Terza e ultima parte del reportage sulla scena musicale indipendente cinese. Un viaggio attraverso etichette, personaggi, sogni e dura realtà.
Qui trovate la prima parte,
qui la seconda. Buona lettura!
La sfida della produzione di musica underground cinese
Il fermento che si respira attorno alla musica indie cinese è limitato ai pochi gruppi su cui gli sponsor sono disposti ad investire perché ne intravvedono le potenzialità di mercato o perché più inclini ai trend musicali dell’ambiente alternativo, come è avvenuto lo scorso anno per il garage-rock e la new wave.
Nonostante i diversi orientamenti musicali, ragazzi come Wang Xiao ed Han Han sanno che la loro iniziativa non basta a guadagnare. Ma nelle loro parole non c’è rassegnazione né denuncia: la base di partenza è la volontà di mantenere una propria posizione all’interno della scena musicale alternativa, facendo scelte non dettate dalla speranza di compiere un investimento di successo ma per dare maggiore spessore al proprio progetto. Anche a costo di ritrovarsi in passivo per aver portato in Cina una band straniera, come è successo per la tournee cinese dei Napalm Death, organizzata da Areadeath nel 2007. La mancanza di finanziamenti contribuisce ad ostacolare un maggiore sviluppo della scena musicale, specie per chi cerca di creare prodotti di qualità. La qualità del suono rappresenta la carenza principale della produzione cinese: i gruppi che fanno riferimento a studi di registrazione sono ancora la minoranza ed anche di fronte ad un impegno in questo senso ci si ritrova davanti alla quasi totale assenza di tecnici del suono adeguati. Mancano figure professionali, non solo provviste di competenze tecniche ed esperienza, ma anche in grado di consigliare le band sul suono da adottare.
Un’altra sfida con cui un’etichetta deve confrontarsi è la caratteristica, tutta cinese, della vita breve delle band. Un processo tipo è quello che vede formarsi un gruppo durante il periodo universitario e poi sciogliersi subito dopo per far fronte alla realtà lavorativa. Tale mancanza di continuità nei progetti limita la volontà di un produttore di investire sulla musica cinese ed indirizzarla verso il mercato straniero. In alternativa costringe un’etichetta a vivere in continua trasformazione, vincolandone spesso la natura: molte realtà discografiche somigliano più ad un collettivo privo di vincoli che ad una vera e propria azienda.
Spesso persino quello delle tournée diviene un impegno organizzativo complesso: “la mancanza di locali in cui esibirsi, gli spostamenti e gli impegni lavorativi durante la settimana sono limiti non da poco”, ammette Han Han, chitarrista nei Duck Fight Goose, gruppo rock sperimentale e nel gruppo rock psichedelico Lava.Ox.Sea. A questi problemi maggiormente “cinesi” si aggiungono le sfide con cui l’industria discografica è costretta a confrontarsi su scala mondiale: crisi del mercato, download, internet.
La maggioranza delle label underground è stata fondata nell’ultimo decennio da giovani cinesi cresciuti nell’era di internet: naturale la loro comprensione ed ammirazione per lo sharing musicale, visto come un ulteriore elemento alla diffusione della musica. La vendita online è il modo più comune per fronteggiare la crisi, e se da un lato elimina la maggior parte dei costi, al tempo stesso limita la produzione e la vendita di cd o la pubblicazione di riviste. La vendita dei cd è considerata, soprattutto per chi opera con gruppi cinesi, una voce minore nelle entrate, cui fa fronte una maggiore diversificazione delle attività. Anche in questo caso il mercato cinese musicale è molto particolare: il costo di un cd si aggira mediamente sui 3-4 euro a copia, viene registrato a costi bassissimi con una produzione scadente.
L’andamento dei prezzi si è stabilizzato negli anni ’80 con l’arrivo di materiale discografico di scarto uscito dai circuiti internazionali e reintrodotto a prezzi molto bassi in quello cinese. Da allora fino ad adesso, gran parte della produzione musicale occidentale è rimasta su prezzi stabili per il diffondersi della pirateria, questo limita i produttori cinesi, i quali vorrebbero migliorare la qualità delle registrazioni nella musica indipendente, ma che si trovano invece a sconfinare dai prezzi di mercato.
Questo dato di fatto, unito alla crisi delle vendite, rappresenta un vero limite negli investimenti pianificabili nella produzione discografica.
Il pubblico “alternativo” cinese, per definizione, non acquista cd, sia di fronte alle band straniere storiche, ampiamente scaricabili dalla rete, sia per rock indipendente nazionale, che pur sollevando interesse tra gli appassionati, rimane il più delle volte sugli scaffali dei negozi. Neppure le esibizioni live riescono ad invertire la tendenza, poiché il pubblico dei livehouse è composto in minima parte di veri appassionati: il più delle volte un locale richiama gente in cerca di semplice svago o solo perché di tendenza.
Ce n’è abbastanza per interrogarsi su come, nonostante tutto, le etichette indipendenti cinesi siano sempre più in aumento. L’obiettivo di sviluppare un mercato su modello occidentale può essere una risposta valida solo in pochi casi, più spesso le iniziative si poggiano su collettivi singoli e autoproduzioni.
Per registrare in Cina basta pochissimo: un registratore, un computer, un masterizzatore, un cd. A prescindere dalla ricerca di registrazioni di qualità, in barba alle esigenze legali connesse con il copyright: molte band si autoproducono e si appoggiano l’un l’altra pensando semplicemente all’uscita del proprio cd, ancor prima che allo sviluppo di una scena musicale di qualità.
“La carenza di professionalità vale per tutti i generi musicali”, afferma Wang Xiao, “è necessario che chi mette su una band abbia le idee chiare, mentre molti lo fanno alla leggera, pensando che tutto si riduca a pubblicare un cd.” È qui che un’etichetta deve saper intervenire: “il suo compito deve essere prima di tutto quello di promuovere una mentalità, che permetta alla band e alla label stessa di superare la transitorietà dell’uscita di un cd e il compiacimento fine a se stesso, che diventi uno stimolo alla creazione di una scena musicale matura”.
Questo atteggiamento sta già prendendo forma, sia nell’iniziativa di piccole label ancora sospese tra la definizione di collettivo e quella di azienda vera e propria, sia in gruppi con un’idea precisa su cosa necessita oggi la scena musicale cinese e che non si fanno intimorire dallo stato attuale delle cose.
Forte è la consapevolezza che qualcosa è ormai in movimento: una scena musicale sempre più in espansione e soprattutto in via di diversificazione, da chi propone musica a chi la ascolta. Le piccole etichette cinesi sono uno degli aspetti di questo movimento, una delle componenti strutturali che supportano, per quanto ancora in modo improvvisato e disordinato, l’aumento di artisti e musicisti con alle spalle sempre maggiore preparazione ed esperienza.
Han Han, confessa di fermarsi di tanto in tanto a riflettere sul perché delle proprie scelte, ma è determinato ad andare avanti, consapevole che vale la pena continuare ad essere parte di un mondo artistico - musicale nuovo ed in continua formazione.