e attraente, ma diversa dalla solita.

Un po' più tardi di Gozzano, Lou Reed cantava:
«Light glances off the blue glass we set right before the window…………and you who accept in your soul and your head, what was misunderstood, what was thought of with dread………. A new self is born, the other self dead, I accept the new found man and set the twilight reeling»

*Alessandro Rolandi ha studiato chimica, teatro sperimentale, cinematografia e storia dell'arte. Vive a Pechino dal 2003 dove lavora come artista multimediale e performativo, regista, curatore, ricercatore, scrittore e docente. Il suo lavoro si concentra sull'intervento sociale e le dinamiche relazionali, con lo scopo di ampliare la nozione di arte oltre le strutture, gli spazi e le gerarchie esistenti, attraverso l'impegno diretto con la realtà, in diversi modi. Ha fondato il Social Sensibility Research & Development Department di Bernard Controls Asia e collabora regolarmente con diverse riviste e siti: Hyperallergic, Randian, Asialyst.

Commenti