La globalizzazione prudente di Pechino

I giorni compresi tra il 17 e il 20 gennaio 2017 potrebbero segnare l’inizio del «secolo asiatico», cioè il momento in cui gli Stati Uniti hanno abbandonato il loro ruolo di leader globale e la Cina ne ha preso il testimone. Ma cosa sarà la globalizzazione secondo caratteristiche cinesi? Non si sa, ma qualche segnale forse già si vede.




Ho un amico cinese che fa l’analista economico per un grande istituto di ricerca di Hong Kong. Quando il 23 gennaio Donald Trump ha disdetto con una firma la Transpacific partnership (Tpp), l’accordo di libero scambio tra i paesi affacciati sul Pacifico messo faticosamente in piedi dall’amministrazione Obama, mi sono precipitato a chiedergli se per caso questo non aprisse le porte alla proposta alternativa cinese, la Regional comprehensive economic partnership (Rcep).

Mi ha risposto che il Tpp era già pronto, mentre la Rcep nemmeno si capisce bene cosa sia. Ma non solo: «Il Tpp era un progetto di alto livello, mentre la Rcep», che secondo lui potrebbe arrivare addirittura tra decenni, «sicuramente non lo sarà».

«Alto livello», detto da lui, significa che l’accordo a guida statunitense avrebbe imposto uno standard di libero mercato a tutti, mentre quello cinese – se mai ci sarà – nascerà già con mille eccezioni: «Va bene, eliminiamo tutte le tariffe protezionistiche, tranne qualcuna».

Un esempio tipico è quello del riso. Altro che mercato come migliore «allocatore delle risorse», qui vale la regola per cui «il riso è mio e me lo gestisco io». Quindi il mio amico analista cinese è sicuro che in qualsiasi accordo di libero scambio tra paesi asiatici il riso continuerà a essere protetto.

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